Mélenchon vs Macron, sette giorni per il futuro della Francia | Rolling Stone Italia
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Mélenchon vs Macron, sette giorni per il futuro della Francia

Alleanza governativa e sinistra appaiati dopo il primo turno, domenica prossima ballottaggi ad alto rischio: il presidente rischia di non avere la maggioranza in parlamento. Affonda la destra di Marine Le Pen, fuori da tutto

Foto di Emmanuel Dunand/AFP via Getty Images

Astensione da record (oltre il 50%) e onda rossa su tutta la Francia. Il primo turno delle legislative che porteranno all’elezione di 577 deputati dell’Assemblée Nationale rispettano le previsioni della vigilia: testa a testa tra la coalizione governativa di Emmanuel Macron e la Nupes (Nuova unione popolare, sociale ed ecologista) di Jean-Luc Mélenchon, con la destra divisa e fuori dai giochi.

Alle presidenziali di poche settimane fa, Macron aveva agilmente sconfitto Marine Le Pen al ballottaggio, con la sinistra di Mélenchon che si era fermata a pochi decimali dall’impresa di qualificarsi al secondo turno; questa volta il piano si è ribaltato, e se il presidente arranca e insegue, l’unione tra tutte le forze di sinistra costruita in meno di due settimane dalla France Insoumise fa la parte del leone e si classifica al primo posto in quasi tutte le grandi città, nelle banlieue e in zone favorevoli alle destre. A scrutinio quasi finito, la Nupes è al 25.7% insieme ai macroniani di Ensamble!, il Rassemblement National di Le Pen è fermo al 18.7%, i Repubblicani sono al 10.4%, il partito del comico antisemita Zemmour poco sopra il 4%. Tutte le altre liste, insieme, non arrivano al 15% dei consensi.

Macron si conferma un eccezione in tutto: nato come scissionista centrista del Partito Socialista, capace di drenare grandi quantità di consensi sulle sue posizioni ordoliberali, adesso rischia di diventare il primo presidente della Republique a non vincere le elezioni legislative immediatamente successive alle presidenziali. Un’eventuale vittoria dello schieramento di Mélenchon, infatti, gli imporrebbe di nominare un primo ministro della Nupes e a varare una cohabitaion, cosa già successa a Mitterand e a Chirac, ma a metà del loro mandato, non all’inizio. In ogni caso, il governo ne uscirà diverso: sono quindici i ministri appena nominati che si giocheranno al ballottaggio la riconferma in parlamento e vale la legge non scritta che chi perde poi deve dimettersi.

A rischiare sono soprattutto il ministro per gli Affari Europei Clément Beaune e la ministra alla Transizione Ecologica Amélie di Montchalin. Su tutto, poi, pesa il caso di Damien Abbad, proveniente dai Repubblicani e accusato di molestie sessuali. Oltre alle questioni interne e alla guerra in Ucraina, a pesare sulla seconda presidenza Macron c’è anche un caso tutto interno, quello del macello avvenuto allo Stade de France durante la finale di Champions tra il Liverpool e il Real Madrid, quando l’incapacità delle forze dell’ordine nel gestire la folla (o meglio a gestirla solo attraverso l’uso dei lacrimogeni) è stata letta in Francia e non solo come una figuraccia di livello mondiale: l’esatto opposto della Grandeur da sempre proclamata sulle rive della Senna.

Malissimo la destra, che divisa si piazza dietro in tutte le circoscrizioni e ormai non scalda più i cuori come pure riusciva a fare fino a qualche anno fa. Il comico Eric Zemmour è sparito dai radar, mentre Le Pen sconta la tradizionale debolezza dei suoi candidati sui territori. Qualche timida speranza in più possono nutrirla i Repubblicani che hanno ancora diversi capibastone locali in grado di attrarre consensi.

Esulta forte, invece, la sinistra, con Mélenchon che ha azzeccato tutte le mosse della campagna elettorale – «Eleggetemi primo ministro, queste elezioni avranno un terzo turno», disse dopo le presidenziali –, ha riunito la sinistra (sia pure con qualche malumore tra i socialisti, tuttavia ormai forza minuscola e priva di vero personale politico) e, con le sue 650 proposte, sarebbe una spina nel fianco non indifferente per il presidente Macron, protagonista sullo scacchiere internazionale ma perennemente in difficoltà per quello che riguarda le questioni interne.

Tra le battaglie, il salario minimo a 1.500 euro, l’abbassamento a 32 ore settimanali per i lavori usuranti, un assegno per i giovani da 1000 euro, età pensionabile abbassata a 60 anni, riduzione del 65% delle emissioni di Co2 entro il 2030, investimenti massicci in scuola, sanità e servizi pubblici. Una ricetta forte e credibile che attrae consensi soprattutto tra i giovani e i ceti popolari. Macron ha cercato di inseguire proponendo varie misure ecologiche, ma l’idea di alzare l’età pensionabile a 65 anni (mossa che vorrebbe attrarre l’elettorato conservatore) viene vista come probabile fonte di future tensioni sociali.

Nella Nupes di Mélenchon, il fronte più ampio è quello della France Insoumise (che ha messo 360 candidati), mentre i Verdi ne hanno 100, 60 i socialisti e 50 il Partito Comunista Francese. Molto dipenderà da come andrà a finire, cioè se alla fine la sinistra prevarrà o no, e da chi verrà eletto, ma il vero tema politico per Mélenchon è già chiaro: la tenuta di una coalizione così variamente composita. A sinistra, si sa, l’unione è ovunque il più grande ostacolo di tutti. Domenica 19 giugno andrà in scena il secondo turno con i candidati superstiti. Macron e Mélenchon si giocano il futuro della Francia in sette giorni: continuità o cohabitation? Questo è il dilemma.