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Lo Ius Scholae (finalmente) visto dai diretti interessati

Mentre il parlamento straparla al posto loro e la destra fa di tutto per stoppare sul nascere ogni concessione, cosa pensano i consiglieri comunali di seconda generazione appena eletti dei limiti che, ancora oggi, impediscono l'accesso alla cittadinanza a centinaia di migliaia di stranieri nati e cresciuti in Italia?

Veronica Atitsogbe, la prima italiana di seconda generazione a presiedere il Consiglio comunale di Verona

A Verona si respira finalmente un po’ di sinistra. Il 29 giugno è stato eletto sindaco Damiano Tommasi, ex centrocampista della Roma e della Nazionale.

Il merito è anche di Veronica Atitsogbe, la candidata più votata della lista indipendente a sostegno di Tommasi. Con loro Verona cercherà di levarsi di dosso il marchio di città violenta e fortino dell’estrema destra. Ne sa qualcosa il giornalista Paolo Berizzi, che vive sotto scorta per aver dedicato alla città dell’Arena un libro (È gradita la camicia nera. Verona, la città laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa) e un lungo lavoro d’inchiesta. In un contesto come questo Atitsogbe, ventottene figlia di genitori originari del Togo, ha fondato un’associazione il cui nome – Afroveronesi – rivela da subito la volontà di camminare a testa alta e fare del comune veneto un luogo dove nessuno possa più sentirsi escluso o giudicato per ciò che è.

Con una laurea in Governance e una in Studi internazionali, la neo-consigliera ha un curriculum che mette in crisi molti avversari. La sua elezione assume un significato ancora più importante se letta insieme ai risultati ottenuti da Simohamed Kaabour, Bruno Leka, Victoria Oluboyo, eletti rispettivamente a Genova, Quarrata e Parma. Succede in un periodo in cui a livello nazionale il parlamento straparla al posto loro, dovendo decidere se è finalmente arrivato il momento di estendere il diritto di cittadinanza sulla base del principio dello Ius Scholae.

Eppure la consigliera veronese si dice stupita dell’interesse che i tanti voti per lei hanno suscitato a livello nazionale. Ma non è sorpresa del risultato della coalizione per Tommasi: «In Parlamento, così come qui a Verona, c’è bisogno di fare sensibilizzazione. Nella mia città c’è sempre stata una risposta forte alle destre, organizzata dalle associazioni nelle piazza. L’associazionismo è vigile, attento, partecipe. Pensiamo ad esempio alla contro-manifestazione del Congresso delle famiglie», dice riferendosi alla maxi-manifestazione anti-femminista e contro i diritti civili del marzo 2019, voluta da CitizenGO: quel giorno intervennero gli immancabili Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Simone Pillon, ma anche il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e addirittura il sindaco oggi sconfitto, Federico Sboarina. L’attivismo di Atitsogbe, che all’epoca aveva 25 anni ed era stagista in Prefettura (dove si occupava delle domande per l’ottenimento della cittadinanza e per i ricongiungimenti familiari) era forte già allora. «Esiste ed è sempre esistita un’altra Verona, quella che io conosco e che ho incontrato nei quartieri insieme ad altri candidati», dice.

Se nel suo caso si è trattato di una candidatura per una lista indipendente, per gli altri cittadini di seconda generazione eletti la sollecitazione è arrivata dal Partito Democratico, ma la loro consapevolezza che l’impegno politico sia necessario per il rinnovamento della società è precedente. Nel caso di Simohamed Kaabour, presidente quarantenne del CoNNGI (Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane), eletto consigliere a Genova, questo è risultato chiaro una volta diventato docente in una scuola. «Dopo la laurea, nel 2006 avevo 26 anni e avevo iniziato a lavorare in terza fascia, nella stessa scuola in cui avevo lavorato l’anno prima come mediatore culturale. Era una scuola di periferia in cui gli studenti di origine straniera erano molti. Io sono di origine marocchina e per loro era importante avere me come docente, e anche viceversa. Ma quando dopo un mese di lavoro ho spiegato che dovevo rinnovare il permesso di soggiorno pur essendo in Italia da quando ero bambino mi è stato detto che non potevo insegnare».

