L’Italia ha quadruplicato le missioni militari all’estero negli ultimi 30 anni | Rolling Stone Italia
Home Politica

L’Italia ha quadruplicato le missioni militari all’estero negli ultimi 30 anni

Dal 1945 a oggi l’Italia ha partecipato a 151 missioni militari all’estero. Numeri che raccontano tanto del cambio di rotta dei governi, che oggi provano a “mettersi in proprio”, trovando terreno in Nordafrica e nel Sahel

Foto di Antonio Masiello/Getty Images

Il dibattito sull’invio di armi all’Ucraina ha riacceso le luci sul tema della spesa militare italiana. Analizzando i dati sulla presenza dei nostri soldati nelle missioni di peacekeeping all’estero, emergono dei dettagli importanti su come è cambiato l’approccio alla politica internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi.

In particolare, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, l’Italia ha visto un incremento verticale del numero di missioni che vedono coinvolti suoi militari. Dalle 5 di media degli anni 90, si è arrivati alle 37 attualmente in corso. Questo succede a causa di molti fattori concomitanti. Prima di tutto, il cambio di scenario geopolitico mondiale ha spinto verso un nuovo multilateralismo, in cui enti sovranazionali politici (come l’Unione Europea), militari (la NATO) o ibridi (le Nazioni Unite) hanno guadagnato libertà di azione. In questo panorama, l’Italia ha sempre provveduto con un grande impegno militare: basti pensare che dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, il nostro paese è il primo per numero di soldati impiegati in missioni NATO.

Questo però, apre una riflessione su un tema: se trent’anni fa la gran parte degli sforzi era concentrata nei Balcani, sia a causa della guerra, sia perché era ritenuta una regione in cui era importante che ci fosse una sfera di influenza italiana, c’è stato un graduale spostamento verso altri orizzonti. Prima il Medio Oriente, seguendo la guida americana in Iraq e Afghanistan, ora l’area del Nordafrica e del Sahel che viene definita come “Mediterraneo Allargato”.

Questo cambio di rotta è stato ufficializzato a luglio scorso dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che ha dichiarato in Parlamento che «l’Italia deve dedicarsi a questa regione, attraverso operazioni sia multilaterali, sia bilaterali».

Quella operata da Guerini è una distinzione molto importante, se si vuole capire come stia cambiando la politica estera italiana. Tendenzialmente, l’approccio mondiale post Guerra Fredda ha fatto sì che ci fosse una predilezione di missioni coordinate da più forze o da organizzazioni sovranazionali. La stagione dei populismi ha però frenato questo fenomeno, che a dire il vero stava già rallentando da qualche anno. Il fatto che le scelte politiche fossero intese dalla cittadinanza come scelte personali di questo o quel ministro e non come frutto di una visione collettiva dell’esecutivo, ha permesso la nascita di missioni totalmente italiane, in accordo con i paesi ospitanti.

Il grande sviluppo degli anni 1990-2010 ha visto una crisi negli ultimi dieci anni abbondanti, principalmente perché il fallimento della “War on Terror” in Iraq e Afghanistan, la gestione della caccia a Osama Bin Laden, la guerra in Libia e la crisi economica del 2008 hanno incrinato il mito delle missioni di pace. Partiti populisti come il Movimento 5 Stelle hanno fatto dell’antimilitarismo un cardine ideologico, ma hanno poi dovuto scegliere cosa fare delle migliaia di soldati italiani sparsi per il mondo, una volta arrivati al governo, prima con la Lega, poi col PD.

Sempre a luglio scorso, il Parlamento ha approvato, con circa il 90% di voti favorevoli, una serie di manovre che prevedranno un numero massimo di 9mila militari impegnati nelle missioni in tutto il mondo. Attualmente ci sono soldati italiani impegnati in Bosnia Erzegovina, Romania, Iraq, Macedonia del Nord, Kosovo, Serbia, Lettonia, oltre a quelli delle operazioni Sea Guardian, EUNAVFOR Med Irini, Frontex e NATO Standing Naval Forces, nel bacino del Mediterraneo.

Altri contingenti operano in Mali, Libano (uno dei teatri che vede maggiormente impegnata l’Italia, con 1076 militari nel 2020), Cipro (con soli 4 operativi), Sahara Occidentale, confine tra India e Pakistan (UNMOGIP è attiva addirittura dal 1959), Somalia, Repubblica Centrafricana, Stretto di Hormuz (tra Iran ed Emirati Arabi Uniti), Egitto, Kuwait, Malta (esistente dal 1973 e volta all’addestramento dell’esercito locale), Libia, Niger, Gibuti, Palestina e Afghanistan, per una spesa totale di circa 700 milioni di euro medi all’anno. Questa cifra è oscillata parecchio nel tempo: nel 2003, con lo scoppio della guerra in Iraq ha superato per la prima volta il miliardo e ha raggiunto il picco nel 2010, quando venne stanziato un miliardo e mezzo, prima di tornare più o meno al miliardo di euro l’anno negli ultimi tempi.

A parte queste missioni, meramente di difesa, ci sono poi quelle di salvataggio, come Mare Nostrum, che è attiva dal 2013 per cercare di aiutare i migranti che partono dalla Libia verso le coste italiane.

In definitiva: dal 1945 a oggi l’Italia ha partecipato a 151 missioni militari all’estero. Di queste, 132 (l’87%) è iniziata dopo la fine della Guerra Fredda, con un incremento enorme dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Un quarto (37) sono state nei Balcani, 29 nell’Africa Subsahariana, 28 nel Mediterraneo Allargato, 25 in Medio Oriente, 18 in Europa (Balcani esclusi), 10 in Asia, 4 in America Centrale.

Nonostante non se ne parli mai, la difesa italiana passa da questi numeri. Numeri che raccontano tanto del cambio di rotta dei governi, che oggi provano a “mettersi in proprio”, trovando terreno in Nordafrica e nel Sahel. Anche se ci sono scenari oscuri che si aprono in paesi critici come il Mali, dove il gruppo mercenario Wagner, al soldo di Putin, avanza inesorabile.