Lettera d’amore a Michele Santoro da un ammiratore della prima ora | Rolling Stone Italia
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Lettera d’amore a Michele Santoro da un ammiratore della prima ora

Note sparse sull'eredità di un bravo giornalista che, negli anni, ha insegnato l'arte del dubbio a un'intera generazione ma che, nella sua fase '2.0', di domande sembra porsene ben poche

Foto di Ivan Romano/Getty Images

Sono nato nel 1992, canto del cigno della Prima Repubblica e insuperabile annus horribilis della politica italiana. La carne al fuoco era tantissima, gli spunti narrativi complementari al racconto della clamorosa parabola distruttiva di una classe dirigente che era riuscita a mantenere ben saldo il potere per quasi mezzo secolo ma che, d’emblée, stava per essere seppellita dall’impatto di un terremoto giudiziario e mediatico chiamato Tangentopoli, beh, praticamente infiniti.

La miccia che, di lì a qualche mese, avrebbe dato fuoco all’intera prateria – per dirla con Mao – fu una “mazzetta” in contanti da 7 milioni di lire intascata da un dirigente pubblico di nomina politica, Mario Chiesa, in quota socialista, colto sul fatto dai carabinieri in seguito a una soffiata.

Fu il mito di fondazione di una modalità inedita di vivere e raccontare la vita pubblica, uno tsunami che serbava in sé tutti i crismi del game changing.

L’opinione pubblica aveva abbandonato il suo tradizionale torpore e si era riscoperta all’improvviso più combattiva che mai, tra lanci di monetine, slogan anti-corruzione faciloni, vaghi desideri di partecipazione e un giustizialismo divampante che, all’improvviso, aveva finito per trasformarsi nell’unico, vero collante nazionale – scandito dal tormentone «Di Pietro, Di Pietro, non tornare indietro!», campeggiante sui cartelloni e gli striscioni che monopolizzavano le piazze.

Il sentimento anti-casta aveva iniziato a diffondersi nel tessuto sociale come un verme sottocutaneo e un imprenditore milanese che aveva plasmato la grammatica televisiva all’insegna dell’intrattenimento “vedo non vedo” della peggior specie stava preparando il terreno per la sua discesa in politica.

In questo clima schizofrenico e incattivito, anche il giornalismo dovette aggiornarsi e forgiare nuovi format che potessero capitalizzare questo inaspettato dividendo di rabbia popolare. La formula prescelta fu quella dei talk show, inizialmente importati dall’esperienza americana nella prospettiva di chiamare i governanti all’assunzione di responsabilità nei confronti dei governati, rafforzando l’accountability e la trasparenza di una classe politica ormai pienamente sfiduciata.

Disgraziatamente, però, qualcosa andò storto: i virtuosismi perseguiti sul piano ideale si rivelarono presto in tutta la loro inconsistenza e i salotti televisivi trasmutarono forma per trasformarsi in qualcosa di simile a ciò che sono oggi, ossia (fatte salve le pochissime eccezioni) dei contenitori di collera nazionalpopolare in cui l’indignazione della “gente comune” avrebbe potuto, finalmente, individuare una cornice di senso: logica da stadio applicata al dibattito pubblico (ne avevamo scritto qualche settimana fa). Programmi che svolsero una funzione in qualche modo “pedagogica” (in senso negativo, ça va sans dire), allevando i prototipi di coloro che, con piglio odierno, etichetteremo senza troppi problemi come haters – lo racconta molto bene la storica Simona Colarizi nel suo saggio Passatopresente, pubblicato di recente per Laterza.

Dal brodo di coltura di questo paradigma televisivo inedito e rissaiolo, dove urla, interviste che acquisivano rapidamente le fattezze del j’accuse e un contraddittorio spesso mitizzato ma, nei fatti, seppellito dal personalismo e dalla vanità del conduttore del momento la facevano da padrone, nuove figure iniziarono a proliferare, occupando il proprio posticino al sole nello showbiz dell’intrattenimento a tinte politiche.

Ebbene, una di queste mi fece innamorare sin dal primo istante: si trattava di un omone alto e un po’ burbero, oppositore per natura e contestatore nell’animo. Non le mandava a dire, teneva testa a chiunque, quando perdeva in termini di argomentazione (accadeva spesso) recuperava sul fronte del carisma (succedeva sempre) e manteneva fede a un unico, grande pilastro deontologico: chi governa deve essere messo in discussione. Si chiamava Michele Santoro, interpretava alla perfezione l’archetipo del guerriero e rappresentava il contraltare giornalistico più autorevole a un berlusconismo talmente pervasivo da assurgere al rango di sistema.

