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Monica Benicio raccoglie l’eredità di Marielle Franco per cambiare il Brasile

L'omicidio di Marielle Franco, attivista lesbica, nera e cresciuta nella favela, ha sconvolto il Brasile e il mondo. Adesso la sua compagna ha deciso di scendere in politica per portare avanti la sua lotta

Buda Mendes/Getty Images

La sera del 14 marzo 2018, in pieno centro a Rio de Janeiro, due sicuri in motocicletta hanno accostato la macchina di Marielle Franco e l’hanno assassinata con quattro colpi di pistola alla testa. A distanza di quasi tre anni dall’omicidio di Marielle – che, nata in una favela, era diventata attivista e consigliera comunale eletta nel 2016 con il Partito socialista brasiliano – si cercano ancora i mandanti. 

Nel frattempo Monica Benicio, la compagna di Marielle, ha deciso di candidarsi con il Partito socialista brasiliano per prendere il suo posto quando, il prossimo 15 novembre, i cittadini di Rio voteranno per scegliere il nuovo sindaco e i consiglieri comunali. La sua missione è costruire l’alternativa, “una politica sentita, gentile, socialista”, alla “politica dell’odio” del presidente Jair Bolsonaro. L’abbiamo intervistata per parlare del ricordo di Marielle Franco, di femminismo, razzismo, lotta e della sua idea di futuro.

Monica, è la tua prima volta in politica. Raccontaci perché hai deciso di candidarti. 
È stata una decisione presa collettivamente, ascoltando tante forze sociali. Sono attivista dall’adolescenza ma, in realtà, la mia militanza aveva un’altra inclinazione. Studiare architettura e aspirare a una carriera accademica era il mio modo di fare politica. L’assassinio di Marielle, i viaggi in giro per il mondo per chiedere giustizia e il mio lavoro in Brasile hanno cambiato le mie inclinazioni. Ho capito di poter fare politica in altri modi. Abbiamo visto un colpo di Stato misogino contro Dilma Rousseff nel 2016. Poi nel 2018 una serie di tragedie: Marielle è stata uccisa, Lula è stato arrestato, Bolsonaro ha portato la violenza in politica. Per resistere dobbiamo unire le forze contro questa politica bolsonarista, per ritornare alla democrazia e difendere i diritti umani.

Parliamo di Maré, il quartiere di Rio dove sei nata.
La mia prima uscita pubblica per distribuire volantini è stata a Maré, alla fiera Texeira, dove mia nonna lavorava da bambina. Sono stata accolta bene, in modo molto generoso. Quindi, vedere la speranza nelle persone e sapere che credono nel nostro progetto mi rende felice. Ho formato la mia identità a Maré. Qui ho costruito le mie relazioni affettive. Oggi Maré viene visto come il punto di produzione della bruttezza, della criminalità. È visto senza rispetto dalla politica e dalle istituzioni pubbliche. In Brasile, e soprattutto a Rio de Janeiro, la polizia arriva nelle favela prima delle politiche pubbliche. Abbiamo bisogno di questi territori, che pulsano cultura e diversità. La qualità della vita di queste persone è fondamentale. La maggioranza della popolazione della favela è povera, nera, immigrata dal Nord-Est. Dobbiamo impegnarci di più per queste vite.

È il momento di Black Lives Matter. La discriminazione razziale del Brasile è meno conosciuta rispetto agli Stati Uniti ma non per questo meno grave. Quanto è forte e da dove arriva la disuguaglianza razziale in Brasile?
Il Brasile è uno dei posti più razzisti nel mondo. È uno dei Paesi con la comunità nera più numerosa al mondo. Abbiamo avuto quasi quattro secoli di schiavitù e non si è mai parlato di risarcimento storico. Quindi la decostruzione di questa realtà deve essere al centro del nostro dibattito. Il Brasile non prende sul serio il suo passato per decostruirlo, in modo da non farlo più ripetere. Al contrario, cancella la memoria per permettere alla violenza di continuare. Non è un caso che il corpo Marielle, una donna, consigliera municipale, che è entrata nel Parlamento riconoscendosi nera, lesbica, abitante della favela, sia stato il bersaglio di un assassinio alle 9 di sera in pieno centro a Rio. È stata un’esecuzione, un crimine politico. Il messaggio dietro all’omicidio di Marielle è che questa politica non accetta corpi estranei nelle istituzioni. Non vuole le donne, le persone afrodiscendenti, la gente della favela, le persone LGBT. Stiamo lavorando per combattere questo discorso con le manifestazioni, la resistenza, l’atto di dire che le nostre vite non saranno interrotte.

