Messi non è Nelson Mandela, e va benissimo così | Rolling Stone Italia
Indignación

Messi non è Nelson Mandela, e va benissimo così

Il neo campione del mondo è bersagliato per aver indossato un abito tradizionale arabo: c'è chi scomoda paragoni con Maradona (lui, sì, ambasciatore degli Emirati Arabi nel mondo per anni) e chi parla a sproposito di una cultura che non conosce

Foto di Mike Egerton/PA Images via Getty Images

L'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, fa indossare a Messi il 'Bisht', abito tradizionale arabo, durante la cerimonia di premiazione dei Mondiali.

Alla fine è successo davvero: dopo più di quindici anni di onorata carriera, Lionel Messi (35 anni, 7 Palloni d’Oro, 42 trofei) ha conquistato la tanto agognata Coppa del Mondo, coronando una carriera lunghissima con il riconoscimento più significativo, il più importante in assoluto, e portando a conclusione un arco narrativo da fare invidia ai romanzi di formazione più blasonati.

Una manifestazione delicata come il Mondiale in Qatar, però, non poteva che chiudersi nel segno della polemica. Nulla di strano: da quando, il 2 dicembre del 2010, il ricchissimo Emirato si aggiudicò l’assegnazione dell’evento, diversi attori internazionali hanno provato – giustamente – a mettere in luce tutte le problematicità che sarebbero scaturite sul fronte del rispetto dei diritti umani e delle condizioni lavorative delle maestranze coinvolte nella costruzione degli impianti.

La preparazione dell’apparato infrastrutturale che ha reso possibile il sogno chiamato Qatar 2022 ha richiesto sforzi ingentissimi: le partite dei Mondiali si sono svolte in otto stadi ufficiali, sette dei quali costruiti a partire dal 2010.

Delle scadenze così ristrette (appena dodici anni per dare vita a un agglomerato di strutture imponentissimo) hanno finito per riversarsi, com’era facile intuire, sulla manodopera adoperata nei cantieri.

Proviamo a citare alcuni numeri: anche se è impossibile conoscere una stima attendibile dei lavoratori che hanno perso la vita durante la costruzione degli stadi – i dati messi a disposizione negli anni dalle autorità preposte al controllo delle procedute non sono affidabili – le morti sul lavoro di migliaia di operai sono un fatto acclarato.

Una delle inchieste più famose realizzate al riguardo, citata moltissima nelle ultime settimane, è quella realizzata dal Guardian nel febbraio del 2021, secondo cui i lavoratori migranti morti nei cantieri sarebbero almeno 6500 (il dato, approssimato per difetto, fa riferimento soltanto al lavoratori provenienti da cinque Paesi – India, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan e Nepal – che hanno raccolto e comunicato i dati ufficiali attraverso le rispettive ambasciate). Peraltro, che le condizioni della manodopera migrante impiegata in Qatar fossero (per usare un eufemismo) precarie lo si poteva evincere anche dalla lettura dei report pubblicati negli anni da diverse organizzazioni umanitarie, come Amnesty International.

Un capitolo a parte, poi, dovrebbe essere dedicato all’attenzione che l’Emirato è solito riservare ai diritti civili. Tanto per rendere conto del clima di assoluta ostilità che vige nell’Emirato, basti pensare nei giorni che hanno preceduto l’inizio della manifestazione il brand ambassador dei Mondiali, Khalid Salman, ha spiegato a una tv tedesca che «è una malattia mentale ed è contro la legge» – per chi volesse, rimandiamo a questa accurata e puntuale indagine di Human rights watch che ha documentato diversi casi di arresti illegittimi e abusi ai danni di persone non eterosessuali.

L’opinione pubblica occidentale ha avuto a disposizione un decennio abbondante per indignarsi e denunciare queste storture, scegliendo però di alzare la voce soltanto pochi giorni prima dell’apertura dell’evento. xNel mezzo, è stato aperto il grande vaso di Pandora del Qatargate, la presunta rete di corruzione con cui l’Emirato avrebbe tentato di accattivarsi le simpatie delle istituzioni europee e ripulire la propria immagine.

Insomma: questo Mondiali ci ha lasciato in eredità più di un motivo di riflessione. E invece no: nelle ultime ore, giornali e opinionisti hanno scelto di focalizzare l’attenzione su Leo Messi, presentandolo come una sorta di Yes–Man al soldo della ricchissima monarchia della penisola arabica – anche qui, ammesso che indignarsi serva a qualcosa (spoiler: no), è già troppo tardi: parliamo di un professionista stipendiato dal Paris Saint–Germain di Nasser Al-Khelaïfi.

