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Liana Borghi è stata un faro

Figura di riferimento per gli studi di genere e queer, Liana Borghi è scomparsa questo sabato. Il ricordo di alcune studiose e attiviste

Liana Borghi (a destra) con Elisa Coco

Sabato 20 novembre, mentre una parte del movimento lgbt+ si preparava per le celebrazioni del T-DOR (Transgender Day of Remembrance), ossia la giornata in cui vengono ricordate le persone uccise dall’odio transfobico, ha cominciato a circolare nelle chat e sui social una notizia che quella stessa comunità non avrebbe mai voluto ricevere: Liana Borghi, una delle figure più importanti per gli studi di genere e queer, è mancata all’età di 81 anni.

Definire Borghi una studiosa, però, risulta riduttivo agli occhi di chi l’ha frequentata. Per molti anni ha esercitato una professione piuttosto usuale per un’intellettuale, come ricercatrice di letteratura anglo-americana all’università. Senza di lei molti testi che hanno fatto la storia dei movimenti non avrebbero mai circolato in Italia, o sarebbero stati a disposizione di pochi. Borghi è stata molte altre cose: un’attivista per cui teoria e pratica devono procedere insieme, un’editrice (transfemminista, soprattutto, ma non solo), una divulgatrice e un’agitatrice culturale del cui lavoro di emersione e contaminazione beneficia enormemente anche chi oggi ha vent’anni. 

Nel 1979 è stata una delle socie fondatrici della Libreria delle Donne di Firenze, punto di riferimento per il femminismo italiano, e dal 1985 è stata responsabile con la scrittrice Rosanna Fiocchetto della casa editrice Estro, il cui obiettivo era tradurre testi di autrici mai tradotte prima in italiano. Per fondarla, Borghi e Fiocchetto, come spiegato in un’intervista apparsa su A – Rivista Anarchica, misero insieme 250 mila lire a testa: “Non ci interessavano le leggi di mercato, facevamo un libro e appena recuperati i soldi li investivamo di nuovo e ne facevamo un altro”. Così, nel giro di alcuni anni, con Estro e attraverso altre esperienze presero a circolare i testi di autrici tuttora considerate fondamentali per la comunità lesbica e non solo, come Adrianne Rich, Audre Lorde, Nicole Brossard, Teresa de Laurentis, Gertrude Stein, Monique Wittig, Hélene Cixous: pensatrici che declinano il lesbismo in modi molto diversi tra loro, e proprio per questo tutte portatrici di un punto di vista utile rispetto al lesbismo, destinato ad arrichire il confronto ormai definitivamente aperto in merito. Anche Donna Haraway, la filosofa che più ha lavorato sul rapporto tra scienza e identità di genere, introducendo la figura del cyborg, fu tradotta da Borghi, per poi essere pubblicata da una casa editrice dalla presenza capillare come Feltrinelli, mentre le traduzioni di Paul Preciado sono diventati dei successi di Fandango.

Dovrebbe bastare questo a far vergognare i direttori dei nostri maggiori quotidiani (ad eccezione del Manifesto sono tutti uomini) che ieri non hanno dato alcuno spazio alla notizia della dipartita di un’intellettuale di simile statura. Ma non è tutto, anzi, perché Borghi fu anche co-fondatrice nel 1987 del Giardino dei ciliegi a Firenze, un’esperienza fondamentale per molte e molti. Il nome, non a caso, si deve alla lettura di un romanzo di Christa Wolf dal titolo Guasto, in cui l’autrice prova ad affrontare l’angoscia del dopo-Chernobyl immaginando un mondo differente (“Un giorno, di cui non posso scrivere al presente, i ciliegi saranno fioriti”). Il Giardino diventa il luogo di ritrovo di un ampio collettivo che diventerà subito un riferimento per tutte le soggettività non conformi. Precarie della ricerca, attiviste, persone non binarie sono qui molto più a proprio agio che altrove.

