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Oltre il “whatever it takes”: chi è, cosa ha fatto e cosa pensa Mario Draghi

Fautore delle privatizzazioni degli anni Novanta, salvatore della moneta unica, "socialista liberale" per sua stessa definizione. La storia di Mario Draghi è ben più interessante del suo celebre aforisma

Foto: Michele Tantussi/Getty Images

Accademico, banchiere, dirigente pubblico. Keynesiano, fautore della grande ondata di privatizzazioni degli anni Novanta, salvatore della moneta unica. Ora, se dovesse trovare i numeri per formare il “governo del Presidente” auspicato da Sergio Mattarella, possibile Presidente del Consiglio durante la fase più delicata della storia dell’Italia repubblicana. Quella di Mario Draghi è una traiettoria professionale (e intellettuale) più unica che rara, che gioca da decenni con la linea sottile che separa tecnocrazia e politica. E che non si limita sicuramente allo stranoto slogan “whatever it takes”.

Estremamente riservato per essere una persona che da quarant’anni si muove sotto i riflettori sia in Italia che all’estero, dei primi anni di Draghi si conoscono giusto quei dettagli che contribuiscono a farne una figura inusuale. Nato a Roma nel 1947 da padre banchiere e madre farmacista, a quindici anni rimane orfano e viene cresciuto, insieme al fratello e alla sorella, dalla zia. Perde presto anche l’eredità lasciata dai genitori – un po’ per via dell’inflazione, un po’ per degli investimenti azzardati imposti dal giudice al suo tutore. Del padre, che parlava tedesco bene quasi quanto l’italiano, manterrà una certa affinità con il mondo germanico.

Devoto a sant’Ignazio di Loyola, frequenta un liceo classico retto dai gesuiti, dove si troverà in classe due figure che difficilmente si assocerebbero a lui: l’imprenditore ed ex presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo e l’uomo di spettacolo Giancarlo Magalli. A quest’ultimo diverte moltissimo rivelare piccoli dettagli sugli anni passati insieme al futuro presidente della Banca Centrale Europea: “Non era uno di quelli che faceva la spia al professore”, ha raccontato per esempio. “Da ragazzino era come adesso: con la sua riga, pettinato come adesso, sempre con quel sorriso che era il suo biglietto da visita”.

Nel 2015, l’economista si è definito un “socialista liberale”, che terrebbe a mente l’attenzione per i problemi sociali e la fiducia nell’economia di mercato, ma nel 2009 sosteneva la necessità di “riformare gli ammortizzatori sociali” per adeguarli a “un mercato del lavoro diventato più flessibile”. Nel 2020 è tornato alla ribalta con un articolo sul Financial Times in cui sottolineava che per evitare che l’incombente recessione di trasformasse in una crisi duratura ci fosse bisogno di accompagnare a sussidi e misure di protezione dell’occupazione “un approccio su scala assai più vasta”, con un forte intervento statale. Ma quali esperienze hanno plasmato le posizioni politiche ed economiche dell’uomo a cui Mattarella vuole affidare un “governo di alto profilo”?

Le scelte di Draghi in fatto di maestri e fonti d’ispirazione contribuiscono a complicare il suo ritratto. Molto prima che diventasse il braccio destro di Guido Carli, nel 1970 si laurea in Economia alla Sapienza: il suo relatore è Federico Caffè, pensatore eterodosso che collaborava con Il Manifesto e concentrava le sue riflessioni sulla necessità di assicurare alti livelli di occupazione e di protezione sociale, specie per i ceti più deboli. Dopo la sua morte avvenuta in circostanze misteriose nel 1987, Draghi ha continuato a partecipare a cerimonie in memoria di Caffè – nel 2014, ricordando il professore nel centenario della sua nascita, ha affermato che la politica economica nella sua definizione più alta, come incarnata dal suo primo relatore, richiede di “porre rimedio alle disuguaglianze, ma anche alle inefficienze”.

A influenzarlo forse più che ogni altra esperienza sono stati però gli anni americani. Tra il 1971 e il 1976, sotto la supervisione dei premi Nobel Franco Modigliani e Robert Solow, è il primo italiano ad ottenere un dottorato al Massachusetts Institute of Technology. Qui gioca a calcio con il politologo Gianfranco Pasquino – che lo ricorda come “una persona seria” che “preferiva ascoltare piuttosto che parlare” e “non era particolarmente interessata alla politica italiana” – e studia fianco a fianco con alcuni dei personaggi che plasmeranno il mondo a venire, come Ben Bernanke, futuro presidente della FED, ed il premio Nobel Paul Krugman. Fino ai primi anni Ottanta insegna tra Trento, Padova, Venezia e Firenze. Oggi ha quattro lauree e due dottorati di ricerca honoris causa, in scienze statistiche, relazioni internazionali, economia e giurisprudenza. Il New York Times non si fa problemi a descriverlo come una persona che ha “una comprensione dell’economia forse più sofisticata di qualsiasi altro capo di stato del pianeta”.

