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Lo ‘Ius Scholae’ è il nuovo nemico immaginario della destra italiana

La possibilità di concedere la cittadinanza agli stranieri che hanno completato un ciclo di studi in Italia è diventata spauracchio che Salvini e Meloni stanno agitando per solleticare l’indignazione dei propri elettori: il primo ha minacciato di far cadere il governo, la seconda ha invocato le elezioni anticipate. Insomma, la principale priorità delle destre è impedire a 870mila stranieri cresciuti e perfettamente integrati in Italia di poter diventare italiani a tutti gli effetti

Foto di Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty

Un incubo funesta le notti della destra xenofoba italiana: si chiama “Ius Scholae”, ed è il nuovo spauracchio che Matteo Salvini e Giorgia Meloni stanno agitando per solleticare l’indignazione dei propri elettori, minacciando addirittura di far cadere il governo nel caso in cui il tremendo provvedimento – ossia un disegno di legge presentato dal deputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Brescia lo scorso 9 marzo, che ha da poco ricevuto il via libera per l’esame dalla Commissione Affari Costituzionali – dovesse incassare il favore di entrambe le Camere.

Da destra a sinistra ne parlano tutti: la Lega ha definito la proposta come una «provocazione inaccettabile», mentre Fratelli d’Italia ha invocato le elezioni anticipate attraverso il guanto di sfida che la sua leader ha indirizzato a Enrico Letta: «Se davvero pensate che le priorità dell’Italia siano la legalizzazione degli stupefacenti – la nostra si riferisce al ddl cannabis, la cui discussione a Montecitorio è iniziata mercoledì, ndr – e la cittadinanza facile per immigrati, abbiate il coraggio di presentarvi subito alle elezioni inserendole nel vostro programma e sottoponendo tutto al giudizio degli italiani, ci state?».

La domanda sorge spontanea: che cosa sarà mai, questa iattura impronunciabile che rischia di far saltare la maggioranza e mettere in pericolo i destini di tutti noi? Se ne state sentendo parlare per la prima volta in queste ore, tranquilli, non fatevi spaventare dai latinismi: non è altro che una regola di buon senso, piuttosto intuitiva e sacrosanta da un punto di vista logico, che qualsiasi Paese civile dovrebbe approvare nel silenzio più totale, senza clamori o contestazioni di sorta; e invece no, siamo in Italia e quindi è giusto esasperare una presunta “minaccia” fino ai confini dell’assurdo.

Si tratta, sostanzialmente, di riconoscere un diritto a una porzione neppure troppo consistente di popolazione – parliamo del 10% dei bambini che frequentano le scuole italiane, circa 870mila – che ne è ingiustamente privata. Le proposta, infatti, punta a introdurre la possibilità di concedere la cittadinanza ai minori stranieri che hanno completato un ciclo di studi di almeno 5 anni in Italia. Sembra un punto condivisibile, forse addirittura scontato, vero?

E invece no: oggi, infatti, l’acquisizione della cittadinanza è legata al principio – un po’ anacronistico – dello Ius Sanguinis: è italiano chi nasce da almeno un genitore in possesso della cittadinanza e, per l’appunto, ne “eredita il sangue”. Di conseguenza,  i figli di immigrati che sono nati in Italia – o che sono arrivati da piccoli – possono fare richiesta per diventare cittadini soltanto dopo il compimento dei 18 anni. Questo stato di cose genera un paradosso che è sotto gli occhi di tutti, perché fa sì che ragazzi e ragazze che hanno vissuto in Italia tutta (o gran parte) della loro vita, che hanno frequentato scuole italiane e che, soprattutto, si sentono italiani da ogni punto di vista (linguistico, culturale) non possano acquisire la cittadinanza prima della maggiore età, avviando un iter burocratico complesso e macchinoso.

Un esempio celebre che, negli ultimi giorni, ha riassunto al meglio queste storture è quello di Khaby Lame, il creator più seguito al mondo su TikTok, nato a Dakar ma cresciuto a Chivasso, in provincia di Torino: ha 22 anni, ma è ancora in attesa di ottenere la cittadinanza ed è costretto a spostarsi con il passaporto senegalese – una circostanza che non gli ha permesso di presenziare al VidCon, la conferenza di youtuber e tiktoker che si svolge negli Stati Uniti, perché il suo visto non è arrivato in tempo.

Per tutti questi motivi, fuori e dentro le aule parlamentari, si dibatte moltissimo sulla possibilità di superare un criterio totalmente scollegato dal tempo e dalla congiuntura socioeconomica attuale. Il centrosinistra, ad esempio, ha proposto a intervalli regolari un cambiamento radicale, attraverso la realizzazione di una nuova legge sulla cittadinanza fondata sul principio dello Ius Soli, che estenderebbe la cittadinanza a chiunque nasca in Italia, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza dei genitori (è il criterio che vige, ad esempio, negli Stati Uniti).

Ovviamente, però, tutte le proposte fondate sul “diritto del suolo” hanno incontrato l’ostruzionismo feroce delle destre al grido de «la cittadinanza si merita, non si regala» e sono state puntualmente affossate. Ecco perché, nel caso in cui la proposta sullo Ius Scholae dovesse incontrare l’approvazione di entrambe le Camere, si tratterebbe in ogni caso di una vittoria mutilata, un contentino, una sorta di versione light dello Ius Soli congegnata al fine di non irritare troppo le destre e, chissà, strappare una piccola concessione su un terreno delicatissimo come quello della cittadinanza.

Smorziamo sin da subito gli entusiasmi, però: non accadrà. Qualora la proposta dovesse passare il vaglio di Montecitorio, non troverebbe comunque i numeri in Senato. Dobbiamo metterci l’anima in pace: la principale priorità delle destre è impedire a 870mila stranieri cresciuti e perfettamente integrati in Italia di poter diventare italiani a tutti gli effetti.

Il risultato è sempre lo stesso: mentre la società è sempre più multiculturale e a scuola, al lavoro e un po’ ovunque la retorica sui diritti pervade ogni discorso pubblico, la cittadinanza rimane un privilegio.