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Le voci sulla morte del populismo sono fortemente esagerate

Trump ha perso le elezioni, e anche in Europa i partiti antisistema non se la passano troppo bene. Solo quattro anni dopo l'ascesa dei populisti, stiamo già vedendo la loro caduta? Non proprio

Il dolore più grande è arrivato dagli Stati Uniti, con Donald Trump costretto a rifugiarsi nell’insensatezza e a rasentare la follia pur di non ammettere la sconfitta. Poi è stato il turno del suo vice, Mike Pence, vaccinatosi in diretta e con la mascherina, suscitando frustrazione in chi fino all’ultimo aveva sperato in un diverso atteggiamento rispetto alla “dittatura sanitaria”. “La sconfitta di Trump segnala l’inizio del declino populista?”, si chiede il New York Times. “Un colpo al populismo globale”, sentenzia la CNN. Anche in Italia si parla già degli anni passati come di una “sbornia populista e nazionalista”, e persino chi solo un anno e mezzo fa rivendicava “la natura populista di questo governo”, come Giuseppe Conte, oggi si pone quasi come un “argine” al populismo. Diventa così inevitabile, a questo punto, domandarsi che ne è stato e ne sarà del populismo, che il 2020 sembra aver definitivamente sgonfiato.

In generale, sembra che i partiti antisistema abbiano perso un po’ ovunque la spinta che hanno avuto a partire dal loro anno magico, il 2016. Nonostante un avversario debole, un sistema elettorale che lo avvantaggiava e l’aver mobilitato 70 milioni di elettori, Trump ha perso delle elezioni diventate un plebiscito pro/contro di lui. In Francia, il movimento di Marine Le Pen ha deluso alle elezioni locali; in Germania, l’estrema destra di AfD ha l’elettorato più insofferente verso mascherine e lockdown d’Europa, ma è passato dal 14 al 9 per cento in nove mesi, quasi doppiato dai Verdi e staccato anche dai vecchi socialdemocratici; nel Regno Unito Boris Johnson è alle prese con il caos della Brexit e con il caos della “variante inglese” del coronavirus, e a stento riesce a superare nei sondaggi il ben poco carismatico leader laburista Keir Starmer. Qui in Italia, infine, il centrodestra unito raccoglie oltre il 40 per cento dei consensi, ma il premier Conte continua a godere di un grande consenso nonostante una gestione a dir poco caotica dell’emergenza coronavirus. Escludendo il premier indiano Narendra Modi e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, insomma, il panorama del populismo mondiale non è esaltante.

Se è vero che la crisi finanziaria del 2008 è stata “sprecata” dal populismo di sinistra di Occupy e degli indignados, la crisi del coronavirus sembra, per ora, un treno che non ha posto per i populisti di destra. Il populismo sembra star perdendo presa anche su una serie di terreni che sulla carta dovrebbero essergli congeniali: gli statunitensi chiedono un’economia più giusta e un welfare più umano, ma aumentano anche quelli favorevoli all’immigrazione e al libero commercio; la corsa frenetica al vaccino anti-Covid condotto milioni di persone sulla strada del complottismo più disperato, e migliaia di operatori sanitari ci vogliono vedere chiaro, ma due italiani su tre – quanti bastano per la famosa “immunità di gregge” – si dicono convinti di volersi vaccinare, con le buone o con le cattive.  Il 57% è critico con l’Ue ma 68% vuole restare nell’euro.

Anche dal punto di vista economico sembra arrivare una secchiata d’acqua fredda sul fuoco della rivolta contro le élite. Le condizioni delle fasce di popolazione più marginalizzate si sono aggravate, ma per molte altre persone le cose sono migliorate. Lo scorso ottobre, il 61% degli italiani dichiarava di poter affrontare nuove chiusure grazie al contesto economico familiare, mentre il 30% diceva di non farcela. In tutto l’Occidente, è aumentato il reddito disponibile di una maggioranza relativa di famiglie che da marzo a oggi hanno risparmiato grazie alle chiusure. Se la forza del populismo sta nella sua trasversalità, i messaggi “riapriamo tutto” e “meglio morire di Covid che di fame” non suonano popolari come i trumpiani “drain the swap” e “stop al politicamente corretto”.

Complice la pandemia, nel 2020 la politica è stata ancora più delegata agli esperti del solito. Certo, questi esperti spesso hanno finito per contraddirsi tra loro, ma in generale gli spazi per l’avventura – politica ed esistenziale – si sono ridotti, e la diversità incarnata dagli antagonisti delle democrazie liberali si è dissolta. Anche perché dove gli esperti e la scienza sono stati (almeno in un primo momento) messi da parte era dove al potere c’erano i populisti, ed è stato un mezzo disastro. Trump non si toglierà mai di dosso l’etichetta di svitato che invita la gente a iniettarsi la varichina nelle vene; Johnson sarà sempre incolpato di aver lasciato correre il virus liberamente quando il resto d’Europa si chiudeva; Bolsonaro sarà sempre colui che stringeva mani senza mascherina. La gestione leghista della Lombardia sarà sempre associata al peggior disastro sanitario degli ultimi 80 anni in Italia. Poco importa che tutti questi leader abbiano poi cambiato atteggiamento: il sovranismo populista è diventato per decine di milioni di elettori sinonimo di un azzardo, una cosa divertente che non faranno mai più.

