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Nella storia dell’ospedale di Crotone c’è tutto il dramma della sanità calabrese

Durante la prima fase della pandemia la sanità calabrese ha rischiato il collasso. Manca il personale, mancano le strutture e quelle che ci sono sono chiuse. Abbiamo chiesto ad alcuni medici e funzionari di spiegarci il perché

Foto di Dioniso Gallo

L’appello di Roger Waters per la riapertura dell’ospedale di Cariati ha riportato alla ribalta la situazione degli ospedali in Calabria, terra che durante la pandemia, almeno nella fase più profonda, è andata davvero vicino al collasso. Non ci sono ospedali, appunto, mancano le strutture, mancano i pronto soccorsi, e le strutture che ci sono sono inspiegabilmente chiuse. In più c’è stata la vicenda ridicola del vortice dei commissari alla sanità: nominati e subito dopo travolti dagli scandali o sorpresi a dichiarare che l’uso delle mascherine era inutile, e costretti alle dimissioni. Un anno dopo, con la pandemia ancora presente, i problemi della Calabria restano e le forze per affrontarli sono sempre meno. E chi in Calabria ci vive deve affrontare non solo la malattia ma anche la mancanza di assistenza assistenza sanitaria adeguata.

È difficile la Calabria, vero. Territorio che non è mai stato considerato dai politici, se non per poi ricordarsene durante le tornate elettorali. Appunto non ci sono ospedali, o meglio ci sono ma vengono tenuti chiusi: quello di Cariati ad esempio sarebbe una soluzione più che auspicabile, e un pronto soccorso in una cittadina rinomata a livello turistico come Cirò Marina dovrebbe essere una priorità visto che per tutta la provincia di Crotone – 175mila abitanti – c’è solo una struttura: l’ospedale San Giovanni di Dio, che deve farsi carico anche del più grande centro di accoglienza per migranti che abbiamo in Italia, quello di Isola Capo Rizzuto. 

Ma c’è un problema ancora più grande: manca il personale. Non meno di un mese fa su una vetrata del pronto soccorso di Crotone appariva un cartello con su scritto “ no ortopedici, no otorini”, ovvero farsi male di notte era diventato un lusso. “Quasi  tutti i reparti degli ospedali hanno grave carenza di medici: gli avvisi pubblici e i concorsi si fanno ma vanno deserti, oppure chi partecipa ed è inserito in graduatoria poi non accetta. Nel dipartimento che dirigo mancano circa 25 medici. La carenza di personale costringe gli operatori sanitari a un numero esagerato di notti, con il ormai famoso burnout in agguato e tutto quello che ne consegue”, racconta a Rolling Stone il dott. Dioniso Gallo, direttore dei reparti di rianimazione, anestesia, pronto soccorso e medicina d’urgenza a Crotone. 

L’ospedale è sovraccarico. “L’ospedale di Crotone serve un bacino di utenza di circa 180mila persone che nel periodo estivo  e durante le feste aumenta di circa il 50%. Al pronto soccorso accedono circa 50mila persone ogni anno, un numero enorme”. E dobbiamo tenere conto anche di una cosa molto importante: ovvero che Crotone, in località Sant’Anna, ospita il campo profughi più grande d’Italia. “Il campo profughi che si trova in località Sant’Anna ha come terminale il pronto soccorso che si fa carico di queste persone una volta che il medico che è di guardia nel campo decide di inviare il soggetto all’ospedale”. La pandemia ha reso ancora più difficile la situazione ospedaliera. “Il Covid ha stravolto completamente tutto, si sono spostati e accorpati reparti, con un’ulteriore riduzione dei posti letto. Insomma i posti disponibili per i pazienti normali è diventato sempre più basso”.

Non è quindi solo Roger Waters a chiedere la riapertura dell’ospedale di Cariati, ma sono in primis gli stessi medici. “La riapertura dell’ospedale di Cariati sarebbe ossigeno per l’ospedale di Crotone, perché contribuirebbe a migliorare la risposta ai pazienti drenando una parte di popolazione”. Anche perché l’ospedale di Crotone, inaugurato nel 1972, comincia a sentire i segni del tempo: è stato costruito con criteri desueti, ormai è obsoleto e di volta in volta si fanno interventi per tenerlo in piedi che non sono mai esaustivi. Ci sarebbe bisogno di un nuovo ospedale, sostanzialmente. 

