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L’incontro tra Mao Zedong e Richard Nixon, 50 anni dopo

Un meeting che venne lungamente preparato dopo una complessa serie di colloqui diplomatici e che, secondo la narrazione occidentale, permise alla Cina di aprirsi alle riforme di mercato del nuovo leader cinese Deng Xiaoping. La realtà, però, fu ben diversa

Foto di AFP via Getty Images

Mentre il mondo è impegnato a osservare lo sviluppo della crisi ucraina, qualche osservatore si chiede quale potrà essere il ruolo della Cina di Xi Jinping. Anche se ora i rapporti si sono deteriorati, c’è stato un tempo in cui l’apertura fatta nei confronti degli Stati Uniti sparigliò gli schemi della Guerra Fredda.

Quell’incontro tra Mao Zedong e Richard Nixon a fine febbraio del 1972 rimase iconico anche per le fotografie che ritraevano due mondi differenti che venivano a contatto nella loro radicale diversità. Quel meeting venne lungamente preparato dopo una complessa serie di colloqui diplomatici che iniziò negli anni ’50 e che ebbe quel risultato così dirompente. La narrazione occidentale racconta che grazie a quell’apertura la Cina si aprì all’Occidente e alle riforme di mercato del nuovo leader cinese Deng Xiaoping.

La realtà però fu ben diversa. Come spiega la professoressa Gina Tam, docente di storia dell’Asia alla Trinity University di San Antonio, Texas, il premier cinese Zhou Enlai, scomparso all’improvviso a inizio 1976, aveva già da tempo pronto un piano di riforme economiche: «Non bisogna sopravvalutare l’impatto di quell’evento storico, questo è un rischio da non correre. Certi elementi delle quattro modernizzazioni erano già presenti. Ciò non vuol dire che dal punto di vista della politica estera non sia stato cruciale. Non lo è stato nella trasformazione economica».

Per anni i repubblicani hanno avuto un rapporto privilegiato con Pechino, con la visita di Gerald Ford nel 1975 e quella di Ronald Reagan nel 1984. Poi non solo gli eventi di Piazza Tienanmen del giugno 1989, ma anche episodi come l’abbattimento di un aereo spia sull’isola di Hainan nell’aprile 2001 hanno aggravato i rapporti fino all’elezione di Donald Trump, che ha iniziato una politica apertamente ostile, sulla quale si sono allineati anche i democratici. Per tutta una serie di ragioni, spiega Tam: «A partire dal 2018 è emersa la questione del genocidio della popolazione uigura, la repressione della libertà ad Hong Kong nel 2019-2020 e infine l’attribuzione della responsabilità nella diffusione del Covid, anche se in quest’ultimo caso spesso è per coprire i fallimenti della gestione pandemica».

Difficile dire cosa farà adesso: la professoressa Tam non si sbilancia sulla situazione ucraina, dove la posizione cinese, blandamente favorevole a Mosca, è difficilmente intelligibile. Però si può tentare un’analisi su come andranno i rapporti con Washington: da una parte, spiega Tam, «certi settori hanno tutto da guadagnare da un accrescersi delle ostilità», dall’altra ci sono degli interessi a fare qualcosa per venirsi incontro, ma dal lato di Pechino “le voci favorevoli vengono silenziate».

Non è detto però che l’attuale leader Xi Jinping non possa cambiare un domani, come ha fatto male: «Servono solo le giuste circostanze per migliorare, anche se, da storica, è difficile far previsioni». Una riflessione ulteriore che si può fare però su quell’incontro è che non esistono situazioni geopolitiche fissate per sempre e blocchi contrapposti granitici e immutabili. La forza della diplomazia può fare breccia anche nei contesti più impensabili e con i tiranni che sembrano più tetragoni a qualsiasi apertura. Con tutta la diversità del caso, questa nota va tenuta a mente per qualsiasi contesto di crisi internazionale. Le strette di mano in mezzo ai fotografi trasformano la Storia. Anche se il percorso che ha fatto maturare quel gesto amichevole spesso non viene reso noto fino in fondo.

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