Il motivo? Lo strano mantello nero che il capitano dell’Argentina ha indossato poco prima di sollevare il trofeo, omaggio di Tamim bin Hamad al-Thani, attuale emiro regnante del Qatar.

La tesi: secondo i critici indossare quella tunica, celando così lo stemma della divisa argentina, rappresenterebbe un atto di sottomissione alla famiglia reale Al Thani e, di conseguenza, un sostanziale avallo agli abusi compiuti in patria.

È questa, per esempio, la tesi avanzata dallo scrittore partenopeo Maurizio De Giovanni, che ha pensato bene di declinare il paragone con Maradona in chiave politica: «Questo farsi vestire dall’emiro e alzare la coppa con questa vestaglietta ridicola addosso, ecco se io fossi stato un tifoso dell’Argentina (e lo ero per quella sera, lo ero per quel momento) io ne avrei riportato un’impressione di umiliazione e mortificazione enorme, ed era quello che ho voluto scrivere», ha dichiarato De Giovanni. «Io sono certo, per averlo conosciuto personalmente, per averci parlato, per averlo vissuto, che Maradona non avrebbe mai accettato questa cosa. Mai. Ne sono assolutamente certo», ha concluso.

Ora, senza mettere in dubbio la profonda conoscenza maradoniana del romanziere napoletano, il paragone tra l’attuale capitano dell’argentina e il Pibe de Oro risulta, nel migliore dei casi, inadeguato. Perché? Semplice: nei suoi ultimi anni di vita, Maradona è stato uno dei principali testimonial degli Emirati nel mondo, prima in veste di allenatore – ha accettato la guida tecnica dell’Al-Wasl Sports Club prima e del Fujairah Football Club poi – e, successivamente, in veste di ambasciatore onorario dello sport degli Emirati Arabi Uniti – nel febbraio del 2019, li definiva come un modello da seguire nel promuovere i valori della tolleranza e del dialogo interreligioso.

Non dovesse bastare, nel 2014 Maradona partecipò in veste di giurato a The Victorious, un reality show in cui 44 calciatori arabi si contendevano un contratto di prova in una squadra europea. Precisiamo: Maradona aveva delle posizioni politiche ben marcate ed era allergico all’ignavia. Era, in maniera convita, un socialista e un anti-imperialista, come scrivevamo tempo fa. Per dire che nessuno, in questa sede, intende mettere in dubbio la sensibilità politica del Diez.

Eppure, anche il più grande di sempre (amico di Fidel, icona di sinistra imperitura) è inciampato nelle sue contraddizioni, con buona pace di certe narrazioni enfatiche trapelate nelle ultime ore (alcune al limite del delirio): non ci sono eroi da santificare.

Passiamo al tanto decantato mantello della discordia, quello che ha trasformato Messi in un usurpatore: si chiama “Bisht” e, in molti paesi arabi, è usato in contesti religiosi ma non solo. Ad esempio, viene indossato durante i matrimoni: solitamente, il padre dello sposo lo fa indossare al figlio. Parliamo di un costume con una storia millenaria ed è in generale considerato un simbolo di dignità e regalità: offrirlo a qualcuno significa riconoscergli rispetto e apprezzamento.

La giornata di ieri, peraltro, è coincisa con una festività parecchio sentita in Qatar: il 18 dicembre, infatti, si festeggia la festa nazionale del paese, in memoria dell’unificazione avvenuta nel 1878, e in quell’occasione è tradizione che il bisht venga indossato dagli uomini che rappresentano le autorità.

Ora: il siparietto è stato congegnato ad hoc (anche) per consegnare ai posteri un’immagine iconica di questi Mondiali, con una finalità di propaganda ben precisa? Con ogni probabilità, assolutamente sì (anche perché, lo ripetiamo, il capitano argentino è un uomo immagine da tempi non sospetti); buttare la croce su Messi serve a qualcosa? No: nel suo caso , parliamo di un calciatore che non ha mai preteso di diventare un’icona dei diritti civili: chi gioca a calcio, anche se la cosa può legittimamente infastidirci, fa il suo lavoro e non è tenuto a essere politico, a porsi certe domande, a indagare determinati sottotesti – peraltro, definire un vestito tradizionale come un «segno del potere dell’Emiro» lascia aperta la porta a un po’ di islamofobia di fondo, ma questa è un’altra storia.

In definitiva: Messi non è Nelson Mandela, e va benissimo così.