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Noa, sappiamo distinguere tra suicidio ed eutanasia?

Il caso di una diciassettenne olandese (vittima di violenze) che si è lasciata morire ha acceso in Italia un dibattito fatto di fake news su eutanasia ed etica della vita. Marco Cappato ci spiega perché è tutto sbagliato e strumentale

“Colpisce tanta determinazione, così mal riposta”. “Se lei ha davvero vinto la sua battaglia, noi abbiamo perso la nostra”. Sono alcuni dei passaggi dell’articolo che uno dei principali quotidiani italiani ha dedicato sulla sua edizione cartacea alla vicenda di Noa Pothoven, diciassettenne olandese morta domenica dopo aver smesso di mangiare e bere. Con qualche giorno di ritardo la sua tragica storia è diventata il centro del dibattito nel nostro Paese. Con tante, troppe storture.

I fatti, a grandi linee. Quando era bambina, Noa aveva subito molestie e violenze sessuali, da lì era caduta in depressione e aveva iniziato ad avere problemi di anoressia. Aveva raccontato la sua storia in un’autobiografia, Vincere o imparare, scritta “per aiutare altri giovani come me”. Abbiamo provato a contattare il suo editore, che così ha risposto alla nostra richiesta di un’intervista: «Al momento non possiamo rilasciare dichiarazioni. La situazione è, come capirai, molto delicata».

Noa è morta tre giorni fa nella sua casa di Arnhem. Sui quotidiani del suo Paese l’episodio non ha avuto particolare risalto, in ogni caso l’eco si è già attutito. Diverso il discorso per l’Italia, dove molti si sono sentiti in dovere di commentare l’accaduto. Spesso sulla base di ricostruzioni non del tutto corrette (a essere generosi). Ieri quasi tutti gli articoli sulla storia della giovane sostenevano come si trattasse di un caso (choc) di eutanasia. E ci spiegavano che in Olanda può essere concessa dai 12 anni in su, dietro la certificazione di un medico e (fino ai 16 anni) dei genitori. Motivo ritenuto sufficiente da alcuni per condurre una battaglia di civiltà, contro “quell’Europa che ha smesso di difendere la vita” (cit. Giorgia Meloni).

Peccato che le cose non sono andate proprio così. «Chi si fosse informato tramite il racconto mediatico fatto in Italia, avrebbe capito che si trattava di un caso di eutanasia autorizzato dallo Stato olandese. Del tutto falso», spiega Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, da sempre in prima fila per dare all’Italia una vera legge sull’eutanasia.

Per scoprire la verità, come ha fatto Cappato o la giornalista Naomi O’Leary, basta leggere la stampa olandese. «Cioè che non è stata data nessuna autorizzazione all’eutanasia e non c’è stata nessuna “iniezione letale”, il metodo che si utilizza in questi casi. Anzi, come ha scritto nel suo libro la stessa Noa, le era stata rifiutata la pratica a suo tempo, e rimandata a quando avrebbe compiuto 21 anni. Fino ad allora avrebbe dovuto sottoporsi a trattamenti psichiatrici».

In queste ore alcune testate e commentatori stanno un po’ correggendo il tiro, dopo alcune segnalazioni via stampa. Ma la parola eutanasia, del tutto fuorviante, continua a campeggiare su siti e post social. «Bisogna parlare di suicidio assistito», aggiunge Cappato. «Noa è morta nel suo letto, in camera sua. Probabilmente sono state usate cure palliative per lenire la sua sofferenza, ma questo non significa che il decesso sia avvenuto durante (o come conseguenza di) un trattamento medico».

La stessa cosa potrebbe accadere anche in Italia, dove ora ci si indigna. «Nemmeno da noi si possono imporre nutrizione e idratazione, a meno che non si tratti di una persona incapace di intendere e volere. In quel caso potrebbe essere disposto un trattamento sanitario obbligatorio. Un conto è lo stop a cibo e acqua, un conto le conseguenza di un simile atto. In caso una persona vada in blocco renale, ad esempio, un medico potrebbe disporre una cura per lenire il suo dolore. La stessa cosa che, da quanto si legge, potrebbe essere accaduta a Noa».

Eppure, basandosi su informazioni del tutto false, molti continuano con i loro giudizi etici. «Il dramma umano di Noa e la difficoltà di una decisione come quella che ha preso meriterebbero ben altro rispetto», conclude Cappato. «Sempre più spesso le sofferenza psichiche possono essere curate, ma non sempre è possibile. In Olanda come da noi. Alcuni si tolgono la vita da soli, nei più vari modi, altri ricorrono al suicidio assistito. Di questo stiamo parlando, e le strumentalizzazioni politiche non aiutano».

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