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Ora i complottisti di QAnon sono invidiosi del colpo di stato in Myanmar

Questa settimana, il governo del Myanmar è stato rovesciato da un colpo di stato militare. I complottisti di QAnon sono invidiosi

Sipa via AP Images

Questa settimana, il governo del Myanmar è stato rovesciato da un colpo di stato militare. Secondo l’Associated Press, il comandante in capo dell’esercito, generale Min Aung Hlaing, ha preso il potere nel Paese con l’intenzione di mantenerlo per un anno, affermando l’illegittimità dei risultati delle elezioni tenutesi lo scorso novembre.

Le forze armate hanno arrestato l’attivista premio Nobel Aung San Suu Kyi, il cui partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, aveva vinto le elezioni nel 2015 – le prime vere libere elezioni nel Paese dopo 25 anni – e aveva vinto di nuovo, in modo schiacciante, quest’anno. Suu Kyi ha passato anni a lottare per la democrazia, venendo messa agli arresti domiciliari dai militari nel 1989. In Myanmar è venerata, nonostante non abbia fatto niente per fermare le azioni dei militari contro la minoranza musulmana dei rohingya, vittime di un genocidio. 

Il colpo di stato è considerato dalla maggior parte della comunità internazionale come un grosso passo indietro nel percorso del Myanmar verso la democrazia. Lunedì, in una dichiarazione comparsa sulla pagina Facebook della LND, Suu Kyi ha incoraggiato i suoi sostenitori a portestare contro il golpe e a “resistere”. C’è invece un gruppo di persone che vedono il colpo di stato in Myanmar in modo completamente opposto: i seguaci di QAnon, la teoria del complotto secondo cui il mondo sarebbe controllato da una cabala di pedofili satanisti fatta di attori di Hollywood e politici del Partito democratico. 

Alcuni influencer qanonisti, infatti, negli ultimi giorni hanno diffuso l’idea che anche le elezioni in Myanmar, come quelle americane che per loro ha vinto Trump, siano state truccate. E hanno avanzato l’idea che anche negli Stati Uniti possa esserci un colpo di stato militare come quello avvenuto nel Paese asiatico. 

La teoria del complotto dipende fortemente da Trump, dal suo rimanere al potere e dal suo liberarsi dei suoi nemici. Quindi, dopo l’elezione di Biden alla presidenza, gli adepti di QAnon hanno ccominciato a pensare che doveva esserci per forza un errore, che le elezioni dovevano essere per forza truccate. Molti di loro hanno cominciato a diffondere l’idea che Trump sarebbe prima o poi tornato a essere il presidente, magari con l’aiuto di un colpo di stato militare. E il fatto che ciò sia avvenuto poco dopo l’insediamento di Biden, anche se in un altro Paese dall’altra parte del mondo, non ha fatto che rinvigorire queste loro fantasie. 

“L’esercito birmano ha arrestato i leader del Paese dopo che le prove credibili di brogli elettorali sono diventate impossibili da ignorare… sembra che i media controllati e l’amministrazione Biden abbiano paura che possa succedere anche qui”, ha scritto su Telegram un influencer qanonista con oltre 45mila follower. “Vedremo presto titoli come questo”, ha scritto un altro, con 50mila follower, parlando di un tweet di un sito di news di estrema destra che parlava dell’arresto di Aung San Suu Kyi.

Una versione di questa teoria, diffusa in un canale Telegram con 165mila follower, afferma che il Myanmar sarebbe uno dei Paesi più coinvolti nel traffico di bambini contro cui combatte QAnon, e che ci sarebbero legami tra il Paese e alcuni dei bersagli preferiti della teoria del complotto come Hillary Clinton e Barack Obama. L’implicazione di questa teoria è la seguente: “stiamo vedendo i primi segnali di un colpo di stato militare che è in programma anche negli Stati Uniti”.

Nei mesi dopo l’elezione di Biden, la comunità di QAnon si è divisa. Molti complottisti hanno cercato di dare un senso a quello che stava succedendo, di inquadrare gli eventi nella narrazione della teoria del complotto. Secondo una teoria, ad esempio, l’inagurazione di Biden sarebbe stata finta e Trump tornerà presidente il prossimo 4 marzo. In questo contesto, la versione complottista del colpo di stato Myanmar è un altro tentativo di danneggiare il processo democratico.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US