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«Durante un aborto non si uccidono bambini», la risposta ai manifesti di Roma

Mancano pochi giorni al 40esimo anniversario della legge 194, e un cartello paragona il diritto all'interruzione di gravidanza al "femminicidio", «omicidio, sterminio: le solite parole a caso», risponde la docente di Bioetica della Sapienza. Ma il problema è un altro.

Foto via Twitter

«Sono i soliti manifesti pro-vita, non sono affatto sorpresa: è il solito miscuglio di parole a effetto e concetti dissennati, strumentalizzati dai movimenti ultra conservatori», dice Chiara Lalli, professoressa di Bioetica e Storia della medicina alla Sapienza di Roma, scrittrice e saggista da anni in prima linea nella lotta per la difesa del diritto delle donne ad abortire.

Mancano pochi giorni al 40esimo anniversario dell’entrata in vigore della legge 194 – che dal 22 maggio 1978 tutela il diritto a interrompere una gravidanza -, e a Roma sono tornati a spuntare manifesti in cui si accomuna l’aborto a un omicidio. Li firma CitizenGO, che si definisce un’organizzazione di “cittadini attivi per il Bene Comune”. «Durante un aborto non si uccidono bambini», continua Lalli. «Su questo genere di manifesti sarebbe meglio farsi una risata amara per come, ancora una volta, dai ProVita vengano usate parole a caso: omicidio, sterminio degli innocenti, genocidio, tutti termini con cui colpire la coscienza irrazionale della persone».

Questa volta il termine è “femminicidio”. Nell’anno in cui il movimento #MeToo ha rimesso in agenda il tema della violenza sulle donne, sensibilizzando l’opinione pubblica, legare al “tabù” aborto una parola divenuta familiare – e naturalmente associabile a un sentimento di disgusto – finisce per creare l’associazione inconscia tra un’interruzione di gravidanza e il senso di nausea.

“L’Aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”, recita il cartello apparso sulla Salaria a Roma. A quanto pare sarebbe solo un assaggio della massiccia campagna avviata in vista della «Marcia per la Vita», programmata dalle associazioni ProLife per il 19 maggio a piazza della Repubblica.

“Negli ultimi anni le istituzioni hanno denunciato con sempre maggior forza il fenomeno dei femminicidi e della violenza sulle donne, ma ci si dimentica di dire che la prima causa di morte per milioni di bambine nel mondo è l’aborto”, ha dichiarato il direttore delle Campagne di CitizenGO Italia. Frasi che, secondo Lalli, «sono perfettamente in linea con la loro totale mancanza di senso della realtà, parole così stupide da non essere nemmeno degne di un commento».

Una provocazione, in sintesi, che tuttavia associa le stesse donne al femminicidio, cavalcando l’attenzione mediatica esplosa attorno al tema nell’ultimo anno, ma decontestualizzandolo totalmente: «Gli slogan funzionano, anche se sono palesemente errati, perché puntano sul senso di disgusto. Anche in questo caso, tuttavia, il guaio non è tanto il ridicolo manifesto, ma chi doveva prendere una posizione lucida e non l’ha fatto».

«Dalle associazioni e dalle donne che ricoprono incarichi pubblici sono arrivate solo delke richieste di rimuovere il manifesto, ma se quello spazio è stato legalmente affittato allora è giusto che rimanga. È quando si continua a parlare del “dolore psicologico e fisico di una donna, della scelta sofferta dell’aborto”, che si fa il gioco dei ProVita».

Secondo Lalli parlare di aborto significa riferirsi a «un servizio sanitario, che dovrebbe essere garantito e equamente distribuito in tutta Italia, ma che, al contrario, è ancora visto come un trauma. In Italia le donne non sono libere di parlare delle ragioni del proprio aborto, ma sono obbligate a parlarne quasi fosse un dolore necessario: non è così, non per tutte. In questo modo si fa solo il gioco di chi vuole stigmatizzare un diritto».

In occasione del 40esimo anniversario della legge 194, tanto discussa da essere ormai quasi sbeffeggiata nel suo valore, più che celebrarne la ricorrenza, sottolinea Lalli: «Sarebbe più importante ricordare come l’aborto non sia un servizio sempre garantito, come spesso i direttori delle scuole di specializzazione siano obiettori di conoscenza e quindi decidano consapevolmente di non preparare gli studenti all’aborto».

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