L’ex presidente della Corea del Sud sta subendo minacce e pressioni | Rolling Stone Italia
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L’ex presidente della Corea del Sud sta subendo minacce e pressioni

Dal 10 maggio, una mezza dozzina di associazioni della destra si stanno dando il cambio per mantenere un presidio costante davanti all'abitazione di Moon Jae-in. Le proteste stanno scuotendo il piccolo villaggio di Pyeongsan, dove Moon vive con la moglie: c'è chi lo etichetta come traditore e addirittura chi ne domanda l'esecuzione

L'ex presidente coreano, Moon Jae-in. Foto di Jeon Heon-Kyun - Pool/Getty Images

Per la gran parte dei presidenti, la fine del mandato coincide col ritrovo della tranquillità e di una vita lontana dai riflettori. Barak Obama negli ultimi mesi della propria presidenza scherzava dicendo che avrebbe speso 3 o 4 mesi a dormire, una volta uscito dalla Casa Bianca. In Corea del Sud nulla è più lontano dalla realtà, e l’ex presidente progressista Moon Jae-in ne sta facendo le spese.

La giovane Repubblica di Corea è un paese dove essere ex presidente è un titolo molto rischioso. La convulsa e spietata vita politica sudcoreana non è insolita riservare sorprese come processi giudiziari molto politicizzati. Due dei tre ex presidenti ancora in vita sono stati accusati e sentenziati a numerosi anni di prigione per reati commessi durante il loro mandato, anche se Park Geun-hye (presidente dal 2012 al 2017 e giudicata per corruzione) è stata recentemente perdonata e la scarcerazione di Lee Myung-bak (presidente dal 2007 al 2012 e condannato per peculato) è attualmente in discussione.

Dal 10 maggio, il giorno in cui il nuovo presidente conservatore Yoon Suk-yeol gli è succeduto, Moon si è stabilito nel piccolo villaggio di Pyeongsan, un agglomerato di appena 54 famiglie nel Sud-est del paese. Da oltre un mese però, la vita della piccola comunità rurale è stata sconvolta da continue manifestazioni di gruppi conservatori. Una mezza dozzina di associazioni della destra si stanno dando il cambio per mantenere un presidio costante a poche decine di metri dalla casa dell’ex presidente. I messaggi e i toni variano tra i gruppi, ma il filo rosso che li collega è la determinazione a far pagare Moon per i suoi presunti “crimini”. Un attivista ha dichiarato al Korea Herald di voler ottenere la verità dall’ex presidente sulle accuse di aver usato denaro pubblico per le spese private della moglie, per poi comunque vederlo arrestare.

Armati di cartelloni con messaggi al vetriolo, alcuni dei quali identificano Moon come un “traditore” e ne domandano l’esecuzione, alcuni dimostranti sono spesso intenti a trasmettere in diretta sui social la loro protesta e stanno diventando un problema serio per il villaggio. Circa dieci anziani sarebbero stati ospedalizzati a causa dell’insonnia e dello stress prodotti dall’inquinamento acustico. La polizia ha richiesto ai dimostranti di non usare un linguaggio volgare e di spegnere gli altoparlanti durante la notte, ma senza risultati.

La cittadinanza ha espresso più volte con marce e cartelloni la propria insofferenza verso l’intrusione di questi gruppi nella propria comunità. A fine maggio un agente di polizia locale ha detto al giornale Hankyoreh di aver ricevuto oltre cento telefonate relative ai disturbi. «Sono stati emessi numerosi avvisi […] ma è difficile intervenire e punire [questi gruppi] visto che organizzano proteste all’interno dei limiti consentiti dalla legge», ha riportato il poliziotto. Moon e sua moglie hanno avviato una causa contro quattro dimostranti accusandoli di diffamazione, intimidazione e minacce di morte. Pressato dai giornalisti, l’attuale presidente Yoon si è espresso la settimana scorsa mentre andava in ufficio dicendo che la vicenda sarà gestita secondo le disposizioni di legge. «La libertà di raduno e associazione è il fondamento di una società democratica», ha dichiarato poi un funzionario dell’ufficio presidenziale. «Pensiamo che questi diritti non debbano essere soppressi arbitrariamente e le proteste possono tenersi se rispettano i criteri».

