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Non abbiamo mai capito Angela Merkel

Con le nuove elezioni tedesche, finisce l'era della donna che ha definito gli ultimi 16 anni di politica Europea. E che lascia un vuoto enorme, ma anche un grande esempio da seguire

È arrivato alla fine il “regno” di Angela Merkel in Germania. Normale che si usi quella parola, “regno”, per indicare il dominio politico incontrastato in patria e all’estero costruito da quella che è stata probabilmente la figura più importante e insieme invisibile degli ultimi 16 anni di politica europea. 16 anni di una donna forte al comando con buona pace degli uomini; di un’Europa in cui, per dirla in maniera spicciola, non si è mossa foglia che Angela non voglia. Anni che Merkel ha vissuto sempre molto abbottonata, lei che è priva dell’arte oratoria dei politici di razza e della capacità di entusiasmare le folle, ma anche sempre concreta e in grado di trasmettere sicurezza anche nei momenti di maggiore caos.

Nata ad Amburgo, in Germania ovest, ma crescita nella vecchia DDR dopo il trasferimento del padre, teologo e pastore protestante, Angela Dorothea Kasner ha studiato Chimica, è stata coinvolta nel movimento democratico dopo la caduta del Muro di Berlino, ha cominciato a fare politica giovanissima, diventando ministra a poco più di 30 anni. Allora usava già il cognome Merkel, quello del primo marito, nonostante il matrimonio sia durato poco.

Il tratto che l’ha resa celebre è la sua riservatezza nella sfera privata, la sua capacità di restare in disparte. Mentre i vari Sarkozy, Bush e Berlusconi cercavano il sorriso migliore per le foto di gruppo, lei era lì, distante ma consapevole della propria forza. È qualcosa che si è portata con sé dalla sua gioventù nella DDR, un insegnamento che ha fatto la sua forza in politica, come ha ammesso lei stessa: “Sì, è stato un grande vantaggio dei tempi della DDR aver imparato a tacere. Allora era una strategia di sopravvivenza, ma lo è anche oggi”.

È così che si può riassumere la sua carriera politica: dove gli altri crollavano lei stava in piedi, in silenzio e pronta a rimboccarsi le maniche. Succede la prima volta che entra a far parte della CDU, sotto la allora guida dell’avvocato Wolfgang Schnur, che punta su di lei. Schnur crolla, si scopre che per anni era stato una spia della Stasi, ma Merkel rimane in piedi e passa nelle grazie di Lothar de Maiziere, il nuovo premier della DDR, che la fa portavoce del governo.

Nel 1990 entra in Parlamento. È diventata già la protetta di quello che sarà il suo padre politico, e che lei non avrà remore a tradire come figlia, il leader indiscusso della CDU Helmut Kohl: a 36 anni è già ministra delle Donne e della Gioventù. 1994, vittoria della CDU alle elezioni, Merkel diventa ministra dell’Ambiente.

Nel 1999, un terremoto politico senza precedenti nella nuova democrazia tedesca lancia definitivamente la sua carriera. Il tesoriere della CDU viene arrestato per aver intascato un assegno da un milione di marchi. E dimostra che non erano per lui, ma per Helmut Kohl, il leader del partito, il primo ministro, il padre della riunificazione della Germania. Mentre il partito e il Paese sono sotto shock, Merkel reagisce: scrive un editoriale sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung chiedendo al partito di camminare sulle sue gambe, avvia una guerra civile dentro la CDU, vince, quelle gambe saranno da quel momento in poi le sue.

È così che Angela Merkel si è presa il partito e con il partito, la Germania. Nel 2005 diventa Cancelliera, la prima donna a occupare quel posto nella storia tedesca. Da quel momento ha la prima e l’ultima parola in Europa: attraversa la Grande crisi tenendo saldamente le redini dell’Eurozona, non mostra nessuna emozione di fronte al tracollo della Grecia, ma dà lezioni di umanità di fronte alla crisi migratoria scatenata dalla guerra civile siriana. Umanità, sì: come quando, durante la pandemia, in una delle sue rarissime conferenze stampa ha pregato quasi in lacrime i tedeschi di non uscire di casa per evitare il contagio.

Il vuoto che lascia nella politica tedesca è incolmabile – né nella CDU né nella SPD c’è una figura anche solo lontanamente paragonabile che possa raccoglierne l’eredità. Ma lascia anche un esempio importantissimo: una donna riservata, amante tanto dell’opera lirica quanto del calcio, elegante, sobria perché consapevole del suo ruolo. Una donna che con intelligenza, senso del dovere, senso pratico, capacità organizzative e serietà ha tenuto in piedi l’Europa in alcuni dei suoi periodi più difficili. Un esempio, sì: un esempio di come si fa politica, di come la si faceva una volta e di come si dovrebbe tornare a farla.

Per molti italiani, nel decennio della crisi la Germania è diventata qualcosa di simile a un mostro, a un regime oppressivo, a un nuovo nazismo che domina l’Europa tramite l’euro invece che con i carri armati. Merkel è stata paragonata a Hitler, ci sono meme che la mostrano con il classico baffetto. Eppure la Cancelliera ha sempre avuto un ottimo rapporto con l’Italia: da anni viene in vacanza qui, si è schierata con la linea di Giuseppe Conte durante la pandemia contro il blocco dei “Paesi frugali”. Una contraddizione che fa vedere quanto poco Angela Merkel sia stata capita, nonostante per 16 anni abbia dominato la politica continentale.