«Non abbiamo più una casa, un lavoro, niente». Il viaggio delle donne in fuga dall’Ucraina | Rolling Stone Italia
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«Non abbiamo più una casa, un lavoro, niente». Il viaggio delle donne in fuga dall’Ucraina

Abbiamo trascorso una giornata con alcune profughe ucraine che hanno attraversato il confine con la Polonia per raggiungere Roma, alla ricerca di un nuovo punto di partenza

Foto di Murat Saka via Getty Images

La prima a scendere dal pullman, dopo sua madre, è una bambina con giubbotto e cappellino. Saltella, si guarda un po’ intorno, poi incrocia lo sguardo di un’altra donna: è sua nonna. Le corre incontro e la abbraccia, poi si fa sistemare il cappello. Finalmente il viaggio è finito. Alla stazione degli autobus di Roma Ostiense si parla ucraino.

È arrivato uno dei primi pullman carichi di persone in fuga dalla guerra. Sono quasi tutte donne, spesso giovani e con figli piccoli. Il loro è stato un viaggio lungo due giorni. Sono partite da Leopoli, dove in questi giorni si stanno dirigendo migliaia di sfollati ucraini: hanno attraversato il confine con la Polonia e sono arrivate a destinazione, a Roma. Ad aspettarle, nella rotonda che affianca la stazione, ci sono una decina di macchine sparse, parcheggiate in paziente attesa. Sono genitori, familiari, amici. Tra loro c’è anche Alina.

Sul pullman viaggiano sua figlia e i suoi nipotini di 4 e 10 anni. Ha il cuore spezzato, dice. D’ora in poi insieme al marito dovrà occuparsi lei dei bambini. «Mia figlia ha deciso di tornare in Ucraina, dove è rimasto il suo compagno per partecipare alle ronde in città e dove c’è anche la nonna anziana, troppo debole per affrontare un viaggio così lungo». È una guerra insopportabile per lei, arrivata in Italia quando aveva 33 anni, con un pezzo di famiglia ancora in Ucraina e alcuni parenti in Russia. «Questa storia che siamo razzisti, che ci odiamo a vicenda, è una bugia. Mi si spezza il cuore per mia figlia, mi si spezza il cuore per i miei nipoti, ma mi si spezza il cuore anche per quei poveri soldati russi, anche loro hanno paura e non la vogliono, questa guerra».

Sono già 660mila le persone che hanno lasciato l’Ucraina per rifugiarsi nei paesi vicini o per ricongiungersi con i parenti sparsi in Europa, secondo le stime dell’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. È una cifra destinata a crescere e l’Italia potrebbe essere un punto di riferimento per chi cerca di salvarsi. Nel nostro Paese infatti è presente la comunità ucraina più grande dell’Europa occidentale, con circa 240 mila persone, secondo le stime del Ministero degli Interni. Da lunedì il Comune di Roma ha attivato una task-force per l’accoglienza che coinvolge il Campidoglio, la Prefettura e le associazioni di volontariato disponibili. Ma la solidarietà spontanea si muove più in fretta delle istituzioni. Così la comunità ucraina a Roma si è organizzata con auto private e alcuni pullman per fare la staffetta Roma-Leopoli. In una direzione viaggiano donne e bambini per mettersi in salvo. Nella direzione opposta viaggiano cibo e medicinali, insieme a chi in Ucraina ci vuole tornare.

Come la figlia di Alina: «Non possiamo scappare tutti, chi resta deve combattere per difendere la nostra casa», racconta in ucraino. «In guerra i bambini sono un freno, se non fosse per loro anche noi donne resteremmo a fare la nostra parte. Ma loro vanno messi in salvo, per questo scappiamo». Dal pullman scende anche Olga, ha 28 anni. Viaggia con sua madre e con il suo violino. Suo padre è a Kiev a combattere e non lo sente da quando è partita. A Leopoli era una maestra delle elementari, sa parlare ucraino e inglese, poco italiano. Ora dovrà cercare un lavoro nuovo. A Roma le aspetta un amico di famiglia, staranno da lui. Almeno per questi primi tempi, dicono. «Speriamo di tornare presto a casa, ma per fermare questa guerra dobbiamo metterci tutti insieme, dobbiamo stare uniti. Se durerà a lungo non sapremo cosa fare. Non abbiamo più una casa, un lavoro, niente». Quello che è rimasto e che sono riuscite a mettere in salvo è entrato in due valigie e una borsa per il violino. Non tutte però hanno qualcuno da cui andare. Come Anastasia, arrivata a Roma con il figlio di pochi mesi – la culla è la prima cosa che ha tirato fuori dal vano bagagli del pullman. «Due giorni di viaggio per un neonato non sono semplici», racconta. Per lei e per le altre nella sua condizione c’è un posto nel monastero ucraino di Castel Gandolfo, alle porte di Roma. Lo gestisce don Orest, anche lui appena tornato dal confine tra Polonia e Ucraina.

Irina, infine, ha 24 anni, lei sul pullman non c’è. «È rimasta a Leopoli e non ne vuole sapere di tornare». A raccontarlo è sua madre, Alina, una delle volontarie che si stanno occupando della staffetta di aiuti, partenze e arrivi dall’Ucraina. Vive in Italia da anni, a Roma ha tre negozi che si sono trasformati in punti di raccolta di generi alimentari e medicinali. Il suo cellulare squilla in continuazione, lei risponde in ucraino, dà indicazioni, coordina, rassicura. «A Leopoli ho anche mio fratello, ma il dolore più grande è per mia figlia. Adesso sta aiutando i giornalisti che arrivano in città, dà una mano con la lingua perché parla bene ucraino, inglese e italiano». C’è preoccupazione nella voce e nelle lacrime di Alina, che si lascia andare solo pochi secondi prima di riprendere a organizzare l’accoglienza. Ma c’è anche un po’ di orgoglio per la scelta di Irina. Anche se ogni giorno, dice, alla stazione dei bus spera di vedere sua figlia scendere da quel pullman.

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