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Meno partenze uguale meno morti, l’equazione di Salvini non funziona

L'Unhcr diffonde i dati 2018 su arrivi e decessi nel Mediterraneo. Rispetto al numero delle persone partite la probabilità di morire è raddoppiata. L'alternativa non è migliore: ritornare nella trappola libica

Un gruppo di immigrati nordafricani in attesa di salire su una nave diretta a Lampedusa. Foto di Dan Kitwood/Getty Images

«Se ripenso agli ultimi cinque anni, non posso fare a meno di pensare al paradosso in cui sono finite le 47 persone a bordo della Sea Watch». Carlotta Sami, portavoce per l’Europa del Sud dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, sta seguendo con apprensione le sorti della nave soccorsa il 19 gennaio al largo della Libia e che per 5 giorni è rimasta ferma a un paio di chilometri dalla costa di Siracusa. Una situazione che si è risolta proprio mentre stiamo scrivendo questo pezzo, con l’annuncio di Giuseppe Conte dell’accordo per “smistare” i migranti tra sette Paesi europei.

Il paradosso è rappresentato dal report che la sua agenzia ha diffuso questa mattina, Viaggi disperati, il racconto attraverso i numeri dei migranti e dei rifugiati giunti alla frontiera con il nostro continente tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo. Nel 2018, si legge sul documento, sono arrivate in Europa quasi 117mila persone, contro le 172 mila dell’anno precedente. Un calo forte, all’interno di un trend di minori arrivi che prosegue dal 2015, quando gli ingressi superarono il milione di persone per via soprattutto della crisi siriana.

Fonte Unhcr

Di pari passo è diminuito anche il numero di morti, passati complessivamente da 3139 del 2017 a 2275 negli ultimi scorsi mesi. Ma se il numero assoluto è diminuito, c’è stato un significativo aumento del tasso di mortalità rispetto al numero di arrivi in Europa via Mediterraneo. “Nel corso del 2018”, si legge sul documento “ha perso la vita una persona ogni 14 in arrivo dalla Libia, rispetto a una ogni 38 nel 2017”. «Oggi morire in mare è più probabile di prima», dice Sami.«Questo è determinato dal cambio nelle politiche adottate da alcuni Stati europei, che ha portato ad alcuni incidenti in cui le persone sono rimaste alla deriva per giorni. Le navi delle Ong e i membri degli equipaggi di quelle commerciali hanno subito restrizioni crescenti, che hanno reso praticamente impossibile effettuare ricerca e soccorso. Le operazioni nel Mediterraneo, prima quelle unilaterali italiane come Mare Nostrum e poi quelle organizzate a livello europeo, hanno via via perso di efficacia e operatività. Così si muore più di frequente».

In pratica l’equazione meno partenze uguale meno morti, uno dei mantra del nostro ministro degli Interni, ha una falla. «Il tasso di mortalità è quasi raddoppiato. E a questo si aggiunga il fatto che l’85 per cento di chi parte dalla Libia viene intercettato dalla guardia costiera e riportato indietro». Questo è l’altro dato estremamente rilevante che emerge dal dossier, che fa capire come siano cambiate le cose nel “mare di casa” nel 2018. «I ritorni in Libia sono andati avanti per tutto il 2018. Parliamo di un Paese nel caos e in mano a bande armate, in cui spesso le persone spariscono nel nulla, come confermano numerosi documenti dell’Onu e delle organizzazioni per i diritti umani».

Fonte Unhcr

Anche di questo bisognerebbe ragionare, quando si parla della diminuzione nel numero di morti. «Nella Libia di oggi non possiamo in alcun modo garantire il rispetto dei diritti umani. Le persone finiscono in centri di detenzione senza cibo, o nelle mani dei trafficanti che spesso li tengono sotto terra». La Libia è da tempo una grande trappola. «Le persone che soccorriamo ci dicono che sono state vendute e rivendute anche dieci volte. I trafficanti continuano a lucrare sulla pelle di queste persone, quindi riportarle indietro foraggia il sistema criminale e non lo contrasta», spiega Sami. «Se, come si ripete di continuo, si volesse lottare davvero contro i trafficanti servirebbero operazioni legali giudiziarie, assieme all’apertura di vie d’accesso legale per i migranti e di rimpatrio assistito per quanti ne facciano richiesta: sono tanti quelli che vorrebbero tornare nel loro Paese e non possono farlo, perché finiscono sempre nella grande prigione libica».

L’altro aspetto testimoniato molto bene dai dati Unhcr sono i cambiamenti nelle rotte dal Nord Africa all’Europa. Dopo anni in cui l’Italia ha avuto un ruolo chiave, nel 2018 la situazione è cambiata: gli sbarchi da noi sono stati circa 23mila contro i i 50mila della Grecia (soprattutto nella prima metà dell’anno) e i 65mila della Spagna, divenuta la meta privilegiata di chi parte. «La rotta dal Marocco al Sud della penisola iberica è molto pericolosa, anche per questo il numero dei morti è cresciuto», conclude Sami. «Purtroppo stiamo assistendo a quello che era già capitato con l’Italia: un Paese lasciato solo o quasi a fronteggiare una situazione nuova, senza il tempo di organizzare un sistema di accoglienza adeguato. Non è tanto colpa delle istituzioni europee, che provano a portare avanti un processo come dimostra il dibattito sulla riforma del Trattato di Dublino, quanto dei vari Stati europei, che usano i migranti come merce per fare pressione politica sugli altri Paesi e per i loro calcoli elettorali».

 

 

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