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Mario Draghi ha finalmente presentato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Parole d'ordine: digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica, infrastrutture, inclusione, salute. Ma per sindacati e ambientalisti è ancora troppo poco

Ieri pomeriggio, con un discorso alla Camera dei deputati durato tre quarti d’ora, il premier Draghi ha finalmente presentato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ovvero il modo in cui l’Italia spenderà i fondi europei per ripartire dopo la pandemia da coronavirus. I torni adottati da Draghi sono stati un pochino enfatici: ha solo detto che dalla riuscita del Pnrr dipende il destino del Paese. “Sono certo che riusciremo ad attuare questo piano: sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro, prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti”.

Nei fatti il Pnrr, di cui si parla da mesi, finalmente è uscito. Il dibattito ieri è durato fino a tardi serata e stamattina ci sarà il voto, dopodiché si passerà al Senato. Poi, entro il 30 aprile, dovrà essere presentato alla Commissione europea. 

Il Pnrr presentato da Draghi si articola in sei punti, o “missioni”: la digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; la rivoluzione verde e la transizione ecologica, le infrastrutture e la mobilità sostenibile, l’istruzione e la ricerca, l’inclusione e la coesione, la salute. Nel suo discorso, Draghi ha illustrato questi punti spiegando che l’obiettivo principale è superare i danni fatti dalla pandemia e, sul lungo periodo, rilanciare l’economia italiana grazie a investimenti e riforme. Accanto a questi scopi ci sono alcuni punti sociali: raggiungere la parità di genere, includere i giovani e ridurre il divario tra nord e sud.

La cosa che salta subito all’occhio è che il Pnrr presentato da Draghi non presenta grandissime differenze rispetto a quello elaborato dal governo Conte e anche il modo in cui è stato gestito – con accentramento dei poteri e senza grande ruolo del Parlamento – non è granché diverso. Non proprio il risultato che ci si aspettava, visto che è stato proprio questo il casus belli che ha fatto cadere il governo Conte.

Per ora, il giudizio generale è che il Pnrr è largamente insoddisfacente. La versione finale non contiene più alcuni punti presenti nella bozza che circolava qualche giorno fa e che sembravano promettenti su temi sociali, come gli accenni a una “rete universale di protezione dei lavoratori”, al “salario minimo legale”, a una retribuzione “proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto” – tutto sparito, nonostante di recente la Commissione europea abbia sollecitato gli Stati membri a introdurre un salario minimo garantito.

Anche le organizzazioni ambientaliste, nonostante il Pnrr contenga una parte dedicata alla transizione ecologica, sono insoddisfatte. “I cambiamenti apportati dal governo Draghi al Pnrr non solo hanno portato a delle manovre ampiamente insufficienti, ma sono di fatto peggiorativi rispetto alla bozza precedente”, ha detto Fridays for Future Italia.