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Ora che non se ne parla più come prima, non dobbiamo lasciare solo l’Afghanistan

Oggi l'Afghanistan non interessa più a nessuno, ma la situazione rimane gravissima. Ne abbiamo parlato con Simona Lanzoni, vicepresidente e responsabile progetti di Pangea Onlus, che opera da 18 anni nel Paese

WAKIL KOHSAR/AFP via Getty Images

È avvenuto tutto velocemente. Tra i primi atti da presidente di Joe Biden c’è stato il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan dopo 20 anni di guerra, seguendo gli accordi presi dal suo predecessore Trump. E mentre le truppe si ritiravano, la popolazione afghana che aveva in qualche modo assaporato varie forme di libertà è tornata a essere prigioniera dei Talebani, che hanno riconquistato il Paese con un’offensiva-lampo. 

È avvenuto tutto velocemente, e per i primi dieci giorni siamo stati bombardati – in tv, sui social, sui giornali – di immagini e video terrificanti, le immagini del dolore e della disperazione, della violenza, degli uomini che scappano attaccandosi agli aerei in partenza per poi precipitare dal cielo e delle donne terrorizzate dalla prospettiva di essere di nuovo private di ogni diritto. È un dolore che ha sconvolto l’Occidente ma che dopo una settimana è stato dimenticato. Tutto si è spento, ma in Afghanistan l’emergenza continua.  

Tra i pochi a non aver dimenticato c’è Fondazione Pangea Onlus. Pangea opera da 18 anni in Afghanistan, ha vissuto e vive l’orrore dei Talebani, e si batte perché i riflettori si riaccendano sul Paese e perché l’Occidente si prenda le sue responsabilità di non abbandonare gli afghani al loro destino. Abbiamo parlato di tutto questo con Simona Lanzoni, vicepresidente e responsabile progetti di Pangea.

Come mai è scemata l’attenzione sull’Afghanistan?
È tipico del mondo mediatico, ultimamente è sempre così con tutti i conflitti all’estero: quando iniziano c’è una grande attenzione, dopo di che  non si seguono più o si seguono quando ci sono degli attentati, delle situazioni eclatanti, quando ci sono degli accordi internazionali, altrimenti non ne si vuole più sapere. Ci si concentra molto di più su quello che succede a casa propria, come se tutto quello che succede all’estero in qualche modo non ci toccasse ma in realtà sappiamo che non è così, perché noi viviamo in un mondo globalizzato.

L’Afghanistan purtroppo viene da 40 anni di conflitto, di cui gli ultimi 20 di conflitto a bassa intensità che è stato poco riportato dai media italiani. Chi seguiva già il conflitto sapeva cosa sarebbe successo. Si sapeva che purtroppo la strada ai talebani era stata molto ben spianata dalla comunità internazionale, a partire anche da Trump e dagli accordi di Doha. Adesso non si parla molto di Afghanistan perché c’è una grave crisi umanitaria. È finito anche il G20 dove hanno detto che daranno dei soldi, e in qualche modo c’è questa idea che se arrivano i soldi tutto si pacifica, ma è sbagliata perché la crisi umanitaria persiste e il rischio è che l’Afghanistan torni a essere il nido dei terrorismi. Senza dimenticare che gli stessi Talebani fino all’altro giorno erano considerati terroristi, e che non ci sono solo loro ma anche altre correnti come l’ISKP, ovvero lo Stato Islamico, correnti che trovano nell’Afghanistan talebano la possibilità di non sottostare ad alcuna legge se non a quella della violenza.

Continuare a lavorare in Afghanistan vuol dire per forza di cose avere a che fare con i Talebani. Quali potrebbero essere le attività consentite?
Quello su cui si sta lavorando molto e su cui noi come Fondazione Pangea lavoriamo da sempre è l’educazione. Una delle grandi richieste della popolazione afghana è di persistere e non impedire l’educazione alle ragazze. Ad oggi i Talebani hanno limitato l’educazione a 12 anni per le ragazze, che dopo quell’età non possono più andare a scuola. C’è una grossa resistenza e una grossa indignazione su questo punto, un’indignazione che bisognerebbe allargare anche ad altre questioni: per esempio al fatto che adesso le ragazze con più di 18 anni e che non sono sposate o fidanzate devono farlo a breve altrimenti i Talebani decidono per loro organizzando dei matrimoni forzati. 