Ma appunto, un altro tasto dolente è quello del personale. Gli infermieri soprattutto sono saliti alla ribalta grazie alla pandemia: tutti ora si sono accorti di cosa fanno e di quanto sono importanti, e sono stati la categoria di operatori sanitari più colpita dal Covid, perdendo o rischiando la vita – anche a Crotone. Giuseppe Diano, coordinatore infermieristico al pronto soccorso di Crotone, ha vissuto quel dramma sulla propria pelle. “La mia esperienza con il Covid è stata drammatica: ha cambiato mia vita e quella della mia famiglia. Mi sono ammalato di Covid nel marzo del 2020, sono stato ricoverato, è un periodo di cui ho ben pochi ricordi. Il 23 marzo, visto il precipitare delle condizioni cliniche, sono stato intubato e trasferito a Catanzaro, dove sono riusciti a strapparmi alla morte. Sono rimasto in rianimazione fino ad aprile, poi sono stato operato d’urgenza di colecistectomia. Sono stato dimesso il 10 giugno e allora, leggendo la cartella clinica, ho capito la portata della situazione: 100 ore di pronazione, 40 trasfusioni, 30 emofiltrazioni, e la situazione complicata da uno shock settico”.

Il pronto soccorso di Crotone, quello dove lavora Diano, è stato più volte attaccato sulla stampa – tramite le testimonianze di pazienti insoddisfatti per essere stati tenuti ore e ore su una barella in sala d’attesa. “È da considerare che oggi svolgiamo la nostra attività di pronto soccorso in locali provvisori, che abbiamo visto la diminuzione dei posti letto e quindi è ovvio che i pazienti debbano stare di più in pronto soccorso. Forse sarebbe meglio che chi scrive sulla sanità calabrese fosse più costruttivo”. 

Cosa voglia dire invece dover gestire la sanità calabrese ce lo dice Domenico Sperlì, commissario dell’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) di Crotone. “È vero che il momento attuale è pieno di criticità ma in realtà è anche dovuto ad un depotenziamento dei servizi avvenuto negli anni di questo ospedale”, spiega a Rolling Stone. “Nonostante questo ci sono anche situazioni che noi stiamo affrontando come azienda sanitaria. Stiamo cantierizzando i lavori sia del pronto soccorso, che comprende anche l’aria destinata al pronto soccorso Covid, un progetto diretto dalla struttura commissariale allora diretta dall’ex commissario Arcuri e oggi dal generale Figliuolo. Stiamo procedendo alla riorganizzazione. Riorganizzazione il sistema unico di prenotazione, per affrontare il problema delle liste di attesa”.

Con le ultime elezioni regionali, però, il presidente della regione Calabria è cambiato. Ora c’è Occhiuto, che a breve dovrà riconfermare o cambiare i vertici dell’azienda crotonese, e non tutti sono disposti a prendersi questo incarico.  “Dal primo momento che ho ricevuto l’incarico ho accettato con grande impegno e non mi sono tirato indietro. Anzi. Se il presidente Occhiuto dovesse riconfermarmi io continuerò a portare avanti il mio lavoro”. 

“Sono arrivato qui quando Emergency era alla fine della sua esperienza in Calabria”, racconta Sperlì. “Nonostante tutto siamo riusciti con una riorganizzazione dei servizi ad ottenere di poter assistere tutti i pazienti malati di Covid. Ci sono progettualità che sono state già approvate, come l’ammodernamento tecnologico, per l’acquisto di attrezzature che sono all’avanguardia rispetto a quelle attuali, che in alcuni casi sono anche usurate e che non possiamo più accettare che vengano utilizzate in un presidio ospedaliero. Attendiamo solo che arrivino i finanziamenti”.  

Ma, come sempre accade in Calabria, prima scoppia un polverone e poi la polvere viene nascosta sotto il tappeto, lasciando la regione a dover far conto sulle proprie forze.