È difficile liquidare in un paio di paragrafi l’intensità della vita politica ed economica italiana negli ultimi due decenni del Novecento. Draghi si muove con maestria attraverso il campo minato della caduta del Muro di Berlino, la crisi fiscale, il crollo della Prima Repubblica e la travagliata costruzione dell’Unione europea. Nel 1983 è consigliere del ministro del Tesoro Gloria, mentre nel 1991 diventa Direttore generale del ministero del Tesoro.

Risale a quel periodo una storia che periodicamente viene sollevata contro Draghi e che gli ha pure fatto “vincere” un Tapiro d’Oro di Striscia la Notizia nel 2008 – quando Francesco Cossiga lo definì “un vile affarista”, “autore della svendita dell’industria pubblica italiana”. È quella del panfilo Britannia, a bordo del quale Draghi avrebbe pianificato le privatizzazioni dell’industria italiana. In realtà fu solo invitato – da un’organizzazione legata al settore privato britannico – a introdurre una conferenza sulle privatizzazioni a bordo di quella nave e se ne andò prima della partenza proprio per evitare di trovarsi “a contatto con quelli che potenzialmente sarebbero stati i miei clienti per i mandati da dare per le privatizzazioni”, come ha raccontato nel 1993 in un’audizione alla Camera dei Deputati.

Tuttavia non è un’esagerazione sottolineare che Draghi sia stato uno dei maggiori artefici della stagione delle privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane – società come Telecom, Enel, Eni ed Iri – con cui lo Stato riuscì a tagliare il proprio rapporto tra debito pubblico e PIL. Tra i suoi obiettivi nello stesso periodo c’erano anche la riduzione dell’interferenza politica nel mondo della finanza, e una maggiore deregolamentazione dei mercati con lo scopo di aumentare la concorrenza e l’integrazione europea. Ciò che ottenne nel decennio in cui rimase al Tesoro fu una maggiore credibilità delle istituzioni pubbliche italiane all’estero, il passaggio di una serie di riforme per la modernizzazione dei mercati finanziari e un aumento dell’autonomia del Tesoro, che si aprì a maggiori contributi di ricercatori ed accademici esterni.

Tra 2002 e 2005 Draghi passa poi a Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo, di cui diventa Managing Director e vicepresidente, guidando le strategie europee dell’istituzione da Londra. Il suo coinvolgimento nelle operazioni finanziarie della banca in quel periodo non è ancora cristallino. “Sebbene si aspettassero che lavorassi con il settore pubblico, non avevo né interesse né voglia di farlo”, ha affermato Draghi nel 2011, dopo la crisi del debito sovrano e in piena corsa per la presidenza della Banca Centrale Europea. Prima però torna in Italia, nel 2006, incaricato dal governo di modernizzare la Banca d’Italia – dove trova una situazione drammatica:  prima del suo arrivo i computer dei dipendenti non erano nemmeno connessi a internet.

Non può saperlo, ma il momento definitivo della sua carriera – quel “whatever it takes” che ormai è la sua citazione più nota – è dietro l’angolo. Diverse economie dell’eurozona sono messe in ginocchio della crisi, gli investitori temono che i governi non saranno più in grado di ripagare i propri debiti pubblici, l’Unione Europea è in subbuglio. Draghi deve superare i dubbi della Germania, che non aveva mai avuto un presidente della Banca Centrale Europea e nutriva diversi stereotipi duri a morire sugli italiani. Nel febbraio 2011, ironizzando sulla sua candidatura, il popolarissimo tabloid Bild titola “Mamma mia”, commentando che “per gli italiani, l’inflazione è come la salsa di pomodoro sulla pasta”. S

Mario Draghi arriva a Francoforte sul Meno lasciando gli italiani con una citazione: “una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’oltralpe risolva i nostri problemi. Come in altri momenti della nostra storia, oggi non è così. È importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi”. Ed è a Londra, circondato da investigatori e dirigenti d’azienda, di fronte a uno spread che in patria non accenna a diminuire, che il 26 luglio 2012 Draghi pronuncia – sembra di getto, senza averle preparate – quelle che Christine Lagarde ha poi definito “le parole più potenti nella storia delle banche centrali”. “Entro il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi cosa per mantenere l’euro. E credetemi, basterà”.

A posteriori possiamo dire che le operazioni poi intraprese da Francoforte nei mesi ed anni successivi sarebbero veramente bastate, complice anche il fatto che nessuno speculatore si sarebbe mai azzardato a scommettere contro un banchiere centrale determinato a stampare moneta. Il vero asso nella manica di Dragi alla Bce è però il quantitative easing, un enorme programma di acquisto di titoli pubblici. Una scelta che gli è valsa la reputazione di “colomba” protagonista di una politica monetaria espansiva, in contrasto con i famosi falchi nordeuropei ultraliberisti.

Se lasciando la BCE nel 2019 rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano dei suoi progetti per il futuro, “non lo so, dovreste chiedere a mia moglie”, nessuno è sorpreso che in un momento di crisi l’Italia guardi ancora a Draghi. Quale delle sue anime prevarrà è difficile prevederlo: come scrive Lorenzo Zamponi, “Draghi potrebbe avere margini per costruire consenso intorno a politiche di investimento se non di redistribuzione. Tecnico non deve per forza significare macelleria sociale, quantomeno non in partenza”.