In quegli anni, gli studi cui Borghi dedica gran parte della sua ricerca accademica raccolgono sempre maggiore interesse, salvo poi risultare gravemente sottofinanziati. Ma ora finalmente hanno un luogo in cui essere discussi e in cui questo avviene senza gerarchie. La critica letteraria Giuliana Misserville, che con Borghi fu una delle fondatrici della Società Italiana delle Letterate qualche anno dopo, lo racconta così: ”Liana, insieme a Clotilde Barbarulli, ha creato una cerchia di persone giovani che attraverso gli incontri al Giardino hanno iniziato un percorso personale e politico che le ha poi viste affermarsi. Quel luogo è un dono prezioso, anche perché l’approccio è sempre stato orizzontale e non verticale. In lei la teoria si coniugava sempre con un impegno fortemente politico”.

Lo conferma Viola Lo Moro, oggi poeta, ideatrice del festival delle scrittrici InQuiete e tra le socie di Tuba, libreria delle donne e autentico presidio culturale al Pigneto, a Roma: “Liana Borghi è stata una costante visionaria. Marcato solchi di costante tessitura tra il pensiero e la pratica lesbofemminista e queer. Nel Giardino, insieme ad altre, animava una comunità teorica sempre curiosa. È anche grazie a lei che mi sono soggettivata come lesbofemminista”. 

La ricorda con affetto anche l’attivista transfemminista Elisa Coco, oggi tra le organizzatrici del festival Some Prefer Cake a Bologna. “Ho conosciuto Liana nel 2003 alla Scuola Estiva su genere e intercultura “Raccontarsi” che organizzava insieme a Clotilde Barbarulli a Prato. Mi ero avvicinata da pochi anni al femminismo e l’incontro con lei e il suo lavoro fu un passaggio fondamentale della mia formazione politica e della costellazione relazionale e affettiva che ha segnato il mio percorso. Da quel momento in poi, insieme ad altre ragazze conosciute a Villa Fiorelli, con cui ci siamo date il nome di Acrobate, ho continuato a partecipare attivamente a tutte le occasioni di riflessione collettiva femminista che il Giardino e la Società delle Letterate hanno organizzato in giro per l’Italia. Grazie a Liana, al suo pensiero e al suo desiderio instancabile di aprire spazi e connessioni, ho avuto la possibilità di praticare il femminismo come attitudine e postura in ogni aspetto della mia vita”.

Negli ultimi vent’anni Borghi ha rivolto il suo interesse verso gli studi queer, anche dirigendo insieme a Marco Pustianaz (professore associato all’Università del Piemonte Orientale e autore di saggi di teoria queer e di performance studies) la collana ‘àltera’ per la casa editrice ETS. Mentre molte coetanee mal digeriscono la presa di parola delle persone non binarie e trans, arrivando a descrivere queste addirittura come figure violente e che intendono appropriarsi di quei fondi che dovrebbe essere a loro dire riservati alle sole donne ‘biologiche’, Borghi è sempre stata un’alleata della comunità trans. Ed è probabilmente l’interesse per tutto ciò che sfugge al conformismo e all’omologazione ad averla portata a farsi testimone del pensiero di Donna Haraway. Come in seguito ha fatto anche Federica Timeto, docente di Sociologia delle arti all’Università Ca’ Foscari, che dice: “Nelle parole di Liana abbiamo incontrato le alterità inappropriate della cyborg e della testimone modesta di Haraway e osservato la performatività queer della natura di Karen Barad. Eppure, Liana ci ringraziava di continuo, per gli incontri, le aperture, le domande e i doni di scrittura che intessevano le passioni comuni. Aveva la grazia di chi sa dire sempre grazie, anche se il dono era lei.

Le sue molteplici attività culturali hanno favorito il dibattito pubblico attorno a tematiche come quelle della cura del territorio, dell’abitare, delle migrazioni e del colonialismo. In queste ore molte altre studiose e attiviste stanno condividendo un proprio ricordo di lei, riconoscendola come una figura illuminante ed empatica, una sorella guidata da una visione intersezionale ben prima che questo aggettivo potesse essere utilizzato per sè anche da chi, nella pratica, intersezionale non è. “Liana era un faro”, come alcune hanno scritto.