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Marco Cappato ci ha insegnato, di nuovo, cosa significa ‘disobbedienza civile’

Il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni ha accompagnato in Svizzera Elena, una donna veneta di 69 anni affetta da una patologia polmonare irreversibile, per consentirle di accedere al suicidio assistito: «è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso. Domattina, in Italia, andrò ad autodenuciarmi»

«Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso. Domattina, in Italia, andrò ad autodenuciarmi».

Con queste parole Marco Cappato, attivista e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha dato notizia della decisione di Elena, la donna veneta che ha accompagnato in Svizzera per poter ricorrere legalmente al suicidio assistito.

Elena aveva 69 anni e, da tempo, era affetta da una patologia polmonare irreversibile che aveva aggravato moltissimo la qualità della sua vita: pur volendo porre fine alle proprie sofferenze, non ha avuto la possibilità di accedere al suicidio assistito. In Italia, infatti, non è stata mai approvata una legge idonea a disciplinare questa procedura: l’unico appiglio su cui i richiedenti possono contare è rappresentato dalla sentenza 242 del 2019 pronunciata dalla Corte Costituzionale: con questa decisione, infatti, la Consulta ha stabilito che non è punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale (norma che si occupa di assistenza e istigazione al suicidio e che, di fatto, le equipara) «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente».

Tuttavia, Elena era sprovvista di uno dei requisiti fondamentali che la Consulta richiede di integrare per poter attivare la procedura, ossia l’essere mantenuta in vita da «trattamenti di sostegno vitale»: di conseguenza, in questo caso, Cappato ha agito al di fuori del tracciato della Corte, tornando a intersecare il terreno della disobbedienza civile, come accadde nel febbraio 2017 con il discusso caso di dj Fabo (dal quale, però, è scaturita la summenzionata sentenza della Consulta).

Elena – di cui non è stato reso noto il cognome – aveva detto al marito e alla famiglia di trovarsi «davanti a un bivio» per via della propria malattia, e di avere quindi scelto «la strada un po’ più breve» rispetto a quella «un po’ più lunga», che l’avrebbe portata «all’inferno». Nel suo ultimo videomessaggio, pubblicato dall’associazione Luca Coscioni, aveva sottolineato di essere «sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e debba farlo anche sulla propria fine, senza costrizioni, senza imposizioni, liberamente», proprio come ha scelto di fare lei stessa.

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