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Moriremo tutti populisti?

In mancanza di un’idea di mondo il politico dovrebbe ridurre il danno, non salvare l’etichetta. Ovvero: per quanto ancora potremo permetterci una sinistra docile e serenamente votata alla sconfitta?

Matteo Salvini e Viktor Orbàn. Foto IPA

Il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, definisce il populismo così: “formula politica per la quale la fonte precipua d’ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti”.

Con queste poche parole che sto per scrivere parlerò dunque di “popolo” come entità omogenea, unica, che riunisce tutte e tutti, di qualunque classe sociale, etnia e religione. Popolo come maggioranza delle persone che compongono il corpo elettorale. Senza dilungarci troppo sul concetto di popolo, Bobbio e Matteucci ci presentano una realtà, la più vicina a quella che conosciamo, dove è populista chi accoglie e lavora per le richieste del popolo.

Di populismo, o qualcosa che abbia a che fare col populismo, si parla da millenni. Il primo fenomeno populista della storia lo troviamo nella condanna a morte di Socrate e nelle parole d’accusa di Meleto nei confronti del filosofo greco. Tutti i “momenti populisti”, sempre che questo momento non sia, di fatto, sempre stato fortemente e costantemente presente nel corso della storia, hanno fortemente cambiato l’approccio alla cosa pubblica da parte del cd. popolo. Un esempio su tutti: la rivoluzione francese. Solo di recente ci rendiamo conto che le proposte e la narrative del primo Berlusconi e del primo Renzi altro non erano che un’altra forma di populismo meno confusionario e meglio studiato. Il primo vendeva sogni, il secondo l’idea della rottamazione. Gli stessi due movimenti attualmente populisti italiani, in modo differente uno dall’altro, ci vendono due ricette inclusive per il corpo elettorale: da una parte c’è chi ha fatto della democrazia diretta la propria bandiera, dall’altra il normalismo e la risposta alle paure più superficiali delle persone.

Viviamo un momento storico che Chantal Mouffe descrive a ragion veduta “momento populista”, senza accezioni negative particolari. Ed è qui che sta la novità: mettere sul piatto del dibattito contemporaneo il populismo come opportunità, ma anche come un rischio. Non un male da estirpare a prescindere. Infatti la Mouffe – cattedra di teoria politica all’Università di Westminster – sostiene che è proprio questo il momento in cui si stanno riaffermando più di prima i valori democratici e che partita si giocherà solo ed esclusivamente su quale tipo di populismo vincerà. Si corre il rischio di finire nella tenaglia di un potere populista autoritario, ma si ha anche una grandissima possibilità di ristabilire gli equilibri tra potere e richieste popolari, quindi di aumentare la quantità e la qualità delle nostre democrazie.

È doveroso dire che al momento ci spaventa la prima delle due soluzioni, perché di fatto l’unico populismo che vediamo di fronte a noi è quello delle destre occidentali, che fanno leva sulle richieste di un popolo impaurito e le declinano a proprio piacimento. E’ seppur vero che nessuna forza progressista mondiale, ad esclusione, in parte, di quella di Sanders in America e Corbyn in Inghilterra, ha ancora fatto i conti col “momento populista”. La negazione della realtà, che la psicanalisi ci insegna essere spesso conseguente a forti traumi, fa ancora largamente da padrona. In Italia, dove il trauma delle sinistre è stato ancora più forte, è invece ancora inscalfibile. Ciò a cui stiamo assistendo è infatti un distacco sempre più marcato tra i partiti progressisti che di popolo si sono sempre “nutriti” e il popolo stesso, una chiusura totale o parziale a qualsivoglia richiesta forte, con l’esclusione dal dibattito pubblico della fetta più grande della popolazione. Non parliamo di minoranze, ma di centinaia di milioni di persone che ora credono di poter riaffermare la propria presenza e il proprio pensiero. E giustamente, mi viene da dire.

Ho pensato di fare un punto sulla questione perché negli ultimi giorni abbiamo sentito parlare spesso di “fronti anti-populisti” in tutti i paesi europei, in vista delle elezioni che eleggeranno il nuovo Parlamento Europeo quest’anno. Il pericolo a cui si va incontro con questa narrativa è che una grande parte del popolo si trovi nuovamente fuori dal contesto politico e si butti per l’ennesima volta nelle mani di chi offre semplici soluzioni a problemi complessi. Sarebbe d’uopo, invece, studiare una narrativa e una proposta politica che incontri i bisogni delle persone di sentirsi parte di un percorso democratico. Solo così usciremo dall’impasse in cui ci stiamo trovando: mentre credevamo che i popoli stessero perdendo fiducia nelle istituzioni, non abbiamo capito che stavano perdendo fiducia nelle persone che le occupavano, perché lontane, inarrivabili, ingestibili e sempre troppo sprezzanti.

L’Europa è la partita che populisti e anti-populisti stanno giocando. I primi la vogliono avvicinare ai cittadini, nel modo sbagliato, svuotandola di poteri e contenuti. I secondi vogliono consegnarci un agglomerato di organi e persone che di fatto non hanno alcun rapporto diretto col popolo, visto come limite e come muro da scavalcare.
Credo fortemente che alle persone non freghi nulla dell’Europa in sé, ma vogliano sentirsi europee davvero, non una volta ogni cinque anni. E per sentirsi europee hanno bisogno di essere incluse nel difficilissimo percorso democratico che stiamo per affrontare. Essere buoni populisti, ora, significa trovare una risposta a questa esigenza e declinarla positivamente.

Solo un buon populismo potrà vincere su un cattivo populismo.

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