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L’estate del grande sospetto sovranista

Lasciata la bolla d'irrealtà milanese per la riviera molisana, il terrore si impossessa di noi: i salviniani potrebbero nascondersi dietro ogni ombrellone, Hogan o slippino. Perché mica solo gli altri hanno paura del diverso, purtroppo

Balli di gruppo su una spiaggia italiana - via YouTube

Dal cono d’ombra della mia sdraio lancio un nuovo sguardo al camerata, che, come da cinque anni a questa parte, non ricambia. Sta giocando a bocce da un paio d’ore: lo fa sempre nelle ore sconsigliate. Verso le sei andrà al lido a bersi una Nastro e alla fine della villeggiatura mancherà un giorno di meno. È veramente scarso, il figlio adolescente del suo amico che tifa Torino infierisce con regolarità. La dedizione con cui continua a sbagliare postura del corpo è sisifea. Per la millesima volta traccio visivamente una costellazione tra i tre tatuaggi di cui si è dotato: lo stemma dell’Inter sul punto Feng Fu, lo Snaggletooth dei Motörhead sul bicipite e il vistoso fascio littorio che gli virilizza il pettorale destro. Evvai, quasi boccino.

Bei tempi, penso, quando il nemico era così scemo da tatuarsi un simbolo di morte e sconfitta sopra il capezzolo, mentre la controra cala sul Lido Mare Chiaro di Campomarino. Occupa più o meno l’1% dei 35 chilometri di costa molisana, di fronte all’indicibile meraviglia delle isole Tremiti. Dove ora gli altoparlanti torturano i bagnanti mandando in loop i tormentoni dell’estate – da qui si assiste al trionfo di Mambo Salentino e J-Ax, resiste Giusy, male male Baby K –, un tempo risuonavano le coordinate dettate ai piloti del Biferno, uno dei principali campi volo dell’esercito americano in Italia durante la WW2. A celebrarli ogni sera, da giugno a settembre, la passeggiata serale di migliaia di foggiani, beneventani e campobassani lungo via degli Aviatori, il lungomare cittadino. 

Oggi ho paura di ciascuno di loro, mentre dovrei averla di me stesso. Perché, rifletto mentre osservo l’unico fascista reo confesso di tutto il bagnasciuga ciccare l’ennesimo tiro semplice, in ognuno di loro potrebbe nascondersi un sovranista. È una sensazione nuova, che difficilmente mi capita di sperimentare in quella specie di Repubblica di Weimar degli anni ’20 che è diventata la città di Milano. Qui la sindrome dell’accerchiamento non affiora quasi mai. C’è uno in giacca e cravatta sul Liberty accanto a te al semaforo? Sarà del Pd (e fino a cinque anni fa era di Forza Italia). C’è un hipster con lo shopper e la maglietta dei Joy Division? Ha votato la Bonino (o magari non ha mai ritirato la scheda elettorale, soprattutto se fuori sede). A Campomarino, invece, certe sicurezze tramontano in fretta, come il sole alla fine di agosto.

L’estate del Mare Chiaro non è affatto diversa da quella dell’anno scorso. A dire il vero è praticamente identica alle ultime 51, quando, nel 1967, il signor zio Peppe fondò il lido. Ma nell’ultimo periodo a cambiare parecchio siamo stati noi, sono cambiato io. Nelle prime due file d’ombrelloni, quelli delle élite, mi sento relativamente a mio agio, a parte l’ufficiale medico alle mie spalle, un fenomeno dei racchettoni con la chierica e il fisico alla Iggy Pop al netto della liason con la droga, che non me la conta giusta. Ma più ci sia allontana dal mare, più il sospetto cresce, fino a diventare ossessione. Mi guardo freneticamente attorno e stilo un rapido elenco di tutti coloro che potrebbero aver votato Matteo Salvini, o sarebbero disposti a farlo. 

