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«Non siamo nazisti, leggiamo Kant»: breve storia del battaglione Azov

Nato dopo l'annessione della Crimea alla Russia, il gruppo aggregato all'esercito ucraino raccoglie neonazisti da tutta l'Europa. Il suo ruolo decisivo nella difesa contro l'invasione di Putin non può nascondere l'ambiguità di una divisione responsabile anche di massacri e torture

Foto di Celestino Arce/NurPhoto

Nei territori meridionali dell’Ucraina c’è un battaglione speciale che porta il nome del mare meno profondo del mondo: Azov. Duemila e cinquecento volontari, non solo ucraini, di dichiarata fede neofascista o neonazista che si battono al grido di «Smert’ Voroham!» (Morte al nemico!) sotto un simbolo che già si era visto nel ventesimo secolo: il Wolfsangel già adottato dalle unità militari delle SS tedesche durante l’invasione dell’Unione Sovietica. Sullo sfondo dello scudetto, oltre al giallo e al blu della bandiera ucraina, si nota pure lo «Schwarze Sonne», il sole nero fatto di svastiche eredità del misticismo hitleriano.

La presenza del Battaglione Azov nella difesa ucraina dall’invasione russa è uno dei filoni più oscuri della guerra scoppiata a fine febbraio e il suo ruolo viene, di volta in volta, ridimensionato o accresciuto a seconda della propaganda. Da un lato c’è chi ne minimizza la radice politica neonazista, ne descrive i soldati come eroici resistenti e dà spazio alle loro giustificazioni («Non siamo nazisti, leggiamo Kant» e «La svastica è un simbolo indiano», tanto per citare i due casi più noti), dall’altro invece si usa la storia del Battaglione per descrivere l’Ucraina come un paese sostanzialmente nazista. Naturalmente nessuna delle due cose è del tutto vera, ma, d’altra parte, si sa che dalle pieghe della guerra non viene fuori mai niente di buono e solo l’emergere di fatti incontestabili può aiutare a fare chiarezza su una situazione di enorme complessità come quella legata ai miliziani di Azov.

Per cercare di capire il motivo dell’esistenza di una simile banda bisogna partire da un secolo fa: dalla fine degli anni ’20 Stalin avviò una dura campagna repressiva in Ucraina che, tra le altre cose, fu una delle cause della grande carestia che si abbatté sul paese tra il 1932 e il 1933, causando milioni di morti. Quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, i sovietici si ritirarono da Leopoli, fu la Germania a favorire l’insediamento – o la restaurazione – dello Stato ucraino. Simbolo di quel periodo è Stepan Bandera, che giurò fedeltà a Hitler e ne sostenne, almeno in parte, i piani di espansione, rendendosi peraltro responsabile dello sterminio di 1.6 milioni di ebrei. I rapporti tra Bandera e il Reich però si guastarono in breve e la Germania finì con l’invadere la regione. Bandera venne deportato in un campo di conentramento e ne fu liberato prima della fine della guerra per andare a combattere contro l’Armata Rossa. Sopravvissuto, verrà ucciso solo nel 1959 a Monaco di Baviera da un agente del Kgb. La sua memoria in Ucraina è ancora oggi estremamente divisiva: onorato ufficialmente come eroe nazionale nel 2010 (con forte irritazione da parte dell’Unione Europea), in seguito il titolo gli fu revocato e, nell’agosto del 2019, il parlamento si è espresso contro un suo nuovo riconoscimento con voto decisivo del partito del presidente Volodymyr Zelensky. Se la controversa figura di Bandera è storicamente al centro di innumerevoli discussioni in Ucraina, è innegabile che esistano ampie porzioni della popolazione che lo ritengono un personaggio positivo, probabilmente più per il suo ruolo antisovietico che per la sua adesione al nazismo, ma i due piani tendono fatalmente a confondersi e una visione condivisa, sul punto, ancora non esiste. Ad ogni modo, i gruppi neonazisti vengono spesso apostrofati in maniera dispregiativa con il nomignolo di «banderovtsi», banderisti.

Prima della guerra, comunque, il Battaglione Azov era generalmente malvisto sia in patria sia dagli osservatori internazionali. Gli articoli degli anni passati che lo descrivono come un’enclave di esaltati neonazisti sono parecchi e già nel 2016 un rapporto dell’Osce indicava questi combattenti come responsabili di omicidi di massa, edificazione di fosse comuni e tortura. Anche Zelensky non li vedeva di buon occhio e, durante la sua campagna elettorale per le presidenziali del 2019, nei suoi discorsi molto moderati e pacificanti sulla situazione del Donbass aveva espresso forti perplessità al riguardo, tanto che a un certo punto sua moglie Olena venne schedata come «nemica dell’Ucraina» dal sito ultranazionalista Myrotvorests perché in qualche modo «avrebbe sostenuto i terroristi delle cosiddette repubbliche popolari di Donestk e Lugansk».

