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Dal discorso di Uncle Joe agli ‘Hunger Games’ di Lady Gaga: il meglio e il peggio dell’Inauguration Day

Il ritorno della democrazia, la distopia alla ‘Black Mirror’, i brillocchi di J.Lo: tutto quello che non dimenticheremo (e quello che è meglio dimenticare)

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Lady Gaga canta l’inno statunitense nel corso del 59esimo Inauguration Day

Foto: Alex Wong/Getty Images

Meglio: Il discorso di Uncle Joe

Dignità. Unità. Soprattutto: democrazia (qualcuno può dirci quante volte l’ha ripetuto?). «Oggi non celebriamo la vittoria di un candidato, ma della democrazia. La democrazia è preziosa e fragile, e oggi ha vinto». Che speech vecchia maniera – e che sollievo per le orecchie, dopo quattro anni di inquinamento acustico – quello di Uncle Joe, oggi più zio d’America che mai. E poi tolleranza, rispetto, senso della comunità: «Siamo in un momento epocale di crisi, e l’unità è l’unica via da seguire. Dobbiamo affrontare tutta questa situazione come Stati Uniti d’America. Se lo facciamo insieme, vi garantisco che non falliremo». Poi il nuovo presidente ha chiesto un minuto di silenzio per le oltre 400mila vittime del Covid, ha ribadito che gli USA ristabiliranno le loro alleanze, ha parlato di Kamala Harris prima vicepresidente donna, ha promesso di combattere il suprematismo bianco e di ristabilire il rispetto della verità. E ha invitato a respingere la cultura della manipolazione dei fatti. Senza mai nominare Trump, Biden l’ha asfaltato con l’eleganza di un vero Mister President.

Peggio: Gli ‘Hunger Games’ di Lady Gaga

La Gaga nazionale canta The Star-Spangled Banner in un total look Schiaparelli che pare uscito da Hunger Games, c’aveva pure in bella vista la spillozza della ghiandaia imitatrice che nella saga cine-letteraria è il simbolo della resistenza, della ribellione (là al presidente Snow, qui a quattro anni di Trump). O è una colomba della pace? Non cambia nulla, perché il messaggio è forte e chiaro: rinascita, speranza, democrazia. Certo, ci aspettavamo di vedere la star emozionata – doveva pur sempre inaugurare cantando una nuova era – ma non così tesa tanto da mettere l’ansia a noi a casa sul divano, quasi bloccata con gli occhioni spalancati mentre si attaccava a qualunque appoggio per rimanere in piedi sui tacchi. Si scioglie un po’ quando parte quella che qualcuno sui social ha già definito “la migliore e più potente versione dell’inno mai cantata”. Non esageriamo: Gaga è sempre Gaga, la potenza è indiscussa, ma un paio di (giustificatissime) stecchette alla nostra sono pure scappate. Va bene anche così: from MAGA to Gaga, “la ragazza di fuoco” dell’insediamento.

Meglio: La prima cerimonia Black Mirror della storia

La 59esima cerimonia di insediamento presidenziale sarà ricordata come un capolavoro di distopia, come si dice oggi. Le mascherine, le bandiere (qualcuna pure un po’ storta, ma chissenefrega) al posto del pubblico, il silenzio che però incredibilmente non è spettrale, ma ancora più carico d’emozione. C’è il solito cerimoniale da grandeur (che noi non saremo mai in grado nemmeno di avvicinare), tra pompieri, giudici e Bibbia passata di mano in mano. Pare Black Mirror, ma Joe e Kamala ci sono, l’incubo trumpiano sembra davvero finito. E va tutto bene. O almeno dovrebbe andare. The best is yet to come.

Peggio: I look monocolore (e che colore)

The Purge of the Prugna, si potrebbe intitolare questa puntata speciale di Black Mirror (vedi sopra). La purga è quella di The Donald, il prugna – nelle sue cinquanta sfumature, dai toni più sobri al viola sfacciato (e un po’ menagramo) – è invece il colore più gettonato tra i look, tutti rigorosamente monocolore. Miglior pantone: Michelle Obama, che discorsi. Peggiore: Kamala Harris, detto con tutto il bene; ma la Nicole Kidman di The Undoing sarebbe inorridita, di fronte a quel cappottino. Si segnalano, nel “worst of”, anche le perline sul cappotto turchese della coordinatissima Dr. Jill Biden, i color block delle nipotine del “Bunch of Bidens” (così è stato magnificamente definito il nuovo clan presidenziale durante la cerimonia) e il viola di Hillary Clinton. Aridaje…

Meglio: La poesia ‘rap’ di Amanda Gorman

E, all’improvviso, spunta un corpo estraneo, tra reverendi e congressmen di lungo corso. Cioè Amanda Gorman, giovane poetessa scelta da Biden e Harris come nuova voce a commento della nuova presidenza. 23 anni, disabile, attivista per i diritti afro, non è una poetessa di Instagram (pardon): laureata in Sociologia a Harvard, si presenta forte del prestigioso premio National Poet Youth Laureate. Sul palco del Campidoglio ha declamato la sua The Hill We Climb, che parte proprio dalla presa di Capitol Hill del 6 gennaio per inaugurare una pagina nuova. Un “film nel film” perfetto: per la mise 100% Generazione Zeta e, soprattutto, per i versi che sembravano quasi un rap libero e contemporaneissimo. A fine anno uscirà la sua prima raccolta, Change Sings, che sarà un sicuro bestseller. Ma la ragazza, che a fine cerimonia si dava il cinque con Michelle Obama, ha già detto di volersi candidare alla Casa Bianca nel 2036: ci rivediamo qui.

Peggio: Una J.Lo… a cinque stelle

Avercene di J.Lo. Ci permettiamo solo di dire che “Jenny from the Block” sembrava arrivata direttamente dalla sua rom-com Un amore a cinque stelle, correva l’anno 2002, solo con qualche brillocco in più. Love don’t cost a thing, e nemmeno la politica, ma qui c’era uno dispiego di gioielleria forse piazzato per distrarre dal medley patriottico, come lo chiama la stampa USA, cominciato con This Land Is Your Land e finito con Let’s Get Loud (tutto vero). Orgoglio latino che fa simpatia, ma, dopo gli anni trumpiani, forse l’appello migliore sarebbe stato: meno casino per tutti, grazie.