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L’ultimo record di Trump: le condanne a morte

Il presidente uscente è da sempre favorevole alla pena di morte, anche se negli Stati Uniti è sempre meno utilizzata. E nel 2020 ha fatto giustiziare 13 persone, battendo un record che resisteva dal 1820

Chip Somodevilla/Getty Images

Se c’è una caratteristica che spicca della presidenza di Donald Trump – oltre al totale disprezzo della prassi e delle norme democratico-costituzionali – è il suo scarso impegno nel portare a termine i suoi progetti. A cominciare dal muro al confine con il Messico, largamente incompiuto, eretto con denari del contribuente americano (e non messicano, come Trump aveva promesso nel 2016). O come l’accordo con la Corea del Nord per la riduzione dell’arsenale atomico, non andato molto oltre le foto con il dittatore nordcoreano. Ma nella parte finale del suo unico mandato ha centrato un obiettivo forse secondario, ma non meno importante per la sua teologia politica: il ripristino della pena di morte.

Sin da quando era ben lontano dalla discesa in campo, Donald Trump aveva espresso il suo sostegno alla pena di morte: nel 1989 cinque afroamericani di New York vennero ingiustamente accusati dello stupro di una ragazza di 28 anni e lui comprò una pagina di diversi quotidiani con una lettera particolarmente virulenta intitolata Riportate indietro la pena di morte – che nello stato di New York non era più stata applicata dal 1964, ma non era ancora stata abolita (sarebbe successo nel 2007). Aveva intercettato un trend: negli anni Novanta ci sarebbe stato il picco della popolarità per la pena capitale: nel 1996 si emisero 315 condanne e nel 1999 si comminarono 98 esecuzioni.

Lo stesso ha fatto da presidente. Fino a inizio 2020, a livello federale era in vigore una sospensione di fatto delle esecuzioni risalente al 2003.  Ma Trump conosce la popolarità dell’esecuzione come strumento punitivo nei confronti dei “criminali/peccatori” – secondo un sondaggio di Gallup sul tema, il 59% degli cristiani evangelici bianchi la sostiene. Per questo, in accordo con il procuratore generale William Barr, ha deciso di riprendere con le esecuzioni: 13 in totale.

E sono state esecuzioni, denuncia il centro studi Death Penalty Information Center, scelte con criteri “politicizzati”. Due vittime erano disabili psichici: Dustin Higgs, ucciso il 15 gennaio nonostante si sapeva che l’iniezione letale avrebbe potuto causargli sofferenze paralizzandogli i polmoni, e Lisa Montgomery,  finita sul lettino del boia il 12 gennaio e diventata la prima donna a essere giustiziata dal governo federale negli 67 anni. E poi Christopher Vialva, condannato a morte per un duplice omicidio commesso a 19 anni, e Lezmond Mitchell, il primo nativo americano a essere giustiziato fuori dalla giurisdizione tribale. 

13 condanne a morte eseguite è un record per un singolo presidente. Franklin Delano Roosevelt ne aveva firmate 11, ma in 12 anni di mandato e c’era in mezzo la seconda guerra mondiale. Per trovare un numero simile bisogna tornare al 1820, quando il presidente James Monroe ne firmò 12 nel giro di un anno per punire i membri di due bande di pirati che colpivano le navi mercantili americane. 

Non è in discussione il fatto che gli omicidi compiuti da questi condannati siano stati particolarmente efferati – uno di loro, Dustin Honken, era un trafficante di droga e un suprematista bianco, che nel 1993 ha ucciso due bambine di 8 e 10 anni. Lo sono anche gli altri 49 prigionieri detenuti nel penitenziario federale di Terre Haute, in Indiana, dove vengono eseguite le condanne a morte. Ma quantomeno stupisce che nel 2020 si sia raggiunto il minor numero di condanne a morte da 37 anni: 17 in totale – complice la pandemia, anche stati come il Texas vi ricorrono sempre meno.

Secondo il Texas Tribune, è anche sempre più difficile per le prigioni rifornirsi di pentobarbital, la sostanza con cui il boia esegue le sentenze di morte. Per il 2021, il Texas ha in programma solo 5 esecuzioni e uno stock di appena 16 dosi a disposizione – la maggior parte delle quali in scadenza. Insomma, ci sono numerosi problemi tecnici, anche perché le aziende produttrici non vogliono più essere associate alle condanne a morte per non esporsi a eventuali possibili boicottaggi. Anche per questo si preferisce condannare all’ergastolo che non alla pena di morte – a cui comunque, secondo l’istituto di sondaggi Gallup, rimane favorevole il 55% degli americani. 

Ma forse la ragione per cui Trump ha voluto diventare il boia dei record è un’altra: rafforzare, sotto elezioni, la sua immagine di giudice supremo e inflessibile, con potere di vita e di morte. Per far dimenticare, invece, le grazie comminate ad amici e alleati nel mese di dicembre. Come a voler dire: se hai connessioni importanti, puoi star sicuro che arrivi il colpo di spugna presidenziale; se non le hai, puoi venir sacrificato per far felice un segmento di elettori bianchi e cristiani evangelici. Tutto questo prima dell’arrivo di Biden, che in campagna elettorale ha annunciato di voler abolire la pena di morte a livello federale, ora che molti stati stanno seguendo l’esempio del Colorado – il 22esimo ad abolirla nel 2020.