Chi risponde male ai venditori da spiaggia (che per altro qua fatturano come la Fiat nella vicina Termoli). Chi butta le cartacce in pineta, non differenza i rifiuti e tiene l’auto accesa in sosta, affumicando l’esercito di carrozzine che torna a casa dalla spiaggia alle 12. Chi permette ai figli piccoli di indossare canottiere della Pyrex e a quelli adolescenti magliette (probabilmente tarocche) Boy London con l’aquila. Le signore che hanno attacchi di panico di fronte alla sparizione per circa tre minuti del figlio di otto anni. Quelle cui sta sul cazzo il mio cane e quelle che hanno un cane che mi sta sul cazzo, tipo quei pincherini isterici che pare sia colpa tua che esisti se non smettono mai di abbaiare. Le famiglie che giocano a pallavolo con neonati a portata di schiacciata di Paola Egonu sul naso. Chi ha tatuaggi con i nomi di un parente, una data o un segno zodiacale, soprattutto se con caratteri gotici o tribali. Chi è juventino, ma spera che Sarri sia esonerato entro la terza giornata. Chi legge riviste di motori in spiaggia e chi, richiamato dal pargolo, non leva lo sguardo dallo smartphone. Chiunque abbia il figlio con una H nel nome. Ogni possessore di slip, altrettanto chi indossa boxer molto stretti e magari fosforescenti. Chi non ha la dignità di non canticchiare Benji e Fede.

Passeggiando fino allo stabilimento Toschi – una sorta di set di Fellini, mai coinvolto dallo scorrere del tempo –, conto centinaia di persone che rispondono al mio stringente identikit. Che nel frattempo continua ad aggiornarsi, e includere nuovi archetipi umani. Vuoi che non abbia votato Lega il quarantenne calvo con la barba verde fluo che incrocio durante il cammino, o la tipa culturista cafona che se lo tiene mano nella mano invece che denunciarlo alla buoncostume? E il potenziale carabiniere con il pizzetto curato e i pettorali esposti, che più che la sua cura maniacale per il corpo rivelano una tempesta ormonale in atto? Ah, mi ero dimenticato le signore con quelle fottute mezze Converse mezze Hogan, con un po’ di tacco e la gobba sul tallone. Loro le detesto. 

Mentre faccio ritorno al Mare Chiaro, dove la partita di bocce sta per concludersi con una nuova rovinosa disfatta del fascismo, penso a ciascuno di loro. Vaglio per un istante l’eventualità in cui sia stato un po’ ingeneroso nei loro confronti, tipo che magari senza rendermene conto sono diventato uno stronzo classista, partecipando così al più spettacolare dei gol sotto l’incrocio che la fu sinistra italiana abbia mai realizzato nella propria porta. Un radical chic che odia il popolo, anche se ha il costume Olaian della Decathlon. Ma, parafrasando Jurij Gagarin e la sua famosa frase sulle prospettive, per me “da quaggiù la Terra è bruttissima”, e di muri e confini ne vedo fin troppi lungo la battigia.

Ovviamente non è così. Il Molise oggi non solo esiste, ma è molto più in sintonia con il mondo di me. Solo una volta tornato nella ridotta neurolettica di Milano, magari, capirò. E questa esperienza campomarinese – terra di migrazione se ce n’è una, dove si trova la comunità albanese meglio integrata d’Italia e per le strade la lingua parlata sull’altra sponda dell’Adriatico si mischia comunemente al dialetto locale – mi aiuterà a realizzare quanto in profondità io sia diventato parte del problema. E quanto il capolavoro politico di Matteo Salvini sia compiuto. Perché la sua politica della paura non consiste solo nell’instillare sospetto e paranoia tra le masse che oggi lo sostengono – e che, è bene dirlo, non per forza condividevano con me l’ossigeno molisano –, ma è rivolta a tutti quanti. Anche a me, e su quel lettino a 40 gradi mi ha avuto. E così per una settimana sono rimasto paralizzato dall’ansia che la signora che chiedeva se potesse dare un pezzo di biscotto a mia figlia, la sera tornasse a casa e scrivesse su Facebook a qualcuno che doveva prendere a casa sua gli immigrati.

Nella comfort zone di un aperitivo vista Darsena, magari centrerò finalmente il punto. Ossia che l’indefessa semina d’odio portata avanti dal ministro dell’Interno in questi anni ha germogliato ovunque. Nella società polverizzata e rancorosa che – con notevoli contributi bipartisan e una menzione d’onore per i “ragazzi straordinari” di Beppe Grillo – ha edificato, mi sono ritrovato a fare esattamente la stessa cosa che fanno ogni giorno i suoi proseliti. Scegliersi un nemico in chi non si conosce o non si riesce a capire fino in fondo, perché semplicemente diverso. Che venga dal Corno d’Africa o da San Severo non fa poi tutta questa differenza. 

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