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Le elezioni in Calabria passeranno, gli ospedali fantasma no

Tra austerity, ospedali mai entrati in funzione oppure non finiti e trasformati in stalle, la sanità calabrese è la peggiore d'Italia. E il peggio è che se ne parla solo ogni volta che ci sono le elezioni regionali

Alfonso Di Vincenzo/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images

Con le elezioni regionali in Calabria, come da tradizione, il dossier più scottante sul tavolo dei candidati è quello della sanità. L’assessorato alla Salute in regione è commissariato da ben undici anni  e  – come ha ricordato Luca Misculin sul Post – è stato sottoposto a tagli sistemici che l’hanno trasformato in quello che è, per distacco, il peggior sistema sanitario nazionale. I numeri della sanità calabrese sono impietosi: i posti letto hanno subito una diminuzione del 40% tra il 2000 e il 2013 e il personale sanitario è ridotto al lumicino – tra il 2010 e il 2017 medici, infermieri e operatori sanitari sono diminuiti del 17,1%.

Per comprendere la genesi della catastrofe può essere utile un piccolo riepilogo: nel 2010, a causa di un debito pubblico monstre pari a 187 milioni di euro, Giuseppe Scopelliti, all’epoca presidente della regione e commissario ad acta per la Sanità,  approvò un piano di rientro che in nome dell’austerity, oltre a ricalcare i tagli già previsti a livello nazionale, produsse lo smantellamento di ben diciotto ospedali, collocati soprattutto nella popolosa provincia di Cosenza.

Uno di questi è quello di Trebisacce, un paesino dell’Alto Jonio calabrese: la sua Odissea ha avuto inizio il 22 ottobre del 2010, quando ne fu disposta la riconversione in “ospedale distrettuale” e un conseguente ridimensionamento che – come da copione – si è tradotto in una spirale disservizi, licenziamenti e disagi per la cittadinanza: furono soppressi più di cento posti letto, oltre ai reparti di chirurgia, medicina, cardiologia e utic, ginecologia e ostetricia, il nido e la dialisi. Il depotenziamento finì per riguardare anche il pronto soccorso, trasformato di colpo in un “punto di primo intervento rafforzato” (una defezione non da poco per una struttura chiamata a rispondere alle esigenze di circa 60mila calabresi).

Sul caso sono intervenute ben 3 sentenze del Consiglio di Stato, che ha evidenziato come la riconversione disposta da Scopelliti fosse totalmente insensata, dato che non consentiva di rispettare principio di prevenzione noto come “golden hour” – ossia il periodo di tempo durante il quale vi è la più alta probabilità che un trattamento medico possa evitare la morte, stimato convenzionalmente in un’ora. Secondo i giudici, infatti, per la maggior parte del bacino di utenza, “è verosimilmente stimabile un tempo di percorrenza maggiore di 60 minuti” verso i presidi ospedalieri più vicini. Una situazione tragicomica che ha raggiunto il suo apice nel novembre dello scorso anno, quando davanti alle telecamere Rai il sindaco Franco Mundo ha alzato le barricate e bloccato il prelievo di alcuni letti che avrebbero dovuto essere trasferiti in un’altra struttura.

Quello di Trebisacce, però, è soltanto uno dei volti del disastro sanitario calabrese, che sconta da troppi anni una piaga degli “ospedali fantasma” esacerbata fino al paradosso. Un altro esempio tristemente celebre è quello dell’ospedale di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria: la sua costruzione è iniziata nel 1976, ma i lavori si sono protratti fino al 1991, per un costo stimato in circa 6 milioni e mezzo di euro: oggi è un cumulo di detriti e spazzatura, depredato di ogni cosa (porte, letti, cucine, lampade, mobili, termosifoni, ascensori) e utilizzato a mo’ di stalla e ricovero per capre, ovini e cavalli.

Un destino simile è toccato anche all’ospedale di Gerace, ultimato da quasi trent’anni ma mai entrato in funzione: una storia triste che affonda le radici nel 1977 quando, grazie ad un finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno per un importo complessivo di oltre 9 miliardi di lire destinato al Comune, furono avviati i lavori per la realizzazione della struttura.

Ma la lista delle strutture inutilizzabili e dello spreco di denaro pubblico è ancora lunga e annovera Scilla, Palmi, Taurianova, Cittanova, Girifalco, Mesoraca e Scalea. Un discorso a parte meriterebbe, poi, il capitolo delle infiltrazioni mafiose all’interno delle strutture sanitarie: uno dei casi più rumorosi è stato lo scioglimento dell’Asp di Reggio Calabria nel 2019, colonizzata da personaggi affiliati a vario titolo alla ‘Ndrangheta e dominata dallo strapotere di pregiudicati con incarichi nella stessa azienda. Insomma: le elezioni in Calabria passeranno, ma gli ospedali fantasma no.