La strage di Buffalo è il brutto film che abbiamo già visto in anteprima a Christchurch, Utøya e Macerata | Rolling Stone Italia
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La strage di Buffalo è il brutto film che abbiamo già visto in anteprima a Christchurch, Utøya e Macerata

Le esecuzioni in diretta, la dinamica da sparatutto in prima persona, la pubblicazione di un 'manifesto' per mettere in guardia la civiltà bianca dai pericoli di una grande 'sostituzione etnica': Peyton Gendron è solo l'ultimo rappresentante di una lunga tradizione, che va da Breivik a Luca Traini

Foto di Libby March per "The Washington Post", via Getty

Il 14 maggio il 18enne Peyton Gendron ha aperto il fuoco con un fucile d’assalto davanti a un supermercato di Buffalo, nello Stato di New York, uccidendo 10 persone (otto delle quali afroamericane) e ferendone tre.

Prima di portare a compimento la strage più grave sperimentata dagli Stati Uniti dall’inizio dell’anno, Gendron ha documentato le fasi che hanno preceduto il massacro con una diretta su Twitch che ha riportato alla mente il bagno di sangue che, nel 2019, costò la vita a 50 persone che pregavano in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda.

Gli elementi che accomunano i due episodi sono tantissimi: anche l’autore di quella strage, Brenton Tarrant, al tempo riprese in diretta tutte le fasi dello sterminio, scuotendo l’opinione pubblica soprattutto per via della natura, per così dire, “meta-videoludica” del filmato che metteva in mostra la sua ecatombe, che riprendeva in tutto e per tutto la dinamica di uno sparatutto in prima persona, conferendo alla strage una veste grottesca e quasi “giocosa”.

Da questo punto di vista, Gendron sembra avere introiettato alla perfezione gli insegnamenti del suo predecessore, mutandone stile, metodo e comunicazione: ha portato a compimento le esecuzioni con una naturalezza e una tranquillità surreali, calandosi alla perfezione nei panni del protagonista di un FPS, con tanto di arma posizionata nella parte bassa del campo visivo. Dopo aver parcheggiato davanti al supermercato della catena Tops, ha ucciso a sangue freddo le prime quattro vittime per poi scaricare il grilletto sul personale e sui clienti, in quello che ha avuto tutto l’aspetto di un atto di emulazione.

Per quanto riguarda le “ragioni” poste alla base del massacro, la condotta adoperata da Gendron lascia poco spazio all’immaginazione: voleva attuare una soluzione finale nei confronti di qualsiasi afroamericano gli capitasse a tiro. Gli elementi utili a rafforzare questa tesi sono tantissimi, a partire dalla scelta location e dai sopralluoghi effettuati per portare a compimento l’impresa – secondo quanto riferito dalle autorità, il giovane sapeva che il supermercato era frequentato soprattutto da persone afroamericane – fino ai comportamenti ambigui che Gendron ha messo in mostra nello spazio dei suoi 2 minuti di lucida follia.

Una delle istantanee più impressionanti che questa mattanza consegnerà alla memoria collettiva è la reazione che il ragazzo ha avuto davanti a un cassiere che si era nascosto dietro a un bancone per aver salva la vita: quando si è reso conto che l’obbiettivo che aveva preso di mira era una persona bianca proprio come lui, Gendron ha chiesto scusa e ha deciso di risparmiarlo, proseguendo nel suo eccidio in stile Halo.

L’altra similitudine che accomuna Gendron e Tarrant ha a che fare con l’ideologia di appartenenza; prima di diventare dei “martiri” della causa del suprematismo bianco, hanno diffuso in rete un manifesto scandito da alcuni leitmotiv costanti: ad esempio, entrambe le “carte dai valori” redatte dagli attentatori pongono enfasi sulla minaccia della “sostituzione etnica”, una teoria del complotto particolarmente cara all’estrema destra europea – compresa quella nostrana: è stata uno dei capisaldi della retorica che Salvini e la Lega hanno impiegato negli ultimi anni – secondo cui l’élite politica starebbe provocando un irrobustimento dei flussi migratori per importare milioni di potenziali lavoratori a basso costo, contaminarli con le “razze bianche” e creare così un meticciato debole e facilmente manipolabile dai poteri forti.

L’impressione è che Gendron abbia attinto a piene mani dalla lettera viva di The Great Replacement – questo il titolo che Tarrant scelse per la sua dichiarazione d’intenti –, copiandone in buona parte il contenuto (secondo un’analisi diffusa da think tank svedese Khalifa Ihler Institute, il 28% del documento è stato mutuato dal testo dello stragista neozelandese).

Le immagini di Buffalo risultano stranianti se osservate attraverso una lente occidentale: quando il terrorista è così culturalmente e etnicamente vicino a noi, proviamo uno strano senso di spaesamento, come se si trattasse di una specie di anomalia di sistema. Eppure, eventi del genere devono stimolare una riflessione critica su cosa stiamo diventando (non tutti, s’intende, ma quella porzione ultraconservatrice, largamente minoritaria ma molto rumorosa, che ritiene che le sue radici siano minacciate ed è disposta a uccidere pur di ristabilire un non meglio precisato status quo): nonostante la drammaticità del momento, è importante non rimanere folgorati sulla via di Damasco e porsi degli interrogativi, provando a individuare quale brodo di coltura ha consentito a attentati e schemi mentali di questo tipo di proliferare e consolidarsi.

