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Nadia Toffa, il tumore e una battaglia che può essere solo collettiva

La morte dell'ex Iena è stato accompagnata da messaggi come "ciao guerriera" e "hai perso la tua guerra, ma non il sorriso". Ma così non si fa il bene del malato, perché la salute è un diritto di tutti e non una lotta individuale

Nadia Toffa. Foto Comi/Terenghi/IPA

Ieri mattina i canali social delle Iene hanno dato la notizia della scomparsa della loro inviata e conduttrice Nadia Toffa. 40 anni, nel 2018 aveva annunciato in tv di avere un tumore. Da quel momento ha aggiornato in diretta i suoi numerosi fan sulle sue condizioni di salute quasi ogni giorno. Per questo, oltre che per la sua grande popolarità, il cordoglio per la sua morte è stato grande, e ha coinvolto dal Capo di Stato a numerosi uomini dello spettacolo, fino alla gente comune. Spesso accompagnato da espressioni come “ciao guerriera” e “hai perso la battaglia (ma senza perdere il sorriso)”.

Grazia De Michele, dottoranda presso l’Università di Genova con una specializzazione in storia della medicina negli Stati Uniti, è la fondatrice delle Amazzoni Furiose, blog collettivo online dal 2012, a seguito della diagnosi di cancro al seno piovutale in testa a trent’anni. Il portale raccoglie le voci di donne con esperienze simili, e prova a fornire un punto di vista fuori dal coro sulla malattia e su come andrebbe raccontata (e curata). Con questo suo contributo ci spiega perché la retorica che in queste ore ha affiancato il decesso di Nadia Toffa è stata sbagliata, controproducente per tutti coloro che devono affrontare la sfida della malattia.

La morte di Nadia Toffa colpisce duro e addolora. Una giovane donna, di soli quarant’anni, che di vivere aveva il diritto e che, invece, si è ritrovata ad affrontare il cancro e a venirne uccisa anzitempo. Della sua malattia non sappiamo molto. Il cancro è infatti una galassia di patologie molto diverse tra loro. Di familiare, però, c’è il circo mediatico che si è scatenato appena la notizia della morte si è diffusa. Noi delle Amazzoni Furiose ci siamo abituate. Il ritornello non cambia quasi mai.

Il cancro è una battaglia in cui gettarsi a capofitto fino all’ultimo e con un coraggio da leoni. Se ad esserne colpita è una donna, poi, combattere non basta: bisogna anche che la guerriera sorrida in modo da rispettare, anche quando la lotta si fa dura, i canoni della femminilità. Gayle Sulik, sociologa medica statunintense ha analizzato il fenomeno con particolare riferimento al cancro al seno nel suo libro Pink Ribbon Blues. How Breast Cancer Culture Undermines Women’s Health. I temi centrali del volume sono stati riproposti recentemente anche in forma di fumetto.

Il risultato è che al peso della diagnosi, delle terapie e della paura di morire, si aggiunge quello di doversi conformare a un modello che con la realtà ha ben poco a fare. Ed è persino dannoso (come spiegato anche in questo pezzo del Guardian, ndr), perché consente di scaricare sugli individui la responsabilità della malattia, delle sue cause e del suo esito eliminandone la dimensione politica.

Non a caso, numerosi esponenti del governo e dell’opposizione, compresa la ministra della salute Giulia Grillo, si sono affrettati ieri a esprimere il proprio cordoglio per Nadia Toffa e a esaltarne le doti di guerriera col sorriso. Il fatto che le sia stato negato il diritto alla salute e alla vita a soli quarant’anni non sembra riguardarli. Occorre che si cominci a parlare di cancro, malattia e salute in maniera completamente diversa, a partire da un esame delle loro cause socio-economiche e ambientali, dello stato della ricerca scientifica, dalle risorse del sistema sanitario nazionale.

Quella per il diritto alla salute è una battaglia sì, ma collettiva.

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