Che le cose per lui fossero diverse, in qualche modo lo sapeva già: «Da studente avevo un permesso per motivi di studio che andava rinnovato alla scadenza. Questa era una preoccupazione che gli altri miei compagni non avevano. Quando scoprii che non potevo insegnare fu una doccia gelata. Ma poi, somatizzata la cosa, feci causa per discriminazione e vinsi. Feci anche domanda per la cittadinanza italiana, che prima non sapevo nemmeno fosse un requisito obbligatorio per accedere a certe professioni».

L’insegnamento non era nemmeno stato la prima scelta per Simo, come lo chiamano tutti. «Ma quell’episodio scatenò il mio attivismo e mi mise di fronte ad alcune domande. Permetterci di andare a scuola è un investimento su di noi, giusto? Allora perché poi alcuni non possono mettere a frutto la formazione ricevuta? Nel settore privato ci sono meno limitazioni, ma realizzai che senza la cittadinanza italiana avrei avuto difficoltà anche come broker. Quello era il mio obiettivo quando mi sono iscritto all’università, ma se lo fossi diventato avrei potuto viaggiare meno dei colleghi, non riuscendo facilmente ad ottenere il visto. E anche il mio curriculum aveva un limite, perché rispetto ad altri candidati dovevo specificare che avevo un permesso di soggiorno. Poi mi è diventato chiaro che la cittadinanza permette di sperimentarsi in più ambiti».

Quando riflettiamo insieme sul fatto che l’attivismo delle seconde generazioni ha dato vita a molte associazioni, Kaabour riconosce che «esistono modi diversi di intendere gli stessi diritti. Il CoNNGI è l’unica organizzazione tra queste ad essere legata alle istituzioni. Quando ci confrontiamo ci possono essere incomprensioni, ma c’è condivisione d’intenti. L’importante è non essere autoreferenziali». Quella dello scorso giugno non è stata era la prima volta che Kaabour ha corso per il Comune di Genova, tecnicamente: «Il mio impegno civico e politico è nato attorno all’associazione Nuovi Profili e nel 2012 abbiamo cercato uno spazio di parola e creato una lista chiamata Fratelli e Fratellastri. Sei di noi erano di origine straniera. Poi nel 2017 mi sono candidato con una lista di sinistra, ma è stata una candidatura di appoggio. Questa volta invece mi sono candidato da indipendente con il PD».

Anche Bruno Leka, eletto a Quarrata, provincia di Pistoia, ha corso per il Partito Democratico. Classe 1997, lavora in un concessionario auto di proprietà di altre persone con origini albanesi come lui. Nonostante le comunità straniere siano ben presenti e quella albanese conti nella provincia circa 14 mila cittadini su 300 mila, Leka rappresenta una prima volta per la provincia pistoiese, perché finora non c’era stato un consigliere con background migratorio. Ci racconta di come Quarrata sia celebre come la città del mobile («Ma con l’ascesa di Ikea qui le cose sono peggiorate»), mentre Pistoia è conosciuta per il commercio delle piante.

Vuole arrivare a dire che «la possibilità di lavorare cambia tutto, fa sentire inclusi nel tessuto sociale. Molte persone di origine albanese in questa zona lavorano in proprio guidando aziende in ambito edilizio. Per le seconde generazioni l’inclusione invece avviene da subito, attraverso la scuola».

