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Ma quindi arriverà un vaccino italiano?

Lo sta sviluppando l'azienda di biotecnologie ReiThera insieme allo Spallanzani, e il primi risultati sembrano incoraggianti

Kay Nietfeld/picture alliance via Getty Images

Da una parte c’è la necessità di vaccinare quante più persone possibile in breve tempo e raggiungere l’immunità di gregge, dato il fallimento dei sistemi di tracciamento dei casi. Dall’altra, i ritardi annunciati dalle due case farmaceutiche su cui l’Italia più contava per l’approvvigionamento, Pfizer e AstraZeneca. Così, mentre l’Unione Europea considera di aprire una battaglia commerciale con il Regno Unito per assicurarsi le preziose dosi, tantissimi laboratori continuano a lavorare a un vaccino contro il Covid-19: a livello mondiale sono circa 60 quelli che hanno raggiunto la fase di sperimentazione clinica, oltre 200 quelli in via di sviluppo.

In Italia, tutti gli occhi sono puntati verso uno stabilimento di Castel Romano, in provincia di Roma. È qui che l’azienda biotecnologica ReiThera, insieme all’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani, sta sviluppando il cosiddetto “vaccino italiano”, nome tecnico Grad-Cov2, per ora ancora alla prima fase di sperimentazione.

Grad-Cov2 si basa su un vettore virale non replicante – in questo caso l’adenovirus, che causa il raffreddore nei gorilla – che è innocuo per il corpo umano, ma che ha il potenziale di veicolare l’informazione genetica del coronavirus senza provocare infezione nelle persone. Il corpo produce dunque anticorpi specifici che più tardi potranno riconoscere il coronavirus e distruggerlo. Un approccio piuttosto tradizionale che si discosta da quello impiegato invece da Pfizer e Moderna, che lavorano invece con dei vaccini ad RNA messaggero.

Per ora, la fase 1 – che serve soprattutto ad accertarsi della sicurezza del vaccino – ha ottenuto risultati incoraggianti, che sono in attesa di peer review. Dei 100 volontari tra i 18 e i 55 anni che si sono presentati, la metà ha ricevuto il vaccino, l’altra metà un placebo. Tra quelli a cui è stato effettivamente inoculato con una sola dose di Grad-Cov2, il 94% ha sviluppato anticorpi specifici contro il coronavirus, e 90% ne ha sviluppati abbastanza da avere un effetto davvero protettivo. A distanza di quattro settimane non si sono ancora verificate reazioni avverse notevoli. Si dovrebbe dunque presto passare alla fase 2, in cui verranno coinvolte migliaia di volontari in modo da verificare non solo la sicurezza del vaccino ma anche la sua efficacia. Se tutto va bene, entro giugno si potrebbe concludere anche la fase 3, in cui viene confrontato il gruppo vaccinato e quello che ha soltanto ricevuto il placebo. Poi, basterebbe presentare all’Agenzia europea per i medicinali la richiesta di autorizzazione.

La capacità produttiva dell’azienda dovrebbe essere di 100 milioni di dosi all’anno. Secondo Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, alcuni milioni di dosi potrebbero già essere somministrate a settembre.

Per quanto riguarda i finanziamenti, l’agenzia governativa Invitalia ha confermato in una nota che finanzierà ReiThera per 81 milioni di euro. “Gran parte dell’investimento, 69,3 milioni, sarà destinato alle attività di ricerca e sviluppo per la validazione e produzione del vaccino anti-Covid. La restante quota (11,7 milioni) sarà utilizzata per ampliare lo stabilimento di Castel Romano (Roma), dove sarà prodotto il vaccino. Le agevolazioni concesse, in conformità alle norme sugli aiuti di Stato, ammontano a circa 49 milioni di euro: 41,2 milioni a fondo perduto e 7,8 milioni di finanziamento agevolato”, hanno spiegato.

Alcuni dei benefici di questa opzione potenziale sono evidenti. “Un vantaggio sicuro di una soluzione come Grad-Cov2 è la facilità logistica per quanto riguarda i trasporti”, ha spiegato in un’intervista l’immunologo Andrea Cossarizza. “Poter conservare il vaccino tra i 2°C e gli 8°C, invece che a temperature come -70°C o -80°C, rende tutto più agile”.

Ma mette in guardia dalla narrazione del “vaccino tutto italiano” che sta cominciando a circolare massicciamente. “Di certo la produzione su territorio italiano rappresenta un’opportunità in più per avere a disposizione vaccini per il nostro Paese, ma far passare il concetto di autarchia può essere pericoloso”, ha aggiunto. “Se tutti facessero il ragionamento di tenere per sé i vaccini prodotti nel proprio paese, oggi noi saremmo a piedi”. A questo si aggiunga che, anche se tutti i test clinici fino ad ora sono stati condotti in Italia, ReiThera appartiene dal 2014 alla multinazionale GlaxoSmithKline, con sede a Londra.

Ciononostante, nelle istituzioni italiane si respira una certa aspettativa. Il Commissario straordinario per l’emergenza Covid e Amministratore delegato di invitalia Domenica Arcuri l’ha chiamato “un accordo importante per ridurre la dipendenza del nostro Paese in un settore delicatissimo per la tutela della salute dei nostri cittadini”. Un colpo che, se dovesse andare in porto, aiuterebbe moltissimo “la capacità di risposta nazionale alla pandemia, accelerando così l’uscita dalla crisi”.