Venerdì la polizia nazionale in una nota pubblica ha promesso un’azione decisa contro le attività dei dimostranti che siano contrarie alla legge, avendo già proceduto a impedire due manifestazioni organizzate da un’organizzazione delle vittime di reazioni anormali ai vaccini anti-Covid. Per il Partito democratico (DPK) di Moon però non si è fatto abbastanza e i rappresentanti democratici, che costituiscono la maggioranza in parlamento, hanno preso l’iniziativa per cercare di impedire che le proteste continuino. Park Gwang-on, un parlamentare del DPK, ha scritto sul proprio profilo Facebook che le profanità a cui è stato sottoposto l’ex presidente Moon “non sono parte della libertà dell’individuo che merita di essere protetta”, sostenendo quindi la necessità di un provvedimento di legge che protegga dalla violenza verbale. “L’uso della libertà di raduno e manifestazione per diffondere deliberatamente false informazioni in luoghi pubblici e incitare all’odio devono essere sanzionate”, ha detto.

Park e altri 14 parlamentari del DPK hanno proposto una mozione legislativa per emendare la legge che regola il diritto di protesta. La revisione renderebbe illegale l’incitamento all’odio durante le manifestazioni, inteso come bersagliamento di uno specifico gruppo o individuo o come una generica istigazione alla violenza. La riproduzione di suoni o insulti che ledono i diritti dell’individuo sarebbero una ragione sufficiente per impedire le manifestazioni secondo la modifica proposta. Ad oggi non esiste alcun provvedimento in Corea del Sud che restringa la libertà di espressione in considerazione delle possibili implicazioni di odio.

Quella di Park però non è l’unica revisione presentata dai democratici. Un altro emendamento proposto riguarda invece l’interdizione da tenere dimostrazioni nei pressi delle abitazioni degli ex presidenti. Il problema, tuttavia, è che sebbene il DPK abbia ma maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, qualsiasi provvedimento approvato deve ricevere anche la firma del presidente che può invece apporre il proprio veto. È abbastanza improbabile che Yoon possa decidere di dare il proprio placet a una riforma di legge pensata ad hoc per proteggere il proprio ex rivale politico.

Con l’ex presidente, infatti, il rapporto è già di per sé molto teso. Nonostante Yoon fosse stato nominato procuratore generale proprio da Moon nel 2019, i due sono presto entrati in conflitto e l’anno scorso Yoon si è dimesso per scendere in politica contro il DPK. Durante la campagna per le elezioni presidenziali di marzo, l’ex procuratore ha promesso ai propri elettori di voler sostenere un’indagine per corruzione contro l’amministrazione democratica di Moon. Al momento non sono ancora state depositate azioni legali contro l’ex presidente.

Potrebbe però essere solo questione di tempo e per alcuni dei collaboratori di Moon i guai giudiziari sono già iniziati. L’ex ministro della cultura Hwang Hee è sotto indagine della polizia con l’accusa di aver ricevuto delle tangenti da parte della società K-Waters dopo aver fatto approvare una legge che ne avrebbe consentito alcune attività a fini di lucro. In queste ore, inoltre, la corte distrettuale di Seul Est sta decidendo se concedere il mandato d’arresto per Paik Un-gyu, ex ministro dell’industria di Moon e sospettato da alcuni magistrati di aver esercitato abusi di potere nei confronti dei dirigenti di alcune società statali.

I dimostranti a Pyeongsan non hanno certo il potere di mettere sotto processo l’ex presidente, ma la cronaca politica sudcoreana sta iniziando a mostrare nuovamente i segni della propria ciclicità fatta di ascesa, declino e disgrazia. In un clima spietato e polarizzato, ulteriormente esacerbato dall’elezione di Yoon, il futuro di Moon Jae-in sembra tutto fuorché tranquillo e lontano dai riflettori.