Il femminismo tuo e di Marielle è intersezionale, per tutti. Quali sono le difficoltà di questa scelta di campo in un contesto difficile come il Brasile?
Essere femminista in Brasile è già un atto di resistenza. Vivo in un Paese estremamente fondamentalista, misogino, machista e patriarcale. È un compito difficile ma è anche quello che vedo come più interessante nel campo della militanza. Nel femminismo ho trovato affetto e solidarietà per continuare a lottare. Il femminismo nel quale credo, come Marielle, è il femminismo che non permette a nessuno di restare indietro, a prescindere dal gruppo. In Brasile, dove comanda Jair Bolsonaro, credere in questo femminismo non è semplice, ma è indubbiamente quello che mi dà la forza di proseguire su questa strada. 

Marielle Franco è diventata un’icona di libertà nel mondo. Cosa ti senti di dire a chi oggi  ‘Lotta come Marielle’?
Marielle è diventata un’immagine di resistenza, di speranza, di lotta per la giustizia in un modo bellissimo. Questo è un movimento collettivo.  Lo abbiamo realizzato ascoltando la nostra indignazione, il nostro dolore, a causa dell’assurdità di quello che è successo. E abbiamo detto ‘No!Questo è troppo’. Non accettiamo più questa politica. Non accettiamo questa società che si comporta in modo barbaro. In Brasile ci sono gruppi capaci di fare politica uccidendo. L’immagine di Marielle in questa desolazione è vedere che non solo la sua vita  ma anche la sua morte non è stata spesa invano.

A chi crede in Marielle vorrei dire di non rinunciare ai propri sogni, non rinunciare a credere che una società differente è possibile, perché la vita è troppo breve per essere interrotta. Combattiamo come Marielle ha lottato qui in Brasile, per raggiungere la resilienza e costruire una società più giusta, equa, in cui tutti sono liberi.

“Se non ti lasciano fare una cosa trova un modo diverso per farlo”. Qual è il metodo di Monica Benicio?
Bella domanda! Devo affrontarla e risolverla con il mio psicoterapeuta. Resilienza è una parola che mi piace molto, perché permette di non accettare il mondo  così com’è e accende il desiderio di cambiarlo. Lo faccio con molta audacia e testardaggine. Marielle diceva che ero molto insolente quando facevo le cose in modo testardo. Se non ci permettono di fare qualcosa, troveremo un modo diverso e lo faremo tutte le volte necessarie. 

Il riscatto politico passa anche attraverso l’amore: cosa ne pensi? 
È essenziale. Soprattutto se paragonata a tutta questa violenza e odio che sta maturando nel mondo oggi. Quello che difendiamo è la vita, il rispetto. Fare politica con gentilezza e affetto, resistenza, è fondamentale per noi per poter cambiare questo contesto di odio. Il progetto di Bolsonaro è sempre stato quello di spazzarci via: LGBT, donne, popolazione nera, di periferia. Resistere è fondamentale perché il loro progetto è di cancellarci. E il nostro impegno è per non morire. Per quello, dobbiamo offrire l’alternativa con solidarietà, gentilezza, rispetto, ma anche coraggio e audacia.

Qual è l’eredità di Marielle che vorresti mettere in pratica da consigliera?
La primissima cosa sarà stabilire la continuità con la politica “gentile”, che non era solo il progetto di Marielle ma di tutto il partito. Lavorare nel municipio di Rio de Janeiro non sarà un compito facile a livello emotivo. Il messaggio che vorrei dare è che abbiamo bisogno della presenza delle donne, delle persone LGBTQ, delle favelas. Dobbiamo occupare gli spazi, inclusi quelli di potere. E abbiamo bisogno di passare il messaggio ai giovani, per costruire una società che crede nelle istituzioni, per credere che i luoghi di potere possono essere occupati da tutti i corpi della società.

Traduzione di Mathias Eidelwein