L’anno di fuoco degli operai della Texprint, in lotta contro lo sfruttamento | Rolling Stone Italia
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L’anno di fuoco degli operai della Texprint, in lotta contro lo sfruttamento

Per 230 giorni sono stati in presidio permanente di fronte alla fabbrica, in una tenda circondata da bandierine con su scritto "8x5", ossia il succo delle loro richieste: lavorare 5 giorni alla settimana per 8 ore al giorno e non 7 giorni per 12 ore come, di fatto, erano costretti a fare

Foto di Dario Nincheri

Prato, venerdì 3 settembre 2021. È da poco passata l’una di notte quando Colapesce e Di Martino si presentano in uno dei pub più frequentati del centro storico della seconda città della Toscana per numero di abitanti. Sono reduci da un concerto che ha registrato il tutto esaurito e, in mezzo al caos che li circonda, si intravede anche qualche esponente della giunta comunale che, allegro, distribuisce saluti e sorrisi. È una serata di festa, la variante Omicron ancora non si è rovesciata sul Paese e, dopo un anno di stop, si è potuto di nuovo organizzare “Prato è spettacolo”, l’evento clou della stagione culturale cittadina.

Questa però non è l’unica cosa successa in città quel venerdì di settembre. Col favore dell’alba la polizia aveva infatti sgomberato, in malo modo, il presidio degli operai della stamperia tessile a conduzione cinese Texprint, che erano in sciopero della fame davanti al Palazzo Comunale. A seguito dell’intervento delle forze dell’ordine era stato arrestato un lavoratore mentre, qualche ora dopo, durante il successivo sit-in di fronte alla Questura, erano state arrestate altre tre persone, due uomini e una donna, tutti per resistenza a pubblico ufficiale.

Relativamente alla vicenda, le dichiarazioni del sindaco della città, Matteo Biffoni, erano state particolarmente dure: «uno sgombero è eseguito dalla forza pubblica perché altrimenti ognuno potrebbe fare come gli pare e così non funziona», aveva dichiarato in un post su Facebook, seguito a stretto giro da un suo assessore che aveva rincarato la dose dicendo che «la lotta allo sfruttamento lavorativo si fa con le istituzioni, non contro».

Malgrado il comprensibile sconcerto, uno scontro così serrato tra una giunta comunale di centrosinistra e un gruppo di operai in sciopero è meno singolare di quanto si possa pensare. Le ragioni del contendere hanno radici molto profonde. Prato è una città fondata sul tessile, anacronisticamente devota al locale culto del dio Telaio che, seppur decaduto, continua a poter contare su di un discreto numero di fedeli. Il comparto tessile è stato, per decenni, il motore principale dell’economia, talmente importante da aver plasmato alle proprie esigenze tessuto urbano e cittadini.

Poi le cose sono cambiate, è arrivata la crisi, il mercato globalizzato sempre più difficile da rincorrere, le chiusure e la vendita – anche al triplo del loro valore reale – degli stanzoni di famiglia ai cittadini asiatici che, in massa, sono immigrati qui negli anni Novanta. Così i vecchi capannoni, che gli italiani avevano abbandonato e lasciato cadere nel degrado, sono stati rioccupati da cittadini originari della regione cinese dello Zhejiang, in particolare della città di Wenzhou, che hanno trasformato il vecchio distretto tessile nella China Town più grossa della Toscana.

Negli ultimi vent’anni, le attività di Pronto Moda gestite da cittadini di origine orientale sono aumentate a dismisura, così come è aumentato il numero dei committenti italiani delle grosse aziende di moda che hanno preso ad affidarsi alle ditte cinesi, attratti dai prezzi vantaggiosi e incuranti delle pessime condizioni di lavoro a cui gli operai immigrati sono costretti a sottostare.

La battaglia dei lavoratori della Texprint è figlia di questo contesto ed è iniziata dopo il licenziamento di alcuni di loro che avevano sentito l’esigenza di denunciare condizioni di sfruttamento, nonché la presenza di infiltrazioni mafiose all’interno dell’azienda.

Gli operai che hanno portato avanti questa protesta sono per lo più pakistani e, per 230 giorni, sono stati in presidio permanente di fronte alla fabbrica, in una tenda circondata da bandierine con su scritto “8×5”, ossia il succo delle loro richieste: lavorare cinque giorni alla settimana per otto ore al giorno, e non sette giorni per 12 ore come, di fatto, erano costretti a fare. Contestazioni imputabili a un buon numero di imprese della zona, dalla Dreamland che manda picchiatori a bastonare chi sciopera ai sodalizi italo-cinesi dediti allo smaltimento illecito dei rifiuti; situazioni così diffuse che, per Prato, si è addirittura arrivati a parlare di un vero e proprio sistema.

I metodi e i modi della lotta degli operai, rappresentati dal sindacato Sì Cobas, non sono però mai andati a genio all’amministrazione comunale, abituata ad andarci con i piedi di piombo quando si tratta di rispondere alle problematiche che riguardano il distretto tessile. Il muro contro muro fra i due contendenti ha perciò portato allo sciopero della fame, alla tenda nella piazza del comune, ai manganelli, allo sgombero e a quegli arresti durati il tempo necessario a incassare il sostegno dei lavoratori della GKN che, compatti, hanno aderito alla successiva dimostrazione.

Una manifestazione che, nonostante si sia svolta durante la ricorrenza della liberazione della città dal nazifascismo, non ha visto la partecipazione di nessun rappresentante delle istituzioni. «Io non prendo la distanza dalle piazze», ha dichiarato il sindaco, «ma dai metodi violenti e di prevaricazione, da chi impedisce ad altri lavoratori di svolgere la propria attività». Parole che paiono più adeguate a descrivere i molti, e ben documentati, episodi di brutalità che gli operai hanno dovuto subire da parte di soggetti legati alla dirigenza della stamperia, che a definire le modalità di protesta dei lavoratori.

Nonostante le premesse poco favorevoli però, questa è una di quelle rare situazioni in cui si può dire che il tempo è galantuomo. Dopo quasi un anno di lotta, infatti, gli scioperanti hanno incassato la prima, importante, vittoria; una sentenza del tribunale del lavoro di Prato ha ordinato il reintegro in azienda di uno di loro e l’ispettorato del lavoro ha certificato ufficialmente le condizioni di sfruttamento a cui erano sottoposti. Traguardi che sembrano voler dire che, a volte, chi la dura la vince.

Dispiace che si sia arrivati a raggiungere risultati così decisivi nel contesto di un confronto poco sereno con le istituzioni locali, perché in un territorio che nell’ultimo anno ha visto la morte di Luana D’Orazio, la giovane mamma di 22 anni dilaniata dall’orditoio a cui stava lavorando, manomesso per aggirare le normative di sicurezza, e la morte di Sabri Jaballah schiacciato sotto una pressa dell’azienda tessile di cui era dipendente, non si possono ignorare le rivendicazioni dei lavoratori più esposti per poi cospargersi il capo di cenere quando il corso degli eventi prende pieghe drammatiche.

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