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Nell’Italia del 2020 esistono dei “cimiteri dei feti” per le donne che abortiscono

Dopo un aborto, una giovane donna di Roma ha scoperto che in un "cimitero dei feti" c'è una croce col suo nome dove è stato sepolto - a sua insaputa - il suo feto

Foto via Facebook

Lo scorso 28 settembre, tramite un post su Facebook, una giovane donna romana ha mostrato la tomba di suo figlio—nato morto alcuni mesi fa per una interruzione terapeutica di gravidanza—allocata nel Giardino degli Angeli del cimitero Flaminio. Una croce di legno e una targhetta, su cui qualcuno, con un pennarello bianco, ha scritto la data dell’interruzione di gravidanza, e il nome della madre.

La donna non aveva mai dato il consenso per la sepoltura, né per le modalità attraverso cui è avvenuta. Il personale della struttura in cui si era sottoposta all’interruzione di gravidanza le aveva chiesto se voleva occuparsi personalmente delle esequie del feto, e lei, per motivi del tutto personali e verso cui bisognerebbe mostrare il massimo rispetto, aveva deciso di delegare la pratica all’ospedale. Sette mesi dopo, effettuando una ricerca, ha scoperto che suo figlio era stato seppellito in uno di quegli spazi cimiteriali che i movimenti Pro Vita definiscono “per bambini mai nati”, con una croce cristiana e con il suo nome in bella vista, senza che nessuno avesse chiesto il suo permesso.

Quando una gravidanza viene interrotta, per volontà o motivi terapautici, prima della 20esima settimana, infatti, allo smaltimento del feto deve pensare l’ospedale. Dopo la 20esima settimana però, la donna o la famiglia possono scegliere di occuparsi personalmente del funerale, o delegare la struttura. Se si sceglie quest’ultima eventualità, i feti vengono messi in casse anonime, e portati in un “cimitero dei feti” (ce ne sono diversi in molte città italiane). Nel caso di Roma, al cimitero Flaminio, dove AMA – Cimiteri Capitolini, pianta una croce cristiana, e appone la targa con il nome della madre.

“L’impressione – scrive Jennifer Guerra The Vision – è infatti che queste aree, costruite all’interno dei cimiteri comunali, non facciano grande notizia perché la legge prevede che i feti possano essere seppelliti (e dopo la ventesima settimana di età intrauterina si tratta di un obbligo) e quindi non c’è niente di strano nel fatto che esistano luoghi dedicati a questo scopo, anzi. Il problema, come nel caso di Roma, è quando ciò avviene senza la consapevolezza dei parenti e, soprattutto, delle donne. In alcuni comuni, come ad esempio a Cagliari, Torri di Quartesolo (in provincia di Vicenza) e Borgosesia, feti e ‘prodotti del concepimento’ vengono seppelliti in ogni caso, anche senza che i genitori vengano informati.”

Se una donna subisce un aborto dopo la 20esima settimana, insomma, e delega l’ospedale ad effettuare le esequie, non ha alcuna possibilità di scelta su come avverrà la sepoltura: con un simbolo religioso cristiano, e con il suo nome scritto sulla targa (a meno che non specifichi che vuole rimanere anonima, ma dal racconto della donna romana sembra che nessuno le abbia accennato a questa eventualità).

“A questo punto – scrive la madre nel post – mi sembrano ovvie le riflessioni su quanto sia tutto scandalosamente assurdo, su quanto la mia privacy sia stata violata, su quanto affermare che ‘ci pensa il comune per beneficenza’ abbia in qualche modo voluto comunicare ‘l’hai abbandonato e ci pensiamo noi’…. Ecco … Potrei dilungarmi sulla rabbia e l’angoscia che mi ha provocato vedere che senza il mio consenso, altri abbiano seppellito mio figlio con una croce, simbolo cristiano, che non mi appartiene e con scritto il mio nome. No. Non lo faccio perché il disagio emotivo che mi ha travolto riguarda me e solo me. Il campo in questione del cimitero Flaminio è pieno di croci con nomi e cognomi femminili. Questo é accaduto a Roma. Questo é accaduto a me.”

Quale che sia la vostra opinione riguardo all’aborto, o la vostra fede religiosa, cercate di fare un esercizio di astrazione. Mettetevi nei panni di questa donna: la sua privacy e la sua dignità, sono state totalmente ignorate. Non ha avuto alcun controllo su quello che è avvenuto, presumibilmente in un momento di fragilità e confusione.

Il suo post ha generato un dibattito acceso e giustamente indignato: nel 2020 l’Italia rimane ancora un paese in cui l’aborto produce sistematicamente effetti stigmatizzanti e umilianti per le donne. Che vanno a ledere la vita privata, l’autonomia di scelta, e anche le proprie credenze.

Le modalità concatenate con cui è avvenuto questo episodio, ci fanno capire bene quanto sia prevaricante un certo sentimento catto-oltranzista nelle dinamiche sociali della nostra democrazia. Questa burocratizzazione della sepoltura dei feti ha un orientamento ben preciso (perché la croce? perché non far scegliere alle madri, secondo il proprio credo?), e anche una inquietante tinta di sottofondo. Quel nome scritto a pennarello, senza consenso, che significato può avere? Anche quando non si tratta di aborto voluto – per cui la demonizzazione, e gli ostacoli sono di default – una madre si trova comunque a dover subire questo processo.

Si tratta di una situazione lacunosa in cui a dover intervenire è lo Stato, a tutela del proprio laicismo, e del diritto alla salute, e alla libertà, dei propri cittadini. La pratica del seppellimento dei feti, e le rivendicazioni retoriche che i movimenti anti-abortisti ci ricamano sopra, sono realtà a cui deve essere messo un freno in modo istituzionale.