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Nella politica americana non ci sono più le dinastie

Joe Kennedy III ha perso le primarie per il Senato in Massachusetts. È la testimonianza del declino di influenza della famiglia Kennedy e in generale di un cambiamento importante nel sistema politico americano: la fine delle dinastie

Allison Dinner/Getty Images

Un Kennedy che perde le primarie, in Massachusetts. Joe Kennedy III ha dovuto gettare la spugna contro il senatore uscente Ed Markey, per anni deputato scarsamente mediatico dell’ala progressista dei democratici e di recente alleato chiave al Senato di Alexandria Ocasio-Cortez nella promozione del Green New Deal. I commentatori vedono in questa  la fine della famiglia reale americana, ma da molto tempo erano in crisi sia la loro influenza sia il concetto di dinastia. 

La nascita degli Stati Uniti è legata inestricabilmente alla forma repubblicana dello Stato: però nel 1787, quando viene siglata la Costituzione, i modelli repubblicani erano pochi. Non ci si poteva certo rifare alle deboli repubbliche aristocratiche italiane. Ma bisognava assolutamente evitare quanto successo in Inghilterra nel 1642: che una repubblica diventasse tirannica con tratti monarchici, con i discendenti del dittatore in lizza per succedergli. Fu anche questo uno dei motivi per cui la scelta del primo presidente cadde sul generale George Washington. Non soltanto il comandante vittorioso della guerra contro i britannici era conosciuto per la sua onestà e il suo equilibrio, ma anche per essere sterile. Quindi nessun rischio dinastico.

Ma questo non è bastato per evitare che, ad esempio, pur mantenendo la forma repubblicana, già il suo successore John Adams, eletto nel 1796, abbia creato la sua piccola famiglia politica. Suo figlio John Quincy sarebbe stato eletto presidente nel 1824, dopo essere stato prima ambasciatore nei Paesi Bassi, senatore e segretario di Stato, mentre il nipote Charles Francis Adams sarebbe diventato ambasciatore a Londra negli anni della guerra civile. L’influenza della famiglia si è affievolita, ma ancora nel 2017 John Donley Adams era candidato per i repubblicani per la carica di procuratore generale della Virginia.

Ma nell’immaginario sono i Kennedy la dinastia politica americana. Incredibile, se pensiamo che solo un loro esponente è stato presidente e per poco meno di tre anni. Mentre anche altre famiglie oggi sconosciute come gli Harrison possono contare su ben due presidenti (William Henry, morto nel 1841 di polmonite dopo solo un mese in carica, e il nipote Benjamin, inquilino della Casa Bianca dal 1889 al 1893), i Kennedy sono diventati famosi oltre misura come la famiglia reale americana, per varie ragioni. Intanto la numerosità: miriadi di esponenti diffusi ormai in quasi tutte le aree del Paese, dalla California allo stato di New York passando per l’Illinois oltreché naturalmente al nativo Massachusetts. Poi il gossip: le amanti del presidente John Fitzgerald Kennedy, insieme a quelle di Bobby e di Ted. L’epica morte di JFK, assassinato in circostanze mai completamente chiarite (anche se la tesi più probabile è che il killer abbia agito da solo, così come fece il potenziale assassino di Reagan nel 1981). La frase della vedova Jacqueline sulla “corte di Camelot”. Tutti elementi che nell’immaginario popolare hanno fatto aumentare a dismisura questo mito. Eppure le leggi sull’assistenza sanitaria e sulla fine legale della segregazione le portò a compimento il suo successore Lyndon Johnson. Quindi i suoi risultati sono stati deboli.

Ma forse più di tutto contribuì al suo successo duraturo la retorica dei suoi discorsi, che aveva ben pochi eguali. Frasi effetto come “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo Paese” sono entrate nell’immaginario collettivo e hanno scolpito l’immagine di un presidente che incarnava un’immagine dell’America come faro del mondo per quanto riguarda la difesa della libertà e della democrazia. E poco importa che nel Vietnam del Sud fu l’artefice di un cruento golpe che abbattè il presidente Ngo Dinh Diem il 2 novembre 1963, pochi giorni prima della morte.

Ma l’influenza reale ed effettiva della famiglia era in declino da tempo. Nel 1968 Bobby avrebbe vinto le primarie democratiche, non fosse stato assassinato a giugno. Ted invece, senatore nel seggio del defunto fratello presidente, invece tentò di sfidare nel 1980 Jimmy Carter, presidente uscente impopolare, fallendo nell’intento. Nella generazione successiva l’influenza si è affievolita: diversi ambasciatori come Caroline, figlia di JFK, nominata nella sede di Tokyo nel 2013 fino al 2017,  o Jean, sorella dei tre esponenti maggiori della famiglia, che ha rappresentato il suo paese in Irlanda dal 1993 al 1998. Ma anche due deputati al Congresso: Joe II, rappresentante del Massachusetts dal 1987 al 1999 e il cugino Patrick, figlio di Ted, in carica per il Rhode Island dal 1995 al 2011. Con la terza generazione siamo arrivati a Joe, che è stato appena sconfitto, e ad Amy Kennedy, moglie dell’ex deputato Patrick, che corre per un seggio in New Jersey. L’influenza rimane, ma non è decisiva. In Illinois nel 2018 un altro figlio di Robert, Chris, è arrivato soltanto terzo alle primarie per la carica di governatore. Non solo: quest’anno in Iowa l’ammiraglio Michael Franken, ex consigliere militare di Ted Kennedy, è arrivato secondo dietro a Theresa Greenfield, una sconosciuta imprenditrice, nelle primarie per il Senato.

Certo è che la sconfitta in Massachusetts testimonia non solo il tramontare di questa famiglia politica, ma delle famiglie “reali” americane in generale, compresa la loro controparte repubblicana, i Bush. Ricordiamo la fiacca performance di Jeb Bush alle primarie del 2016, con il comizio in New Hampshire dove pregava gli astanti di applaudire con la frase “please clap” e la definizione di “low energy” datagli dal futuro vincitore Donald Trump. Perduta nelle nebbie dell’accademia e delle professioni invece è la famiglia Roosevelt, che non esprime più un eletto sin da quando nel 1995 Mark Roosevelt, discendente di Theodore, lasciò la Camera statale del Massachusetts per sfidare il governatore uscente Bill Weld. Perdendo. E non bisogna neanche pensare che l’attuale presidente Donald Trump possa fondarne un’altra. Nonostante lo sfoggio di familiari alla convention, al momento hanno vinto solo un’elezione: quella del 2016. E anche in modo rocambolesco. Difficile partire da una carriera politica sul territorio come i Kennedy hanno saputo fare per anni. Il loro destino è legato alle prossime elezioni. Solo allora potremo capire se una dinastia potrà nascere oppure rimarrà inespressa come quella dei Clinton. Stroncata dallo stesso Trump.