Gendron, infatti, non ha inventato nulla: ha semplicemente trovato il suo posto in una tradizione stratificata che affonda le radici almeno nel 2011, ai tempi delle stragi di Oslo e Utøya compiute da Anders Behring Breivik. 48 ore che hanno cambiato per sempre il nostro approccio a episodi di questo tipo: all’indomani dell’omicidio di massa più grave che la Norvegia abbia mai sperimentato (morirono 77 persone), il consesso mediatico italiano – al netto di pochissime eccezioni – era più che convinto della matrice islamica dell’attacco. I titoli dei quotidiani non lasciavano alcun margine di incertezza all’opinione pubblica: dovevano essere stati “loro”, per forza di cose; questione di minuti, al massimo di ore, e avrebbero rivendicato l’attacco. In un clima del genere, così aprioristicamente ostile, quando cominciarono a circolare le prime foto di Breivik il soffitto di cristallo della civiltà europea e cristiana cominciò di colpo a scricchiolare: a compiere il massacro non era stato un affiliato dell’Isis, ma un 31enne protestante, benestante e istruito, immerso in un humus culturale del tutto simile al nostro. Il “mostro di Oslo” non indossava una tunica nera, ma era uno di noi, sneakers Adidas e jeans stretti: come avremmo potuto reagire?

Da questo punto di vista, Breivik è stato un innovatore in piena regola, il “martire zero” per antonomasia, oggetto di venerazione di una schiera di fedelissimi che gli hanno cucito addosso una veste quasi messianica: anche lui, come avrebbero fatto i suoi successori anni dopo, pubblicò uno sterminato memoir dal contenuto ideologico ben preciso – 2083: Dichiarazione di indipendenza europea – che preparava il terreno per la sua personalissima jihad in salsa caucasico-cristiana e per la purificazione del Vecchio Continente da qualsiasi etnia spuria e minacciosa.

Gendron, quindi, non è un incidente di percorso, ma l’ultimo rappresentante di una tradizione ormai decennale che ha raccolto diverse adesioni in giro per il mondo, acquisendo le fattezze di una vera e propria corrente di pensiero sotterranea, capace di fare proseliti clandestinamente. Ne abbiamo avuto una dimostrazione nel 2015, quando il 21enne Dylann Roof ha ucciso nove persone nella chiesa episcopale nera “Madre Emanuel” di Charleston, pubblicando in contemporanea un manifesto – poi rilanciato sulle imageboard anonime 4chan e 8chan – dove spiegava di voler innescare una “guerra razziale”. Nel 2017 è stato invece il turno del luogotenente della guardia costiera statunitense Christopher Paul Hasson, che aveva accumulato un nutrito arsenale di armi, munizioni e steroidi per inaugurare la sua “contro-rivoluzione” e preparare il terreno per la costituzione di un etno-stato bianco – l’attentato è stato sventato nel febbraio del 2019 dalle forze dell’ordine, che hanno parlato di «un piano per uccidere civili innocenti di una portata raramente vista in questo Paese».

Nel contesto domestico, l’esempio più prossimo è invece quello di Luca Traini, che però poggiava su basi parzialmente differenti: nel caso della sparatoria di Macerata, infatti, non è presente il fil rouge che accomuna tutti i suprematisti “post-breivikiani” (la redazione di una carta d’intenti), ma l’attentato trova un fondamento in una vendetta personale tramutata in vendetta etnica (Traini presentò infatti il suo tentativo di omicidio di massa come una reazione alla triste sorte toccata a Pamela Mastropietro, la concittadina 18enne uccisa da Innocent Oseghale, un pusher nigeriano, cinque giorni prima). Anche i riferimenti culturali di Traini sono un po’ diversi da quelli di Tarrant e Gendronv – l’ex candidato della Lega faceva riferimento a un tipo di immaginario più “tradizionale”, legato all’iconografia tipica dell’estrema destra extraparlamentare italiana, fatto di svastiche, croci celtiche, paccottiglia neonazista e mezzibusti mussoliniani – nella sua abitazione furono ritrovate una copia del Mein Kampf e una bandiera raffigurante una gigantesca croce di San Patrizio. Nonostante questa parziale diversità culturale, col passare degli anni Traini è diventato una sorta di icona per il suprematismo bianco di stampo internazionale: sia Tarrant che Gendron lo hanno annoverato come un eroe e un nume tutelare nei loro manifesti, magnificandone le gesta e lodandone l’esempio.

Nelle ultime ore sono emersi ulteriori dettagli sul passato di Gendron: ad esempio, nell’estate del 2021 era stato indagato per avere minacciato di compiere una sparatoria nel suo liceo, il Susquehanna High School di Conklin.