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Le luci e le ombre del caso Peng Shuai

La tennista cinese ha denunciato le molestie subite da un alto dirigente del Partito comunista, è scomparsa dai radar ed è riapparsa in una serie di video di propaganda

Peng Shuai nel 2019. Fred Lee/Getty Images

Per lei si sono mobilitati i più importanti campioni del tennis, a partire da Serena Williams e Novak Djokovic fino alla tedofora finale di Tokyo 2020, Naomi Osaka. Il caso di Peng Shuai, tennista cinese di fama internazionale, ha scosso il mondo dello sport e continua a produrre domande. 

In un post su Weibo, uno dei social più diffusi in Cina, Peng Shuai ha rivelato di aver avuto una burrascosa relazione extra-coniugale con l’ex vicepremier cinese Zhang Gaoli, denunciando anche di aver ricevuto pressioni per intrattenere un rapporto sessuale. Zhang da qualche anno ormai si è ritirato dalla dirigenza del Partito comunista cinese ma rimane un politico di grande visibilità, essendo stato membro del Comitato permanente del Politburo tra il 2012 e il 2017. Quando Peng ha pubblicato la sua denuncia il 2 novembre scorso, questa era infatti l’accusa di maggior rilievo del giovane ma crescente movimento del #metoo cinese. E ovviamente anche la più rischiosa.

Infatti, la regola non scritta è che i dirigenti del partito ritiratisi dalla vita politica cinese non vadano coinvolti in questioni giudiziarie. Nello stesso post Peng riconosceva di non poter fornire prove a supporto, ma la serietà dell’ombra gettata dalla sua storia sulla dirigenza cinese è stata evidente fin dal primo momento. Il post è stato rimosso dopo circa mezzora dalla pubblicazione e da allora la censura è sistematicamente intervenuta per cancellare dai social qualsiasi riferimento alla vicenda, mentre i media cinesi non hanno accennato a voler dare alcuno spazio alla storia.

Nei giorni che sono seguiti non si è più avuto notizia di Peng Shuai. In Cina le detenzioni extra-giudiziali non sono affatto una rarità, in particolare per quei casi in cui Pechino ritiene che sia stata messa a repentaglio la sicurezza nazionale, la cui interpretazione è vasta abbastanza da farvi rientrare anche accuse infamanti per l’integrità morale di cui si ammanta il partito. In questo silenzio, il mondo dello sport si è mobilitato per timore che Peng potesse aver subito gravi ritorsioni dopo la sua denuncia. Questo è sicuramente un elemento di novità rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni. Solo nel 2019 l’NBA aveva rimproverato pubblicamente Daryl Morey (general manager della squadra di pallacanestro degli Houston Rockets) per aver pubblicato un tweet di sostegno alle proteste ad Hong Kong che aveva provocato l’ostracismo di Pechino contro la squadra texana. Nel Regno Unito invece l’Arsenal aveva preso le distanze dal proprio calciatore Mesut Özil, che aveva criticato duramente le politiche repressive della Cina contro la minoranza musulmana degli uiguri. 

Oltre al sostegno pubblico per la collega espresso da numerosi tennisti, la stessa Women’s Tennis Association (WTA) si è mobilitata per richiedere chiarimenti sulla sparizione di Peng. Steve Simon, a capo della WTA, ha anche dichiarato di essere pronto a interrompere i rapporti con la Cina se non saranno fornite risposte alla domanda che tutto il mondo dello sport aveva iniziato a porsi con l’hashtag #WhereIsPengShuai. “Perché di sicuro questa [questione] è più grande degli affari”, ha dichiarato Simon alla CNN.

Davanti alla crescente pressione internazionale, il governo cinese è probabilmente rimasto spiazzato. Il tema sportivo è particolarmente sensibile visto che a inizio 2022 Pechino ospiterà i prossimi Giochi Olimpici invernali, che dovranno essere la vetrina sulla nuova Cina di Xi Jinping per il mondo intero. L’inaspettata pressione internazionale sul caso di Peng paventa dunque il rischio di danneggiare un evento internazionale su cui Pechino sta puntando molto. Negli ultimi giorni, per l’appunto, si sono intensificate le voci secondo cui il presidente statunitense Joe Biden starebbe considerando il boicottaggio diplomatico delle olimpiadi.

Quando il caso internazionale era ormai esploso, i media cinesi hanno rotto il silenzio. Dopo un primo goffo tentativo di rassicurare gli osservatori internazionali pubblicando una e-mail di dubbia autenticità in cui Peng avrebbe smentito tutto, sono stati resi pubblici una serie foto e di video che riprendono Peng Shuai a casa propria, in un ristorante di Pechino o ancora a un torneo giovanile di tennis. In un filmato viene sottolineata con una certa insistenza che il giorno corrente è il 20 novembre, ma molti hanno osservato che ciò non può essere considerata una prova sufficiente. Infatti le foto e i video sono stati lanciati dai media cinesi solo sui social occidentali come Twitter, mentre in Cina nulla di tutto ciò è stato pubblicato. Oltretutto, sebbene la tennista venga ripresa in apparente libertà, le sue apparizioni pubbliche sono sempre state mediate da giornalisti di testate statali o parastatali e Peng non sembra aver avuto l’occasione di potersi esprimersi autonomamente. Sollevando più dubbi che risposte, le prove offerte dai media cinesi non hanno convinto e molti hanno continuato a ritenere che Peng sia ancora effettivamente sotto coercizione.

In questo quadro di incertezza, il Comitato Olimpico Internazionale ha tentato di fare chiarezza organizzando una videochiamata con Peng: secondo quanto riportato in un comunicato, la tennista avrebbe detto al presidente del comitato di stare bene ed essere al sicuro ma di non voler essere disturbata per il momento. La videochiamata è stata criticata con veemenza da diversi attivisti per i diritti umani, secondo cui il comitato olimpico si sarebbe prestato alla propaganda di Pechino pur di diminuire la pressione sui prossimi giochi olimpici invernali. Simon ha detto che i recenti video di Peng “non alleviano i timori del WTA sul suo benessere e sulla sua capacità di comunicare liberamente”, rimarcando inoltre la richiesta dell’associazione tennistica di una indagine trasparente sui fatti denunciati nel post originale.

L’aver tirato in ballo la reputazione del partito e le sue apparizioni pubbliche mediate sembrano favorire le interpretazioni che vedono la tennista essenzialmente sotto custodia dell’apparato statale. D’altro lato però Peng Shuai potrebbe anche aver deciso consapevolmente di collaborare a limitare i danni per sé e per il partito, prestandosi alle manovre propagandistiche ad uso e consumo dell’opinione pubblica internazionale. Allo stato attuale è impossibile valutare con certezza come stiano le cose e quali siano le reali intenzioni di Peng.

Ciò che però ci insegna la triste scomparsa e riapparizione di Peng Shuai è un aspetto di particolare vulnerabilità del sistema cinese. Nonostante traspaia chiaramente dalle parole della tennista che le motivazioni del suo attacco sono solamente personali, queste assumono immediatamente una dimensione politica dal momento che coinvolgono un individuo della dirigenza di Pechino: funzionario e funzione sono intimamente legati, e la concezione estensiva di sicurezza nazionale paradossalmente aumenta le possibili fonti di insicurezza. Se le questioni personali sono questioni politiche, a Pechino le questioni politiche sono questioni di Stato.

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