Riavvolgiamo il nastro: dopo Euromaidan, dopo la deposizione del presidente Viktor Yanukovich e dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, l’esercito ucraino era allo sbando: le diserzioni erano all’ordine del giorno e il nuovo governo decise così di servirsi di gruppi paramilitari soprattutto per provare a gestire la situazione nel Donbass. Con la regolarizzazione varata nell’aprile del 2014, quasi 12mila miliziani di estrazione varia vennero aggregati all’esercito regolare. Il Battaglione Azov nasce in questo contesto e, negli anni, si rende responsabile di azioni di vario genere, soprattutto combattendo contro le forze della filorussa Repubblica Popolare di Donestk. Nel settembre del 2014, per la prima volta, il nome del Battaglione Azov viene fuori grazie al segretario generale di Amnesty International Salil Shetty, che chiede formalmente all’allora primo ministro ucraino Arsenij Jacenjuk di occuparsi della questione e di porre un freno ai vari crimini di guerra commessi dai miliziani e opportunamente documentati. Il governo, come risposta, apre sì un’inchiesta ma nel giro di poche settimane giunge alla conclusione che non risultano ufficiali né soldati indagati tra quelli del Battaglione Azov.

Gli scontri in Donbass non si sono mai fermati dal 2014, la guerra civile ha prodotto circa 14.000 vittime sia tra le truppe ucraine sia tra quelle separatiste e il nome del Battaglione Azov è scivolato per anni nell’indifferenza insieme a tutta questa storia. Con l’invasione cominciata da Putin lo scorso 24 febbraio, però, ecco che torna anche la notorietà. E con lei le polemiche: il battaglione neonazista si distingue nella battaglia di Mariupol e in altre situazioni, e il 19 marzo Zelensky in persona consegna al comandante del Battaglione Denis Prokopenko con il titolo onorifico di Eroe dell’Ucraina con questa motivazione: «Per il coraggio personale e l’eroismo mostrato in difesa della sovranità statale e dell’integrità territoriale». Pochi giorni prima, sul quotidiano britannico Morning Star, il giornalista Steve Sweeney aveva raccontato come nella città di Charkiv fossero stati consegnati missili anticarro al Battaglione Azov da parte di un gruppo di istruttori della Nato.

Quando Vladimir Putin parla di «denazificare l’Ucraina» gran parte del suo pensiero è rivolto al Battaglione Azov e, mentre il conflitto si è quasi esclusivamente spostato intorno al Mar Nero, tutto appare pronto per la battaglia finale a Mariupol, dove i miliziani di Prokopenko sono asserragliati da giorni in un’acciaieria insieme a diversi civili. Parallelamente ai missili e agli scontri a fuoco è qui che, secondo gli analisti, si giocherà un pezzo molto grande della guerra di propaganda: diverse fonti riportano che Putin vorrebbe arrivare a una qualche conclusione del conflitto entro il 9 maggio – data in cui in Russia si celebra la vittoria sull’Asse nella Seconda Guerra Mondiale – e l’annientamento del Battaglione Azov potrebbe benissimo fungere da simbolo dell’annunciata «denazificazione». L’Ucraina e i suoi alleati, Stati Uniti e Regno Unito in testa, si trovano così nella condizione di dover sostenere le milizie neonaziste in chiave anti-russa. Un complicato rebus al centro del quale c’è il presidente Zelensky: russofono di origine, liberale di estrazione, trionfatore sulle macerie di una classe dirigente corrotta come quella del suo predecessore Poroshenko, ritenuto da più parti una pedina di Putin prima dello scoppio della guerra, l’ex attore comico divenuto leader di un paese invaso da settimane cerca di far convivere le necessità politiche del suo governo con le posizioni di ampi settori di apparato militare apertamente nazionalisti o peggio. Nei suoi discorsi pubblici, spesso sopra le righe ed eccessivamente enfatici nel sottolineare le mancanze vere o presunte della comunità internazionale, dobbiamo sempre tenere conto di questo dualismo: quando Zelensky parla ai paesi alleati si sta rivolgendo soprattutto al suo frammentatissimo fronte interno.