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Non è un buon periodo per l’assistenza alimentare in Italia

Nelle scorse settimane, il Banco Alimentare ha dovuto ritardare la consegna delle derrate alimentari previste a causa dell’aumento dei prezzi: abbiamo intervistato il presidente della fondazione, Giovanni Bruno, per provare a capire cosa dobbiamo aspettarci dai mesi a venire

Foto di ANATOLII STEPANOV/AFP via Getty Images

Tra le conseguenze catastrofiche della guerra in Ucraina, impossibile non notarlo, c’è anche l’aumento dell’inflazione, soprattutto su energia e prodotti derivati dal grano. Ne stanno parlando tutti, ma come sempre le ripercussioni più pesanti le soffrirà chi già da prima viveva nell’indigenza: anche le strutture che si occupano di assistenza alimentare, infatti, stanno accusando il colpo. Un esempio è il Banco Alimentare, che rifornisce 7600 strutture caritative in tutta Italia e nelle scorse settimane ha dovuto ritardare la consegna delle derrate alimentari previste proprio in conseguenza dell’aumento dei prezzi.

«L’anno scorso abbiamo distribuito più di 120 mila tonnellate di cibo – dice a Rolling Stone Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus – ad oltre 1,7 milioni di persone assistite dalle realtà che riforniamo. Di questi viveri, 46mila tonnellate provengono dal recupero delle eccedenze della filiera alimentare e dal cibo confiscato (soprattutto pesce pescato illegalmente), 10mila tonnellate vengono dalle donazioni private e 70mila sono prodotti che arrivano dai programmi alimentari europei e dalla AGEA, l’ente italiano che si occupa di distribuire gli aiuti UE. I problemi riguardano soprattutto quest’ultima fetta di beni: «L’AGEA, infatti, per acquistare i prodotti indice dei bandi, ma questa volta le aziende che hanno partecipato si sono ad un certo punto ritirate perché nel frattempo i prezzi di prodotti come la pasta erano aumentati e a quel costo non poteva più essere garantita la quantità prevista. Questo ha comportato un breve blocco delle forniture; bisogna dire però che la situazione non è stata pesante per tutti: le realtà che aiutiamo sono molto variegate e, se alcune sono state messe in difficoltà, altre non se ne sono nemmeno accorte». Anche la struttura del banco Alimentare consente ampia autonomia ai Banchi delle singole regioni, in Italia ce ne sono 21, coordinati dalla Fondazione, quindi non sorprende che le situazioni siano molto diverse. Comunque il ripetersi di ritardi come questi può creare problemi, e l’aumento dei prezzi provocherà una contrazione di derrate alimentari a disposizione, il che è ancora più grave.

La crescita dei costi delle materie prime farà sì che, a parità di fondi ricevuti dai privati e dalla comunità europea, le forniture diminuiranno di circa un quarto «È chiaro – continua Bruno – che se i prezzi salgono del 20 – 25% con gli stessi fondi dell’anno precedente comprerò meno cibo. Certo che se l’inflazione non si ferma, ci sarà un’ulteriore diminuzione dei viveri nei prossimi mesi. Il Banco Alimentare, però, punta sul recupero del cibo, più che sull’acquisto e anche per questa attività i costi sono lievitati». Sarà probabilmente necessario aumentare i fondi per la lotta alla fame della Comunità europea se la situazione non migliorerà. Anche perché a costare di più non sono solo pasta, pane e altri generi alimentari, ma anche l’energia. A Fontevivo, in provincia di Parma, il Banco alimentare ha il suo più grande centro di stoccaggio, dove vengono raccolte soprattutto eccedenze e scarti della filiera alimentare e della grande distribuzione. La logistica, l’energia che alimenta le celle frigo e il trasporto di tutti questi viveri sono costati al deposito complessivamente il 75% in più quest’anno, fa sapere la Fondazione.

Al di là del caso Fontevivo, sempre il Banco Alimentare ha calcolato che in generale il costo di recupero e distribuzione di un pasto medio è passato da sette a dieci centesimi, un aumento del 43%. Anche per questo la Fondazione ha lanciato la campagna Donare di Gusto #WeCareToghether. «Per noi è importante disporre di risorse – dice ancora Bruno – perché i trasporti e l’energia hanno visto un’impennata dei costi. Al momento abbiamo scelto di non mobilitare energie con largo anticipo per una raccolta straordinaria di viveri (di solito la colletta è a novembre), ma siamo comunque preoccupati anche perché i poveri continuano ad aumentare».

Sempre secondo le stime della Fondazione Banco Alimentare, nel 2021 gli assistiti erano 120mila in più rispetto all’anno precedente e da quest’anno si è visto un ulteriore aumento, dovuto alla guerra in Ucraina e il conseguente arrivo dei rifugiati: «L’impatto dovuto alla crisi ucraina c’è stato – continua Bruno – calcoliamo un incremento di 35mila assistiti solo nel primo mese di guerra. La maggior parte delle persone arrivate si sono rivolte ai familiari o conoscenti già da tempo in Italia, ma dopo le prime settimane, in molti hanno chiesto una mano: del resto, mantenere tre o quattro persone in più per lungo tempo non è sempre facile. Inoltre da subito ci siamo attivati per sostenere la Fondazione Europea dei Banchi Alimentari, che ha promosso una raccolta fondi destinati al Banco con sede in Ucraina, finché è stato possibile, e poi per quelli di Moldavia, Polonia e Romania, i Paesi confinanti che hanno affrontato il maggior numero di arrivi».

Tutto ciò mette ancora più sotto pressione un sistema che, nonostante faccia beneficenza, deve sobbarcarsi dei costi che stanno diventando troppo alti, e si spera che questo non significherà una progressiva riduzione del servizio.