Com’è la situazione delle donne in Afghanistan oggi? 
Ora che sono tornati i Talebani è molto difficile, perché le donne devono fare attenzione a uscire di casa da sole, devono avere la presenza di un maschio – anche se poi è un bambino, anche se è il loro figlio – perché sono sotto la responsabilità degli uomini, non sono considerate come un soggetto autonomo sia da un punto di vista legale sia proprio nella loro complessità. Sono proprietà di un uomo e quindi dopo i 18 anni, dopo la maturità, devono affiancarsi ad un uomo ufficialmente o attraverso il fidanzamento o attraverso il matrimonio. Molti talebani,  in questo periodo chiamano le famiglie e chiedono chi è sposato, chi è fidanzato e chi non ha nessun tipo di legame: a volte sono loro che decidono con chi queste donne debbano sposarsi. Ci è capitato di dare rifugio ad una famiglia che non ha voluto far sposare una figlia. Sono dovuti scappare da dov’erano perché altrimenti sarebbero stati perseguitati. Questo per far capire il livello di costrizione che vivono le donne.

Molte donne, inoltre, hanno perso il lavoro. Soprattutto quelle che lavoravano nell’ambito dell’insegnamento o della pubblica amministrazione. Proprio perché non ci sono soldi, in questo periodo i Talebani hanno licenziato tantissimo personale della pubblica amministrazione, sia uomini che donne. Quelle che si sono salvate sono state messe a lavorare nell’ambito sanitario, perché i Talebani sanno benissimo che il sistema sanitario è importante. Però anche qui le donne non possono lavorare insieme agli uomini e quindi hanno dei reparti separati. Si spera che nel momento in cui saranno le agenzie delle Nazioni Unite a lavorare in Afghanistan si possa arrivare ad una contrattazione e quindi a piegare un po’ questi limiti. Anche perché i Talebani stessi non posso sopravvivere senza le agenzie delle Nazioni Unite: l’Afghanistan sta crollando. Sono tre mesi che non ci sono soldi, che in banca si possono prelevare 200 dollari al mese. E l’inflazione ha triplicato i prezzi di ogni cosa.   

Ma si può davvero venire a patti con i Talebani? 
Non è questione di venire a patti, è una questione di non far morire la gente. Ci sono 38 milioni di persone che non  hanno scelto i Talebani, però di fatto i Talebani in questo momento sono al governo e quindi bisogna trovare una maniera per aggirare le loro imposizioni e allo stesso tempo poter agire sulla popolazione, perché la popolazione non ha scelto quelle imposizioni e quindi bisogna provare a superare i limiti nella contrattazione con loro. Contrattare con loro non vuol dire riconoscerli ma vuol dire semplicemente rispondere a dei bisogni umanitari. Se non lo si fa si abbandona la popolazione. 

Il ritiro degli Stati Uniti è stato troppo veloce?
Sì. Sapevamo che sarebbe successo ma non pensavamo che sarebbe successo così velocemente, e neanche i Talebani stessi si aspettavano di trovarsi al potere così in fretta: loro stessi pensavano che ci sarebbe stato un minimo di resistenza. I militari afghani sapevano degli accordi di Doha, sapevano che il Paese era già stato venduto, che non sarebbe servito a niente lottare, e quindi hanno lasciato le armi.

Quello che oggi stanno dicendo tutti i Paesi circostanti è che l’Afghanistan non può essere governato solo dai Talebani ma serve che al governo partecipino anche altre forze politiche. Il problema è capire quali sono le altre forze politiche. La situazione è talmente in evoluzione che non possiamo dire che adesso ci sia una situazione definita. Con l’arrivo dell’inverno, su una popolazione che da 3 anni soffre per una siccità che ha fatto diminuire i raccolti del 40% e cche vive di aiuti umanitari, non trattare con i Talebani vuol dire condannare a morte tantissima gente. Ecco perché bisogna da un lato mantenere un’apertura dal punto di vista del lavoro umanitario dall’altro una contrattazione perché il governo non sia esclusivamente dei Talebani.

Come Pangea Onlus, che tipo di lavoro fate in Afghanistan?

Negli ultimi 18 anni abbiamo fatto un grande lavoro con le donne, legato da un lato al microcredito per attivare delle economie familiari che permettessero loro di migliorare la loro condizione economica, dall’altro alla formazione e all’alfabetizzazione, ai diritti umani, all’igiene e alla salute, all’insegnar loro quali sono i loro diritti, al far sapere loro cosa sta accadendo a casa loro e nel mondo. Questo ha contribuito all’eccezionale sviluppo della popolazione afghana – e delle donne in particolare – negli ultimi 20 anni. Grazie anche ai social che hanno dato loro un occhio sul mondo facendole capire che non erano sole. 

