L’imprenditore che ha finto di essere rapito in Siria (ma poi è stato rapito davvero) | Rolling Stone Italia
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L’imprenditore che ha finto di essere rapito in Siria (ma poi è stato rapito davvero)

L'assurda storia di Alessandro Sandrini, sparito nel 2016, riapparso ostaggio di jihadisti in Siria nel 2017, liberato nel 2019: voleva farsi rapire per finta, ma alla fine era stato rapito davvero

La prima volta che l’imprenditore bresciano Alessandro Sandrini è finito sotto i riflettori dei media nazionali era il dicembre 2017, quando Repubblica dava notizia della sua prima telefonata a casa, oltre un anno dopo essere sparito. La madre aveva raccontato al Giornale di Brescia che Sandrini era partito per un viaggio organizzato di una settimana in Turchia e poi era scomparso, riuscendo più tardi a contattarla dicendo di essere stato sequestrato e chiedendole di avvisare la Farnesina. Secondo lo stesso articolo di Repubblica gli accertamenti di polizia sul conto corrente, da cui non erano stati effettuati prelievi, avevano “portato ad escludere l’ipotesi del finto rapimento”.

Nel luglio 2018 era arrivato anche un video, in cui Sandrini indossava una tuta arancione ed era in ginocchio, sorvegliato da uomini armati: “Vi prego aiutatemi”, diceva. “Sono stanco. Mi uccideranno se la cosa non si risolve in tempi rapidi. Non vedo futuro. Non so più cosa pensare”.

Nel maggio 2019, Sandrini era stato liberato. Ad annunciarlo era stata una conferenza stampa di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo armato legato ad al-Qaeda che controlla la provincia siriana di Idlib, nel nord del Paese, dove ha formato un sedicente Governo di Salvezza Nazionale. Secondo HTS la liberazione era avvenuta dopo un negoziato con una “banda di criminali” della zona, nelle cui mani era finito Sandrini; non si faceva riferimento al pagamento di un riscatto.

“Il connazionale Alessandro Sandrini è stato liberato al termine di un’articolata attività condotta, in territorio estero, in maniera coordinata e sinergica dall’intelligence italiana, dalla polizia giudiziaria e dall’unità di crisi del ministero degli Esteri”, aveva affermato in una nota l’allora premier Giuseppe Conte.

Appena libero, Sandrini aveva raccontato così il suo sequestro: “Sono stato catturato in Turchia. Ero per strada, era verso sera. In un momento ho perso la strada dell’hotel: non sapevo più da che parte fosse. Ho girato per le strade di Adana. A un momento, mi sono sentito mettere qualcosa sul volto. Sono stato – diciamo – drogato, mi sono addormentato e mi sono risvegliato in una stanza con due persone incappucciate e armate”. 

Appena rientrato in Italia, Sandrini era stato interrogato per due ore dal pm di Roma Sergio Colaiocco, titolare dell’indagine sul suo caso. “Non ho mai perso la speranza di tornare libero”, avrebbe detto. “Sono stato tratto abbastanza bene, mai minacciato di morte: mi ha salvato l’attività fisica che riuscivo a fare e la disciplina che mi sono dato”.

Sandrini aveva raccontato di aver “cambiato tre prigioni tutte nella zona nord della Siria, non lontano da Aleppo”, che i suoi carcerieri gli davano da mangiare “poca roba e di pessima qualità” e che dopo tre mesi era riuscito a ottenere carta e penna per poter scrivere e il permesso di fare ginnastica. Aveva poi ribadito la sua versione: era partito per una vacanza in Turchia, ad Adana; appena arrivato si era perso; all’improvviso qualcuno l’aveva narcotizzato e si era risvegliato prigioniero in Siria.

Un lieto fine, insomma, anche se di una vicenda abbastanza strana. E infatti oggi sappiamo che non era andata esattamente così: a quanto pare il sequestro di Sandrini era – almeno all’inizio – finto. Sarebbe diventato un vero sequestro di persona solo più tardi. Come riporta l’Agi, la procura di Roma ha infatti ottenuto l’arresto di tre persone, ritenute i registi del sequestro di Sandrini (così come di quello di Sergio Zanotti, altro imprenditore bresciano scomparso in Turchia nel 2016, riapparso in Siria nelle mani di jihadisti, tornato libero nel 2019).

Gli arrestati sono l’italiano Alberto Zannini e gli albanesi Fredi Frrokaj ed Olsi Mitraj, accusati di concorso in sequestro di persona a scopo di terrorismo. Anche Sandrini è indagato, per simulazione di reato e tentata truffa. In pratica, i tre si sarebbero accordati con Sandrini per organizzare il finto rapimento dell’uomo e spartirsi il riscatto pagato dalla Farnesina, convincendolo – come parte del piano – ad andare in Turchia. Una volta in Turchia però l’avrebbero rapito davvero, e l’avrebbero consegnato al Turkistan Islamic Party, un gruppo di jihadisti uiguri cinesi legato ad al-Qaeda che opera nel nord della Siria.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i tre criminali avrebbero organizzato nel dettaglio tutta la logistica del finto rapimento, dal passaggio nell’agenzia di viaggi, all’acquisto del volo, all’arrivo in Turchia. Inoltre durante gli anni del sequestro si sarebbero occupati di tenere buona la famiglia di Sandrini dando soldi ai suoi familiari, oltre che di gestire la diffusione dei video che provavano la sua presenza in Siria. A quanto pare Sandrini contava di “fare molti soldi” con il finto sequestro e – secondo le dichiarazioni di un testimone – “mi aveva garantito che appena rientrato in Italia… 100 mila euro sarebbero stati miei se gli avessi mantenuto il gioco, con la sua famiglia, i giornali e le forze dell’ordine”.