Se il padre di Leka arrivò in Italia con il flusso migratorio degli anni novanta, dopo il crollo del regime comunista in Albania (con il gommone come molti altri, a causa di leggi che il figlio sottolinea essere obsolete), Leka iniziò a impegnarsi politicamente da studente. «Avevo 18 anni, ora ne ho 25. Sono stato dirigente a livello nazionale e sono tuttora iscritto all’università. Non ho mai considerato di mantenermi con la politica. Oggi la comunità albanese è completamente diversa, inserita a tutti gli effetti in questo territorio». Leka continuerà a concentrarsi «sui temi dell’intercultura e della cittadinanza. So di dover rappresentare diverse minoranze, anche i giovani sono minoranza in politica. Ma non sono visto qui come “il candidato albanese” oppure “lo straniero”. Sicuramente sono visto come un candidato giovane e so che il mio comune ha bisogno di ascolto. Le realtà interculturali ne hanno, e hanno numeri importanti adesso. Devo capire di cosa hanno più bisogno. I giovani hanno bisogno innanzitutto di essere responsabilizzati, intendo di potersi assumere delle responsabilità. Per questo sono felice delle elezioni di Simo, Giulio e Marwa», eletti in elezioni recenti che condividono le battaglie dei giovani e dell’intercultura. «Abbiamo bisogno soprattutto di spazi. E spero che questi buoni risultati siano un monito per altri, che suonino come un invito ad impegnarsi allo stesso modo proprio perché in questo momento tante persone si sentono lontane dalla politica».

Ed è notizia di ieri che un’altra candidata tra i più impegnati sul fronte della cittadinanza è diventata consigliera: Victoria Oluboyo è stata eletta a Parma, dove è nata da genitori nigeriani e dove i candidati sono stati ben 700 su un totale di nemmeno 200mila abitanti. Cresciuta in città, Oluboyo ha 28 anni ma si è già molto occupata di immigrazione. Oggi lavora come assistente amministrativa in Prefettura, prima ha svolto un tirocinio alla Nato ed è stata operatrice legale e operatrice socio-sanitaria. Ha scelto di «non promettere mari e monti, come altri hanno fatto, ma di fare una campagna tematica, in cui fosse chiaro anche che io sono molto di più delle mie origini e del colore di pelle. Ho chiarito subito che voglio occuparmi di diritti sociali e civili, come ho sempre fatto dai tempi in cui ero studentessa».

Il suo programma aveva tre cardini: «città degli studenti, città dei diritti, rigenerazione urbana. Gli esempi di altre città possono tornare utili per scrivere protocolli per la nostra, per migliorare le condizioni di vista di tutti. In quanto alleata della comunità lgbt+, ad esempio, mi sono confrontata con il deputato Alessandro Zan». Oluboyo prevede di lavorare per mozioni che coinvolgono le diverse associazioni e realtà del terzo settore presenti sul territorio, «perché tutti devono sentirsi coinvolti nella vita politica e verificare se i progetti funzionano. E ho sempre mente che se non lo facciamo noi, nessuno lo farà per noi. Per questo è importante avere un buon protocollo anti-tratta, accantonare i pregiudizi quando si discute di criminalità organizzata, rispondere urgentemente alla crisi abitativa: molti hanno dove dormire ma non una sistemazione dignitosa. Bisogna lavorare evitando di promettere mari e monti come alcuni avevano fatto in campagna elettorale senza perà aver fatto i conti con il bilancio del Comune. Ho progetti realizzabili, perché non dimentico che in passato il Comune di Parma è stato commissariato e ha avuto un buco da sanare».

Inevitabile la domanda sul perché diversi giovani di seconda generazione abbiano corso con il Partito Democratico, nonostante si tratti di un partito ricordato per il Memorandum Italia – Libia, tutto a danno dei migranti e più in generale per scarsa perseveranza in tema di diritti. Con un grande partito, dice, «ce la si gioca di più, ma il PD bisogna cambiarlo. Ha tante anime: democristiani, centristi, sinistra, e tutti ora devono allearsi per perseguire obiettivi comuni. Molti a sinistra hanno smesso di votare perché non si sentono rappresentati, ma il PD deve essere il partito dei diritti. E spero che le persone che hanno ideali di giustizia sociale vogliano impegnarsi».

Per Veronica Atitsogbe, Simohamed Kaabour e Bruno Leka una nuova vita politica è iniziata da qualche giorno, mentre per Victoria Oluboyo è iniziato ieri. Sa di aver preso un impegno con chi ha scelto il suo nome tra tutti: «Mi attendono cinque anni di lavoro. Sento tutta la responsabilità, ma sono pronta”, conclude con l’aria di chi ha intenzioni serissime.