Per lo spettatore medio italiano, appassionato di politica e non, il dualismo Berlusconi/Santoro ha rappresentato qualcosa di più del classico antagonismo tra governo e informazione alla Quarto Potere: nelle fasi che scandirono la disputa tra il primo ministro invincibile e il terzo epurato della Rai – la stessa sorte era toccata a Enzo Biagi e Daniele Luttazzi – si insinua lo spirito del tempo di una fase politica irripetibile, la “Seconda Repubblica”, quella del decadimento definitivo del costume e della netiquette, dei Girotondi, delle proteste per i tagli all’istruzione sfociate nella costituzione dei movimenti studenteschi dell’Onda Anomala, della sacralità di una prima casa sempre e comunque esentasse, dei libri di Stella e Rizzo in Autogrill, dei monologhi oceanici di un Travaglio ugualmente abrasivo ma un po’ più lucido e credibile e delle leggi ad personam.

Dinanzi all’immobilismo e alle giravolte democristianeggianti e ambigue di alcuni colleghi, Santoro riusciva a ergersi come un titano: non accettava vie di mezzo, pronunciava le sue “verità” scomode in prima serata senza alcun timore reverenziale, rifuggiva dall’immagine del conduttore manovrato o approdato nella televisione di Stato per coccolare il potentato politico di turno. In una parola: Santoro era libero, una voce critica indispensabile per il dibattito pubblico dell’epoca, tanto per i suoi sostenitori (che lo vedevano come una specie di divinità totemica) quanto per i detrattori più accaniti (che avrebbero potuto, sempre e comunque, contare su un antagonista credibile e di un certo peso, come in ogni storia che si rispetti).

Impiegava un registro accessibile e ridotto all’osso, circostanza che avrebbe potuto far ritenere che si trattasse di un corsaro pieno di determinazione ma privo di cultura; nulla di più sbagliato: il costume da provinciale incolto che alcune voci tentavano di cucirgli addosso celava, in realtà, un giornalista serio e preparato, che si sottraeva volutamente a un linguaggio altolocato a favore dell’immediatezza.

Per rendersene conto è sufficiente ripercorrere la sua formazione: studente modello e ardente di passione politica sin dalla tenerissima età, nel 1967 abbandonò il liceo classico Torquato Tasso di Salerno, uno dei più prestigiosi d’Italia, per aver subito un tentativo di censura sul giornale scolastico che aveva fondato assieme ad altri coetanei; lo abbandonò per frequentare un’altra scuola, l’istituto De Sanctis e, successivamente, laurearsi in filosofia presso l’Università degli Studi di Salerno con una tesi sui Quaderni dal carcere di Gramsci che gli valse la lode, il bacio accademico e la sincera ammirazione del suo relatore, un intellettuale di spicco come Biagio De Giovanni – che però, nel 2009, lo avrebbe etichettato come “traditore” a causa delle sue opinioni critiche nei confronti delle politiche adottate da Israele.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quindi, Santoro è ben lontano dai tratti stereotipati del giornalista da marciapiede: ha un’anima umanistica e militante profonda, è – ed è sempre stato – un uomo di letture e partecipazione, colto e costituzionalmente allergico a ogni forma di ignavia (con tutte le problematiche e il coro di critiche che l’essere sempre e comunque di parte porta con sé, è ovvio).

Anche in un anno di svolta come il 2013, in occasione della più grandi psicosi di massa della storia italiana recente – l’exploit populista e destrorso del Movimento 5 Stelle – Santoro ha saputo differenziarsi dai colleghi che gli erano stati accanto durante il ventennio berlusconiano, osservando l’ascesa della creatura della Casaleggio associati con uno sguardo critico e disincantato. Così, mentre il suo amico Travaglio trasformava Il Fatto Quotidiano rendendolo sempre più simile a un organo di partito, l’ex conduttore di Anno Zero scelse di discostarsi, trattando i pentastellati per quel che sono – «Per me è ormai indubitabile che il Movimento Cinque Stelle è destra. Destra pura», disse nel 2016; appena due anni dopo Giuseppe Conte avrebbe apposto la propria firma su ben 2 decreti sicurezza, uno più schifoso e ignobile dell’altro.

Insomma, confessione compiuta: ho sempre subito il fascino di quell’aura da hombre vertical che Santoro è capace di scatenare negli occhi di chi guarda e, anche quando mi sono trovato in completo disaccordo con lui (è successo in diverse occasioni) ho comunque apprezzato la sua ossessione per il dito nella piaga, la sua incorruttibilità, la sua volontà di andare oltre il velo delle apparenze.

Per tutti questi motivi, fa un po’ specie assistere al “Santoro 2.0” delle ultime settimane, che al contrario di domande sembra porsene ben poche. Ha scelto di unirsi al coro di voci “controcorrente” che ha invaso le televisioni nel corso degli ultimi due mesi (e che lamenta di subire il bavaglio di Stato pur godendo di un’esposizione mediatica senza precedenti) e che, come abbiamo scritto nelle scorse settimane, un po’ condanna l’aggressore, un po’ sembra compatirlo.

