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La storia di Branch 251 e della condanna di Anwar Raslan, il torturatore di Assad

Nel corso della guerra civile che ha distrutto la Siria dal 2010, almeno 40mila persone sono morte a causa delle torture. Il processo di Koblenz è un passo storico, la prima condanna di un alto ufficiale del regime siriano per crimini contro l’umanità

Anwar Raslan

Foto: THOMAS FREY/POOL/AFP via Getty Images

Branch 251, Damasco, Siria. Nella capitale siriana, alla fine di via al-Khateeb, molto vicino all’ospedale della Mezza Luna Rossa, sorgeva la prigione e centro di tortura dove i burocrati e gli uomini del regime di Bashar al-Assad hanno torturato o ucciso migliaia di siriani. Branch 251, appunto: il numero che designava la squadra responsabile delle investigazioni politiche. Il capo di questi servizi segreti, deputati alla delazione e alla tortura dei cittadini dissidenti, si chiama Anwar Raslan.

Il 13 gennaio 2022, fuori dal tribunale di Koblenz una folla di manifestanti si è riunita fin dalle prime ore del mattino. Quel giorno, la corte tedesca ha condannato l’ex colonello Raslan, 58 anni, all’ergastolo e giudicato colpevole dal tribunale di Koblenz per aver commesso e in particolare di essere co-responsabile, indirettamente, almeno in 4mila casi di tortura, 27 omicidi e due casi di stupro. Raslan ha sempre rifiutato le accuse e si è dichiarato innocente. Secondo la sentenza si tratta di pratiche sistematiche nelle prigioni del regime di Assad, ancora prima che la repressione spazzasse via intere città e centinaia di migliaia di vite siriane. Al-Jazeera ha dedicato una serie di approfondimenti e documentari al processo di Koblenz, un gruppo di avvocati, attivisti e giornalisti ha invece realizzato il podcast Branch 251, che ha seguito tutte le fasi del processo. «Se un detenuto dava una risposta che non piaceva al colonnello, si incaricava personalmente di pestarlo», ha affermato un testimone, intervistato nel podcast. Le vittime che hanno testimoniato nel processo sono passate dalla prigione tra aprile 2011 e settembre 2012. Tuttavia la prigione non ha mai smesso di funzionare.

L’ex colonnello Raslan aveva chiesto l’asilo in Germania nel 2014. Come riporta Human Rights Watch, «in una fredda giornata di febbraio 2015, Anwar R. entrò in una stazione di polizia a Berlino per sporgere denuncia. Raslan credeva che i servizi segreti del governo siriano lo stavano pedinando in Berlino. Aveva paura di essere rapito. Per firmare la sua deposizione, Raslan utilizzò il suo titolo militare: “Colonnello”». La sua storia è simile al percorso di tanti criminali internazionali – avevamo già raccontato la fuga durata 24 anni di Félicien Kabuga, accusato di finanziare il genocidio rwandese – che hanno tentato di mascherare la propria identità, fuggendo nel mezzo di guerre, genocidi e conflitti. Raslan è quindi diventato traditore in patria e criminale all’estero. Un altro ufficiale dei servizi segreti siriani, Eyad al-Gharib, aveva chiesto l’asilo nel 2018 ma è stato poi accusato di aver arrestato arbitrariamente decine di manifestanti siriani nel 2011 e di averli consegnati ai torturatori di Branch 251. In un processo separato, nel febbraio 2021, al-Gharib è stato condannato a quattro anni e mezzo di detenzione in una prigione tedesca per complicità per aver commesso crimini contro l’umanità.

Secondo l’Onu sono 100mila le persone rapite dal governo e sparite nel corso del conflitto civile che ha distrutto la Siria dal 2010, almeno 40 mila sono morte per le pratiche di tortura esercitate dal regime. Il processo di Koblenz è un passo storico perché ha portato per la prima volta alla condanna di un alto ufficiale del regime siriano per crimini contro l’umanità. Nel diritto penale internazionale questo tipo di crimini sono considerati come i più lesivi della dignità umana e del diritto consuetudinario dei diritti umani: chi compie un crimine contro l’umanità diventa perseguibile a livello internazionale. In questo caso la giurisdizione penale non appartiene – come nei casi dei Tribunali che hanno giudicato i crimini in Rwanda ed ex-Yugoslavia – a un tribunale ad hoc creato dall’Onu, ma a una giurisdizione penale nazionale che ha esercitato la cosiddetta “giurisdizione penale universale”.

La ricerca della verità sui crimini del regime siriano è ancora ostacolata da interessi geopolitici: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stato più volte bloccato dal veto di Russia e Cina, che hanno impedito l’istituzione di un tribunale ad hoc. Vladimir Putin è stato un partner fondamentale per Bashar al-Assad: senza l’apporto dell’aviazione russa, infatti, il regime non avrebbe mai potuto recuperare il controllo delle principali città siriane. Bashar al-Assad è stato ampiamente riabilitato a livello internazionale non solo dalla Russia. La Siria ha aderito alla Belt and Road Initiative cinese: il 12 gennaio l’ambasciatore cinese in Siria, Feng Biao, e il direttore dell’Agenzia per la Pianificazione e la Cooperazione Internazionale siriana, Fadi Khalil, hanno firmato il Memorandum d’intesa sulla cooperazione per le Nuove Vie della Seta, a nome dei rispettivi governi. Il 30 dicembre 2021, invece, il Bahrein ha nominato per la prima volta dopo 10 anni, un ambasciatore a Damasco. La rinnovata cooperazione coinvolge anche altri Stati del Golfo, come l’Oman, gli Emirati Arabi fino ad arrivare a Israele.

La guerra in Siria ha ucciso almeno 350 mila persone, messo in fuga dalle proprie case 12 milioni di rifugiati, portato alla fame più di 12 milioni di siriani. Le gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità sono state commesse da tutti i lati, ma il governo siriano ha la responsabilità maggiore. l processo di Koblenz non sarà sicuramente l’ultimo. Fra poche settimane inizierà a Francoforte il processo a un medico siriano, Alaa Mousa, è stato inquisito e accusato di aver bruciato i genitali di almeno un prigioniero. «L’investigazione sistematica dei crimini del governo Assad – in particolare il sistematico uso diffuso della tortura – è un punto di inizio», ha affermato il Centro europeo per i Diritti Costituzionali e Umani (ECCHR), che rappresenta 17 denuncianti al processo Raslan. È il punto di inizio per riparare alla mancanza di verità nella guerra in Siria e vedere le riconosciute le responsabilità per le atrocità commesse, almeno per chi è riuscito a fuggire in Europa da un paese ancora nelle mani del suo principale assassino.