Ci aspetta quindi un ritorno alla normalità? Secondo il politologo Matthew Goodwin, la principale caratteristica del populismo è che dà potere a un’alleanza molto debole tra operai specializzati e media borghesia contro gli eccessi del liberalismo; una massa che vede la sua nemesi in un’altra alleanza composta da laureati, manager progressisti, abitanti dei centri storici, minoranze etniche, Millennial e Zoomer. I quali, in teoria, sembrano favoriti dall’andamento demografico, cosa che la prima massa vede come una condanna all’irrilevanza. Se le cose stanno così, se il virus dovesse davvero consolidare le vittorie dei liberal nella cultura e l’affidamento della maggioranza nelle mani degli esperti, l’opportunità di rivolta per i conservatori sprecata nell’ultimo lustro potrebbe non tornare mai più.

Il populismo è un movimento d’azione, esigente, impulsivo, appassionato, che non può aspettare il parere dei competenti e rifugge la complessità. Ma molti dei fattori che oggi frenano il populismo rappresentano una sorta di condanna anche per chi vorrebbe combatterlo. Di fatto, con la sospensione del Trattato di Schengen in Europa e la chiusura delle frontiere terrestri negli Stati Uniti, il problema dell’immigrazione e dei confini porosi è diventato secondario – ma solo perché spostarsi è un miraggio per tutti. Alcune questioni salienti durante l’ascesa populista sono state messe sotto il tappeto, non certo risolte: lo ius soli, il rapporto tra Stati e ONG, l’immigrazione. 

D’altro canto, la scienza e le istituzioni sovranazionali ci faranno pervenire un vaccino ma nel frattempo lasciano irrisolte questioni cruciali, come la gestione di un debito pubblico che nell’Eurozona esploderà per tutti. A chi verrà fatta pagare questa crisi? Il populismo di sinistra ha provato, per quasi un decennio, a spostare il dibattito dai temi identitari e securitari a quelli classici della redistribuzione e della tassazione dei ricchi. Sia per le resistenze dei centristi, sia per il pregiudizio dei disimpegnati e trascurati che doveva sedurre, ogni esperimento in questo senso aveva già capitolato prima del Covid: il M5S era stato pronto a cedere ai diktat leghisti durante la sua prima prova al governo; il leader laburista britannico Jeremy Corbyn non era riuscito a conciliare il suo istinto euroscettico con il suo elettorato europeista; Bernie Sanders, che nel 2016 aveva sfiorato la nomination per i Democratici americani, nel 2020 è finito quasi subito fuori dai giochi. 

Eppure, così come il populismo di destra sembra aver influenzato i Repubblicani statunitensi e i Tory britannici, quello di sinistra qualche traccia l’ha lasciata. Il PD, per esempio, ricorre sempre più spesso a una comunicazione simile a quella di Salvini, ricorrendo a influencer come Lorenzo Tosa o Leonardo Cecchi che rispecchiano la stessa vuotezza di contenuti degli avversari. Allo stesso modo, la presenza nel dibattito dei temi che stanno a cuore a Sanders è più forte di quanto i suoi stessi fan sono disposti ad ammettere. 

È quindi meglio andarci piano a considerare anche solo moribondo il populismo. Perché in un certo senso i suoi nemici sono diventati come lui, facendolo diventare normale anche nel momento in cui lo tenevano lontano, ma anche perché al liberalismo oggi non restano troppe cose a cui aggrapparsi. Se la crisi del coronavirus ha messo a nudo le grandi vulnerabilità del discorso populista sulla scienza, ha mostrato anche quelle della costruzione anti-populista per eccellenza – l’Unione Europea – e ha sollevato domande fondamentali sulla legittimità e la sostenibilità dell’ortodossia economica degli ultimi decenni. Vaccino o no, nel prossimo futuro milioni di persone si aspetteranno di più dagli Stati, e gli Stati cercheranno di rendere se stessi e le loro economie più resistenti agli shock esterni, e alle forze del mercato.

In questo 2020 il populismo ha incontrato quasi solo disprezzo e incomprensione. Molti suoi intellettuali ne escono sconvolti, anche perché capiscono che il “popolo” ha bisogno non solo di più protezione, lavoro e qualcuno da odiare, ma anche di prediche positive, rassicurazioni, certezze e una certa decenza di fondo nella comunicazione e nel ristabilire un ordine di priorità. Molti di questi intellettuali hanno già perso la fiducia in una mediazione con le sinistre e i liberal, e si spostano sempre più all’estremità del dibattito. Hanno perso l’amore per le democrazie liberali ma ancora di più per il genere umano che volevano convertire.

I populisti insomma stanno assistendo, in molti casi, al fallimento dei loro compiti vitali – come tutte le volte in cui hanno promesso un cambio di rotta ma poi, messi alla prova, hanno capitolato di fronte la complessità e arretrato. Ma questo modo di fare politica insieme conformista e asociale, comunitario e ribelle, ha ancora molto da dirci.

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