Da quando, lo scorso 24 febbraio, ha avuto inizio l’invasione russa dell’Ucraina, Santoro sembra ossessionato dal raggiungimento di un unico, grande obiettivo: far diventare la pace mainstream. Per farlo, però, sembra disposto a qualsiasi cosa, come ad esempio accettare senza troppi problemi di concedere a ByoBlu, la creatura mediatica dell’ex capo della comunicazione M5S in Senato Claudio Messora, famosa per propagandare una linea editoriale non esattamente progressista, per usare un eufemismo, di unirsi alla sua causa e trasmettere in diretta le sue trasmissioni – giova ricordare che il direttore della succitata emittente ha parlato in diretta nazionale di sostituzione etnica, una teoria del complotto secondo cui l’élite politica starebbe provocando un irrobustimento dei flussi migratori per importare milioni di potenziali lavoratori a basso costo, contaminarli con le “razze bianche” e creare così un meticciato debole e facilmente manipolabile dai poteri forti.

Bisogna poi interrogarsi sul significato della “pace” che Santoro e commensali perseguono: a giudicare dalle parole che impiegano, più che una risoluzione razionale sembrano pretendere una resa senza condizioni del popolo ucraino, che dovrebbe acconsentire alle richieste del vicino di casa, lasciarsi massacrare nell’isolazionismo più totale e accettare una sostanziale annessione senza fare troppo rumore; più che pace, quindi, una rinuncia a ogni possibilità di difendersi e resistere. Insomma, nell’immaginario santoriano non sembra esserci spazio per un’Ucraina che prova a difendersi: esistono soltanto poteri più grandi (la Nato, gli Stati Uniti) che la manovrano da fuori.

Da questo punto di vista, l’evento “Pace Proibita” dello scorso 2 maggio ha rappresentato un degno esempio della visione distorta di pacifismo che Santoro sembra aver sposato acriticamente: nelle tre ore e passa di trasmissione, le citazioni del nome Vladimir Putin si possano contare sulle dita di una mano, quasi a voler far sfumare l’ovvia distinzione che separa l’aggredito dall’aggressore (che, per un certo filone, sembra essere un dettaglio trascurabile e superficiale su cui ironizzare). Al contrario, le occasioni utili a mettere in discussione il protagonismo di Zelensky e l’ideologia neonazista del battaglione Azov che qualche sostenitore accanito del Cremlino, inciampando nella propaganda russa, prova ad estendere alla popolazione ucraina nella sua interezza, sono state tantissime – lo ripetiamo per l’ennesima volta, anche qui: sì, è una formazione composta da neonazisti che, negli anni passati, si è resa responsabile di omicidi di massa, edificazione di fosse comuni e tortura. E questa circostanza non può e non deve essere sufficiente per rappresentare l’Ucraina come un paese nazista nella sua interezza. Utilizzando un’iperbole (i due fenomeni non sono paragonabili): i neonazisti ci sono pure in casa nostra, ma se muovessero guerra all’Italia con la scusa di “liberarla”, per dire,  dal Veneto Fronte Skinhead, beh, avremmo qualcosa da ridire, oltre a sentirci oltraggiati in quanto nazione.

Com’è possibile che un giornalista che ha fatto del dubbio la sua ragione di vita aderisca con fede cieca a una visione così manichea? Che, pur di fornire sostanza a certi deliri, trovi il tempo per soffermarsi sul saluto nazista mai attuato dal cantante della Kalush Orchestra, Oleh Psjuk, nonostante si tratti palesemente di una fandonia? Perché la propaganda contro cui punta il dito è solo e soltanto quella ucraina e occidentale (che esiste, certo, e non va presa sotto gamba: nella sua attività di monitoraggio, News Guard ha constatato come si sia diffuso online un flusso sempre maggiore di disinformazione anti-russa. Alcuni siti filo-ucraini e decine di utenti di social media hanno condiviso post contenenti informazioni false sulla guerra, dalle immagini manipolate del leggendario “Ghost of Kyiv” a video fuorvianti di presunti attacchi russi. Anche la russofobia è un problema connesso a questa guerra, di nuovo: lo sappiamo) e non quella della Russia (un regime che i giornalisti li ammazza e i dissidenti li incarcera e i cui esponenti hanno trovato spazio in diretta nazionale, alla faccia della censura)? Perché, nel caso di Putin, è vietato parlare di imperialismo?

Caro Santoro, puoi fare meglio di così: apri le porte al dubbio, torna a farti domande, non indossare casacche, chiamati fuori da questo gioco a squadre al ribasso: lo devi alla tua storia professionale. Da un ammiratore della prima ora.