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“Non eravamo pronti” – intervista a un infermiere di un reparto COVID-19

Giancarlo Gennaro fa l’infermiere dal 1987. Ma nulla mai, prima d’ora, gli è sembrato spaventoso e catastrofico come il coronavirus

INA FASSBENDER/AFP via Getty Images

Giancarlo Gennaro fa l’infermiere dal 1987. Agli inizi della sua carriera, ha affrontato focolai di tubercolosi e di altre pericolose malattie infettive, e pensava di avere ormai esperienza di tutti i tipi di emergenza che potevano presentarsi. Ma nulla mai, prima d’ora, gli è sembrato spaventoso e catastrofico come il coronavirus. Da qualche giorno è finito in quarantena, perché ha cominciato ad accusare sintomi come febbre, tosse e dolori muscolari e ossei: ha dovuto interrompere improvvisamente il turno, dopo avere lavorato per un paio di settimane in due reparti Covid dell’ospedale di Chieri, in provincia di Torino.

Quando ha cominciato a lavorare con i contagiati, aveva già un’idea precisa di che cosa le sarebbe toccato?
Sono un infermiere di Medicina generale. In campo infettivologico, avevo affrontato piccole infezioni come la salmonella, che necessitano di un isolamento momentaneo, possibile anche in stanze con altri degenti. Nessuno di noi aveva esperienza di coronavirus: abbiamo dovuto imparare a vestirci con gli scafandri e a indossare tre paia di guanti: immaginate quanta sensibilità si perda, così. Quanto sia più difficile fare un prelievo. Abbiamo cominciato a lavorare con il timore e la paura: i pazienti avevano sintomi che non conoscevamo.

Molti sanitari sono stati contagiati, a loro volta.
Ci sono stati dati in dotazione i tutoni bianchi che avrete sicuramente visto in televisione. Li teniamo addosso per tutto il turno e spesso li passiamo ai colleghi dei turni successivi. Vengono disinfettati, ma nel intanto entrano in contatto con tanti pazienti. Inoltre, c’è stata una grande carenza di mascherine e ne sono state usate altre, rispetto a quelle che risultavano davvero utili. E ancora, i percorsi per portare i pazienti al reparto COVID erano comuni ad altri degenti. Non eravamo pronti. Eravamo a corto delle necessarie risorse umane e tecniche per affrontare l’emergenza, come ha fatto notare anche Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing Up. Per fortuna, adesso, le cose stanno migliorando.

Lei è in attesa di tampone. Le verrà fatto in quanto professionista sanitario?
No: mi verrà fatto in quanto cittadino che si è rivolto al medico di base dopo avere accusato i sintomi. In ospedale, il tampone viene fatto una volta cessati i sintomi, per permettere al dipendente di essere reintegrato al lavoro. Fra i colleghi che si sono occupati dei covid positivi, siamo in otto a presentare gli stessi sintomi.

Come è cambiato il vostro orario di lavoro?
I turni vengono assegnati di giorno in giorno. Si vive alla giornata, in base al numero di pazienti che vengono ricoverati e dimessi. La programmazione delle ferie è saltata, anche per l’estate, e sono state attivate le reperibilità per coprire gli accessi improvvisi.

Ha avuto paura?
Sì. Nel nostro lavoro si corrono normalmente rischi, ma nel reparto COVID si aggiunge il fatto di fronteggiare un virus che non si conosce e che non si sa come si comporterà, un nemico sconosciuto. Abbiamo anche il timore di portare il contagio fuori dall’ospedale: è facile commettere qualche minima distrazione, in momenti di grande stanchezza.

Come riuscite a gestire la tensione?
Ci siamo fatti coraggio tra noi, abbiamo fatto squadra, cercando di sdrammatizzare: in certi giorni, la tensione si tagliava con il coltello, e sono scappate alche urla e imprecazioni. Il carico è notevole e non sempre si riesce a stare dietro a tutto. Ma abbiamo scoperto di avere risorse importanti: i più anziani non si risparmiano e i giovani appena reclutati e assunti per coprire i turni stanno riuscendo a dare un enorme contributo.

Come riuscite a rapportarvi con le famiglie dei pazienti?
Il telefono non smette mai di suonare, durante il turno, mentre si fanno mille altre cose: i pazienti anziani o chi sta ventilando con il casco non riesce a comunicare, e i parenti ci chiedono notizie. Però, rispetto a prima, quando capitava di interfacciarsi con familiari aggressivi e prevenuti, adesso chi telefona è più comprensivo e gentile. Sa attendere, si scusa per il disturbo. Sarebbe un grande passo se questo atteggiamento continuasse.

Una volta tornati a casa, come fate a proteggere i vostri familiari?
Chi riesce, si divide: chi ha una seconda casa si è trasferito, e gli altri si auto-isolano in casa, cercando di limitare i contatti e utilizzando la mascherina. È quello che sto facendo io: cerco di stare distante dalla mia compagna, ed è una grande prova.

Un messaggio per chi si ostina a uscire?
Non ci siamo ancora. Diffidate di chi sottovaluta il virus. Non è un’influenza, altrimenti non avremmo reparti colmi di pazienti intubati o che devono ventilare. Fra loro ci sono anche cinquantenni: l’età dei malati si sta riducendo. Inviterei le persone che non rispettano il decreto a farsi un giro nei reparti. Non possono farlo, lo so, ma servirebbe: cambierebbero subito idea, ne sono certo.

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