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Trump, ovvero quando il presidente è uno spiantato

Un presidente noto per la sua ricchezza e il suo lussuoso stile di vita che nasconde un corposo debito che non riesce a pagare. Una descrizione perfetta di Donald Trump, ma anche di Thomas Jefferson, presidente dal 1801 al 1809

Foto: Saul Loeb/AFP via Getty Images

Un presidente noto per la sua ricchezza e il suo lussuoso stile di vita che nasconde un corposo debito che non riesce a pagare. E nonostante questo, persistere a nascondere la cosa al grande pubblico. Una descrizione che si attaglia benissimo a Donald Trump, che un’inchiesta del New York Times ha scoperto non aver pagato per anni la tassa sul reddito e di aver versato solo 750 dollari nel 2016 a causa delle sue forte nel settore immobiliare e alberghiero. Ma invece stiamo parlando di Thomas Jefferson, presidente dal 1801 al 1809, terza persona a occupare quella carica.

Prima dell’approvazione del Former President Act nel 1958, che assegna all’ex capo di stato americano una pensione che oggi ammonta a circa 220mila dollari, un presidente doveva avere una fonte di reddito disponibile. Anzi, il modello propugnato dai padri fondatori era quello della figura moralmente nobile, proveniente dalle fila di una borghesia agraria, mercantile o professionale, ma che avesse un reddito su cui sostenersi. Non si doveva mangiare con la politica, vista come servizio alla giovane repubblica, necessario per farla muovere nel mondo. Ovviamente questa norma restringeva l’accesso alle leve del comando.

Nel caso di Jefferson però, questo impianto ideologico visionario fece sì che fosse sempre indebitato per tutta la vita. Certamente per aver ereditato un debito pesante dal suocero nel 1774, ma anche per l’inflazione dovuta alla guerra contro i britannici e alla successiva stabilizzazione politica. La vendita di alcuni appezzamenti di terreno in Virginia gli frutterà soltanto il denaro per “comprare un grosso cappotto”. La questione lo tormenterà per tutta la vita: nel 1786 scrive in una lettera che si sentirà “miserabile, fin quando sarò in debito”. Ma anche dopo la sua presidenza non metterà mai la dovuta attenzione per far rendere al meglio la tenuta di Monticello, dove pure faceva ampio uso del lavoro degli schiavi. Nel marzo 1826 scriverà al nipote Francis Eppes della sua preoccupazione riguardante il patrimonio, la tenuta di Monticello e la sua ingente collezione libraria. Preoccupazione fondata: dopo la sua morte il 15 gennaio 1827 i suoi schiavi verranno messi all’asta insieme ai suoi mobili e ai suoi libri. E nel 1831 la figlia Martha venderà l’intera tenuta, a un decimo del valore, per ripagare un debito che negli anni aveva raggiunto il valore odierno di un milione di dollari.

Ma anche altri presidenti si ritroveranno a fare i conti con una situazione finanziaria critica: Ulysses Grant, già generale vincitore della guerra civile e presidente dal 1869 al 1877, dopo aver abbandonato sia l’esercito che la vita pubblica si imbarcherà in tour mondiale di due anni per perorare la causa degli Stati Uniti – a sue spese – che però gli costerà un grave problema economico, aggravato da una truffa subita ad opera di due broker di Wall Street sulla partecipazione alla costruzione di una ferrovia in Messico. I suoi problemi verranno risolti soltanto da un contratto vantaggioso per la scrittura di un’autobiografia, che però completerà solo nel giugno 1885, a un mese dalla morte, risollevando così le sorti di moglie e figli.

Nella prima metà del Novecento, con la crescita mediatica delle campagne elettorali, la maggior parte dei candidati alla massima carica verrà da famiglie prominenti e agiate, come nel caso dei Roosevelt e di Kennedy, oppure saranno persone con un cospicuo patrimonio personale a disposizione, come Herbert Hoover o Woodrow Wilson.

L’unica eccezione sarà Harry Truman, subentrato alla morte di Franklin Delano Roosevelt, che prenderà la decisione di sganciare due bombe su Hiroshima e Nagasaki e tenterà senza successo di rivitalizzare l’esperienza riformatrice del New Deal fallendo nel varare una riforma sanitaria basata sul pubblico. Una volta tornato alla sua casa di Independence, nel Missouri, si troverà a dover vivere soltanto con la sua magra pensione di veterano della prima guerra mondiale, pari a circa mille dollari odierni. Poco per sopravvivere. La sua rigida etica di matrice religiosa gli impedirà anche di accettare incarichi da parte di grandi aziende e di fare pubblicità ad alcuni prodotti commerciali, ma lo costringerà a barcamenarsi e a dover vendere alcune case.

Sembrava proprio che il “presidente accidentale” si trovasse a condividere il destino di Jefferson, ma la voce sulla sua precaria situazione economica nel 1958 arrivò alle orecchie del suo successore Dwight Eisenhower, che varò una norma per assegnargli una pensione vitalizia. L’unico ex presidente allora in vita, Herbert Hoover, che viveva in una lussuosa suite dell’Hotel Waldorf Astoria di New York grazie alle sue quote azionarie nel settore minerario, la accettò per non mettere in imbarazzo il suo collega. Ed è possibile che la precaria situazione debitoria dell’attuale presidente possa portarlo anche lui a dover vivere grazie a un vitalizio pubblico più che decoroso, ma estremamente scarso per chi aveva fatto credere a tutti di essere la persona più ricca ascesa alla presidenza nella storia americana.

Ma del resto, anche questo è un tratto che condivide con Thomas Jefferson. Insieme alla bulimia di scrittura. Solo che Jefferson scriveva lunghe lettere che contenevano disquisizioni su scienza, politica e religione. Trump invece passa il tempo a inventare nomignoli per gli avversari. Un po’ poco, per chi si era definito un “autentico genio stabile”.