L’insospettabile faccia tosta di Letta nel confronto con Meloni | Rolling Stone Italia
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L’insospettabile faccia tosta di Letta nel confronto con Meloni

Contro ogni pronostico, l'uomo del #guancialetuttalavita ha abbandonato (saggiamente) il bisticcio da Twitter per provare, finalmente, a fare politica, uscendo benissimo dal dibattito con la sua avversaria più diretta (che ha chiuso con il sorriso nervoso di chi vede i problemi arrivare all'orizzonte: ed è chiaro, ormai, che i problemi Giorgia ce li ha, anzitutto, nella sua stessa coalizione)

Foto di Antonio Masiello/Getty Images

Il problema dei dibattiti in cui si sta dietro una scrivania e davanti a una telecamera è che non si sa dove mettere le mani. Nel faccia a faccia tra il segretario del Pd Enrico Letta e la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, è stata soprattutto la gestualità a segnare la differenza tra i due leader: lui se n’è stato quasi tutto il tempo con le mani giunte come fosse in preghiera, lei ha spesso appoggiato il suo volto imbronciato sul pugno. Il resto è andato giù sobrio così come l’aveva disegnato il Corriere.it, che questo dibattito l’ha organizzato. Sobria l’ambientazione, sobrio il format (domande uguali, tempi di risposta prestabiliti, possibilità di replicare, divieto di interrompersi direttamente), sobrio il direttore Luciano Fontana, che non ha mai perso il pallino del gioco e ha accontentato tutti. Già, perché la cosa più importante di questo dibattito è che sia avvenuto: sia Meloni sia Letta hanno come obiettivo il fare di queste elezioni uno scontro diretto tra di loro, escludendo tutti gli altri. Non è un caso che, su altre piattaforme, Carlo Calenda abbia partecipato in differita al confronto, rispondendo alle domande (l’effetto è una specie di sketch di cinema d’avanguardia: disagio evidente per chi osserva, ma il protagonista sembra divertirsi moltissimo).

Il confronto del Corriere, comunque, l’ha sostanzialmente vinto Letta. Un po’ a sorpresa, un po’ perché è normale in una campagna elettorale che l’inseguitore sia più brillante dell’inseguito (anzi, dell’inseguita), e dunque se il segretario del Pd è stato quasi sempre chiaro e, come si dice oggi, centrato, la presidente di Fdi è sembrata a tratti comiziante e a tratti in netta difficoltà. Due highlight: il primo, verso l’inizio, è quando si parlava di armi all’Ucraina (entrambi peraltro sono d’accordo) lei ha citato il programma dell’Alleanza Verdi Sinistra in cui la questione viene criticata. Letta ha replicato dicendo che Berlusconi e Salvini sono notoriamente vicini alla Russia di Putin e che quindi, casomai, i problemi sul punto sono a destra. Meloni ha così risposto che «più delle dichiarazioni contano i programmi». Ecco, chiunque segua la politica da più di un quarto d’ora sa benissimo che i programmi elettorali contano quel che contano e che, di solito, si è fortunati quando una forza di governo riesce a realizzare il 10% di quello che ha promesso. Secondo highlight: si parla di immigrazione, tema su cui la destra, almeno in teoria, può contare una serie di slogan, frasi a effetto e semplificazioni che fanno presa sull’elettorato. E invece Meloni si scorda di citare quello che ripete da mesi: il blocco navale. Letta se ne accorge e lo sottolinea, lei si perde in un discorso troppo lungo e astruso per risultare credibile. E comunque è chiaro che Giorgia teme molto Silvio e Matteo, probabilmente molto più di quanto possa temere Enrico, con cui anzi si dà del tu ormai da mesi.

Questa necessità di spendere troppe parole invece che urlare slogan ha messo in difficoltà più volte Meloni: dall’ambiente che sarebbe un tema prioritario per i conservatori (?), al tema dell’adozione gay (in cui Letta dice che la cosa importante è l’amore, mentre lei straparla di «condizioni perfette» per i bambini) fino alla Legge 194, di cui lei chiede una «piena applicazione», quando ormai tutti hanno capito cosa significhi.

Momento comico: Meloni che per difendere la sua proposta di sedicente «semi–presidenzialismo alla francese» attribuisce questa proposta alla bicamerale del governo D’Alema. Oltre ad essere vero solo in parte, sorella Giorgia dimentica di dire che fu proprio la destra a far fallire quel progetto di revisione istituzionale e costituzionale del paese. Chiusura con Letta che giganteggia nello spiegare come funziona in parlamento in Francia, sottolineando che le ultime legislative, dall’altra parte delle Alpi, non hanno dato un vincitore e che riproporre una cosa del genere in un paese instabile come l’Italia sarebbe semplicemente ridicolo.

È così che la giornata cominciata con la rottura del bus elettrico con cui il Pd vorrebbe percorrere il rush finale di questa campagna elettorale finisce con un insospettabile Letta che vince il dibattito con la sua avversaria più diretta. Non ci avrebbe scommesso nessuno, e si sa che tanto queste cose non spostano molti voti, ma fa un certo effetto vedere l’ineffabile Enrico bucare lo schermo. L’uomo che, per unanime considerazione, sta portando avanti una delle campagne meno fantasiose e più noiose della storia del centrosinistra (e ce ne vuole) si riscopre solido leader quasi credibile.

Preso coraggio e vista la strada in discesa davanti a sé, Letta si concede addirittura il gusto di rilevare come «il sistema mediatico stia accompagnando Meloni verso il governo»: un inedito momento da rivincita dei nerd, quando il leader del partito che negli ultimi dieci anni si è completamente fuso con l’establishment trova le parole giuste per dare una stoccata ai giornali e alle televisioni che riposizionano la propria linea editoriale verso la donna che, secondo loro, probabilmente arriverà a Palazzo Chigi o giù di lì.

Alla fine a Meloni non resta che nascondersi dietro il vittimismo: all’accusa di aver battuto le mani al governatore della Puglia Michele Emiliano (che aveva evocato la battaglia di Stalingrado per caricare i suoi in campagna elettorale), Letta ha esibito il sorriso del democristiano che, per una volta nella vita, viene accreditato come guerriero.

Ormai in estasi, Letta conduce anche il finale del dibattito dicendo che, se una sconfitta del suo partito sarebbe una tragedia dell’Italia, non si presterà a nuovi governi di larghe intese. Quindi per il Pd il futuro sarà «governo o opposizione», tertium non datur. E anche la seconda ipotesi, a questo punto, sa quasi di respiro di sollievo. Meloni, dal canto suo, si congeda con la faccia preoccupata di chi comincia a capire che i guai veri devono ancora arrivare.