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Lo sciopero generale è partito con il piede sbagliato

Proclamato per il prossimo 16 dicembre conto la manovra finanziaria del governo Draghi, ha già problemi prima di cominciare: la Cisl si è sfilata e i due sindacati rimasti, Cgil e Uil, sono isolati e senza sostegno dalla politica

Una sindacalista CGIL durante uno sciopero a Napoli nel marzo 2021. Ivan Romano/Getty Images

Lo scorso 6 dicembre, Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero generale, con una manifestazione nazionale a Roma e altre mobilitazioni in diverse città italiane, contro la manovra finanziaria in via di approvazione dal governo Draghi, ritenuta “insoddisfacente” specie per quanto riguarda la riforma dell’Irpef – con il taglio delle tasse sui redditi più alti – e per quanto riguarda pensioni, scuola e politiche industriali contro le delocalizzazioni e la precarietà del lavoro. Ma già in partenza il fronte sindacale è partito diviso: la Cisl infatti, tramite il suo segretario Sbarra, ha detto che “considera sbagliato ricorrere allo sciopero generale e radicalizzare il conflitto in un momento tanto delicato per il Paese”. 

Lo sciopero generale in Italia è qualcosa che non si vede da tanto tempo. L’ultima volta che i grandi sindacati confederali si sono mossi è stato infatti nel 2014, quando avevano proclamato 8 ore di sciopero contro l’approvazione del Jobs Act voluto dall’allora premier Matteo Renzi. A far pendere definitivamente la bilancia verso lo sciopero è stato il fallimento della pur limitata mediazione di Draghi, che intendeva rimandare di un anno il taglio alle tasse per i redditi superiori ai 75mila euro e finanziare sgravi fiscali sulle bollette per le famiglie più povere, mediazione che è saltata per l’opposizione di tutto il centrodestra, dalla Lega a Italia Viva.

Tra i commentatori – giornali, telegiornali ed esponenti politici – la decisione dei sindacati è stata accolta con reazioni che vanno dallo shock alla costernazione. Il primo effetto della decisione di uno sciopero generale è stato infatti quello di rompere la narrazione che circonda il governo Draghi dal giorno del suo insediamento: una narrazione che lo presenta come “il governo dei migliori” che starebbe risollevando la reputazione internazionale dell’Italia e con cui, all’interno, il Paese vivrebbe una luna di miele. Lo stesso Draghi – riportava un retroscena di Repubblica – sarebbe rimasto sorpreso dalla convocazione dello sciopero. 

Per cercare di venire incontro ai sindacati, ieri il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che contiene “misure urgenti finanziarie e fiscali” e che stanzia 3,3 miliardi di euro per varie destinazioni, dal finanziamento a infrastrutture ferroviarie e forze di polizia incaricate di compiti legati all’emergenza sanitari all’acquisto di vaccini e farmaci anti-Covid. Altri 1,4 miliardi dovrebbero essere poi stanziati nel 2022 per ridurre i rincari delle bollette energetiche, portando così i fondi disponibili per tale scopo a 3,8 miliardi di euro: si tratta di una mossa per venire incontro a quello che era uno dei punti del contendere con i sindacati. È “uno sforzo senza precedenti” per la ministra degli Affari regionali e delle autonomie Mariastella Gelmini, secondo cui è “difficile comprendere le ragioni dello sciopero generale” perché “il Paese ha bisogno di confronto e non di scontro”.

Sciopero generale che, però, sta già fallendo prima ancora di cominciare. Tanto per cominciare è arrivato il parere dell’Autorità di garanzia, che ha detto che lo sciopero va riprogrammato perché non rispetta il “periodo di franchigia” previsto per alcuni settori (di fatto, un divieto di sciopero tra il 15 dicembre e il 6 gennaio) ed è troppo vicino ad altri scioperi già in programma. I sindacati hanno risposto confermando la mobilitazione ma escludendo quei settori per cui vale il “periodo di franchigia” – le poste e i servizi ambientali, che si aggiungono così a settori già esclusi come la sanità, i trasporti e la scuola.

Scuola che, intanto, sta portando avanti un suo sciopero del tutto indipendente da quello generale, previsto per oggi. Il motivo della mobilitazione è, anche in questo caso, la legge di bilancio, che stanzia risorse troppo scarse per l’istruzione. Il tentativo di Cgil e Uil è quello di collegare la mobilitazione di oggi con quella del 16 dicembre, e i segretari dei due sindacati Landini e Bombardieri parteciperanno alla manifestazione nazionale di sciopero della scuola prevista per oggi a Roma. “La battaglia delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola fa parte di una più ampia battaglia che tutti insieme stiamo portando avanti contro una manovra insoddisfacente, in particolare su fisco, pensioni, politiche industriali, contrasto alla precarietà del lavoro”, spiega un comunicato congiunto dei due sindacati.

C’è poi il punto della mancanza di supporto politico per la lotta: Cgil e Uil sono isolati. Non solo è mancata l’adesione della Cisl, spezzando il fronte sindacale, ma è mancata anche qualsivoglia sponda politica per la rivendicazione. Persino Enrico Letta, segretario del PD – il partito che dovrebbe essere più sensibile e vicino ai sindacati – si è detto “sorpreso” dalla convocazione dello sciopero generale e ha difeso le scelte del governo, legge finanziaria compresa. Del resto, Letta non poteva fare altrimenti: la sua strategia politica in questo momento sembra caratterizzata da aperture a destra – ieri era invitato a parlare dal palco di Atreju, la convention di Fratelli d’Italia, e dalle colonne del Corriere della Sera ha auspicato “una larga maggioranza” che comprenda FdI in vista delle elezioni per il Presidente della Repubblica.