La storia di Adelina Sejdini, usata e abbandonata dallo Stato italiano | Rolling Stone Italia
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La storia di Adelina Sejdini, usata e abbandonata dallo Stato italiano

Rapita dalla mafia albanese e costretta a prostituirsi in Italia, era diventata un punto di riferimento nella lotta al traffico di esseri umani. Si è suicidata pochi giorni fa, dopo essere stata abbandonata dal Paese che l'aveva convinta a lottare

Adelina Sejdini a L'aria che tira su La7 nel 2021

Era in Italia dal 1996, quando all’età di 22 anni era stata rapita in Albania e portata attraverso l’Adriatico su un gommone. Aveva subito ripetute violenze sessuali per settimane prima di essere iniziata alla prostituzione coatta dalla mafia albanese. Schiavizzata e costretta a prostituirsi per quattro anni, Adelina Sejdini aveva portato all’arresto di 40 trafficanti di esseri umani dopo aver chiesto aiuto chiamando il 113, numero di emergenza della polizia italiana: tutti e 40 sono finiti in carcere, con condanne tra i 15 e i 20 anni.

Da quel momento e per quasi 2o anni Sejdini, nota anche con il nome da attivista Adelina 113, è stata un punto di riferimento per la lotta al traffico sessuale in Italia: ha scritto libri ed ha parlato più volte sia in radio che in televisione, ha collaborato con procure, forze dell’ordine e associazioni sul territorio, partecipato a miriadi di iniziative, dibattiti e campagne di sensibilizzazione. Ha testimoniato più volte in Parlamento: l’intervento più recente risale a giugno 2021. 

Il suo lavoro ha permesso di fare luce sui meccanismi della mafia albanese, che gestisce gran parte della prostituzione di strada in Italia: si stima che siano almeno 120mila le donne ridotte in schiavitù, portate contro la loro volontà da Africa ed Europa orientale, per un totale di almeno 4 miliardi di euro annui di fatturato per i racket.

Ora, Sejdini è morta. Si è tolta la vita l’8 novembre, dopo che già il 29 ottobre aveva provato a darsi fuoco di fronte al Ministero dell’Interno come forma ultima di protesta per lo stato disperato in cui si trovava e da cui le era impossibile emergere.

Nonostante fosse in Italia fin dagli anni Novanta, e nonostante il suo impegno implacabile in nome dei diritti delle donne la piazzassero senza dubbio nella categoria degli stranieri eroici e attivi nella società che secondo l’opinione pubblica “si meritano” la cittadinanza italiana, Adelina 113 si trovava da anni in un limbo legale che le rendeva la vita impossibile. 

Lei stessa, commentando la stretta sui permessi di soggiorno per motivi umanitari attuata durante il mandato di Matteo Salvini al Ministero degli Interni nel decreto immigrazione del 2018, aveva previsto che sarebbe stato più difficile per lei mantenere i documenti in regola. “Io sono in Italia da 18 anni con un permesso di soggiorno per motivi umanitari in quanto vittima di tratta, permesso che mi è scaduto ad aprile e sono in attesa di rinnovo. Mi impegno in prima linea, mi sono ribellata al racket, e ora mi hanno lasciata come un fantasma”, denunciava all’epoca. “Lo Stato italiano, tanti anni fa, mi ha convinta a denunciare, mi hanno promesso protezione, ora mi protegga fino alla fine”. I suoi appelli sono caduti nel vuoto.

Malata di cancro al seno diventato metastatico, viveva in un alloggio datole dalla curia a Pavia, ma doveva viaggiare regolarmente tra Pavia e Milano per ottenere cure che non poteva permettersi.&nbspL’ultima goccia era stato il più recente rinnovo del permesso di soggiorno. Pur avendo rifiutato da anni la cittadinanza dell’Albania – addirittura preferendo risultare apolide pur di non rischiare di essere mai rimpatriata in un luogo dove l’avrebbe sicuramente aspettata la vendetta delle persone che ha contribuito a mandare in carcere – l’ultimo permesso che le era stato rilasciato la considerava cittadina albanese.

Considerata invalida al 100% da un’équipe di medici, sul permesso di soggiorno figurava anche per errore il fatto che avesse un’occupazione. Sia questo dettaglio sia il costante rifiuto di considerarla cittadina italiana creavano enormi problemi all’attivista, a cui era di fatto impedito di ottenere una casa popolare, i sussidi economici, la pensione e l’accompagnamento a cui avrebbe altrimenti avuto diritto come disabile. Dopo moltissimi appelli alle istituzioni finiti in un nulla di fatto, la morte. “Ho presentato la domanda per avere una casa popolare, ma adesso me la sogno. I documenti non corrispondono più. E non posso accettare la cittadinanza albanese. Dal momento in cui me l’hanno scritto ho gli incubi. Mi ammazzo piuttosto”, aveva affermato qualche giorno prima.