Nel momento in cui c’è stata stata la riconquista talebana del Paese a metà agosto, abbiamo fermato le attività. Abbiamo dovuto bruciare gli archivi, perché contenevano 18 anni di nomi, indirizzi, attività, testimonianze – avremmo messo in pericolo le donne che abbiamo aiutato nel tempo se non avessimo bruciato tutto. L’archivio di Kabul non esiste più, ma è chiaro che quelle donne esistono ancora, la rete esiste, le relazioni che sono state tessute negli ultimi 18 anni sono rimaste. Ci sono ancora tantissime donne che vannno tuttora dalla nostra referente per il microcredito (che è rimasta a Kabul) per chiederle quando possono ricominciare. Questo ti dà l’ampiezza di quello che sta succedendo, del fatto che non si vuole perdere la speranza definitivamente. 

Adesso quello che stiamo facendo è dare rifugio a famiglie di persone particolarmente esposte rispetto ai valori che hanno che abbiamo sostenuto negli ultimi 20 anni e che sono contrari a quelli dei Talebani: ad esempio, giornalisti e giornaliste, attiviste di ONG, donne soldato o poliziotto, traduttori, donne che sono rimaste nubili e le loro famiglie. Stiamo dando rifugio a 72 persone e stiamo studiando come fare a far mandare aiuti umanitari in Afghanistan, perché è una vera strage: ci sono 3 milioni e mezzo di bambini malnutriti che rischiano di morire per fame.

I Talebani oggi sanno della vostra presenza in Afghanistan?
Ci sono delle persone afghane che sono rimaste lì e che sono parte del nostro staff. Diciamo che le case rifugio, in quanto case rifugio, sono case clandestine, e adesso stiamo cercando di capire se le attività di distribuzione di cibo e medicinali può essere fatta alla luce del sole con la nostra organizzazione o se dobbiamo farla attraverso altre organizzazioni. Noi al momento stiamo continuando a sostenere una scuola per persone sorde, per bambini dai 3 ai 18 anni (purtroppo le ragazze possono seguire i corsi solo fino a 12 anni) e anche li ci sono 500 tra studenti e studentesse. C’è un grosso lavoro da fare perché anche quelle sono famiglie estremamente disagiate e povere. Ecco perché è fondamentale rimanere aperti con la scuola 

Quelle donne che vedevamo protestare contro i talebani, che fine fanno? C’è traccia di resistenza nel Paese?

Alcune si rifugiano da noi, altre… Poi ci sono le nuove generazioni che non hanno conosciuto i Talebani, quelli che sono nati dopo e che hanno assaporato in qualche modo cosa vuol dire vivere in una società dove certi diritti sono garantiti: un minimo di libertà di espressione, il poter andare su internet, e così via. C’è una parte di popolazione che ha capito che non c’è progresso e sviluppo senza la presenza delle donne nella società, perché le donne non hanno solo bisogno di respirare, mangiare, bere e fare figli, le donne devono pensare, devono poter partecipare alla costruzione della società. Una grossa parte di società che in questo momento deve resistere perché comunque anche all’interno dei Talebani non è detto che ci sia una sola corrente univoca. Ci sono diverse correnti anche all’interno dei Talebani stessi, che cercano di sgomitare tra loro per prendere il potere.

Come si è comportato il governo italiano? Vi sentite supportati come Pangea Onlus?
Il governo italiano ha sicuramente fatto un grossissimo lavoro nella parte dell’evacuazione di agosto, perché è stato l’unico ad aver portato via 5000 persone di cui si è fatto pienamente carico. Adesso apriranno i corridoi umanitari, speriamo al più presto, e sicuramente il governo italiano parteciperà come altri Paesi agli aiuti umanitari che sono stati annunciati al G20, quindi farà la sua parte mettendoci dei soldi sia per fare progetti umanitari in Afghanistan e nei Paesi limitrofi con i rifugiati afghani, sia per i rifugiati afghani che sono arrivati in Italia.

Noi ci sentiamo ascoltati dal Governo italiano ma ci sentiamo molto molto più supportati dalla gente comune che ha dimostrato una solidarietà incredibile, e speriamo che non ci si dimentichi, perché appunto noi diciamo sempre non “dimentichiamoli” ma anche “non lasciateci soli”. L’attenzione sull’Afghanistan oggi è scemata, ma in realtà in questo momento ha decisamente bisogno di noi.