La storia delle commesse minacciate per un assorbente dimostra che no, non ne siamo usciti migliori | Rolling Stone Italia
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La storia delle commesse minacciate per un assorbente dimostra che no, non ne siamo usciti migliori

Dopo aver trovato un assorbente in bagno, la dirigente di una Conad di Pescara ha umiliato le sue dipendenti, pretendendo le ispezioni corporali di chi prestava servizio al momento del 'misfatto' e promettendo sanzioni disciplinari e mancati rinnovi dei contratti. Bentornato, oscurantismo

Foto di Fred Lee/Getty Images

Quanto accaduto nelle scorse settimane in un supermercato abruzzese racconta molto bene i tic e i malcostumi che, ahinoi, continuano a connotare una parte mondo del lavoro nostrano, regalando alle cronache un aneddoto da vergogna nazionale, una specie di ritorno allo stato di natura e a quell’hobbesiano homo homini lupus che pensavamo di aver superato ma che, puntualmente, torna più attuale che mai. Il problema è che l’oltraggio non si è consumato in un narco-stato o nell’Arabia Saudita di bin Salman, ma in quella stessa Italia membra fondatrice dell’Unione Europea e sedicente Paese civile.

Il fatto è balzato agli onori della cronaca soltanto nelle scorse ore, grazie alla denuncia di un sindacato e all’attenzione che Repubblica ha riservato alla faccenda. Riavvolgiamo un attimo il nastro: il 14 aprile, i capireparto di una Conad di Pescara hanno ricevuto sul loro gruppo WhatsApp un audio draconiano da parte della direttrice del punto vendita. Dopo aver trovato un assorbente lasciato fuori posto in bagno, infatti, la dirigente ha iniziato a sfoderare tutta la sua rabbia repressa, ordinando ai suoi sottoposti di attivarsi per individuare la colpevole dell’orribile misfatto: «Voglio il nome e cognome di chi oggi ha il ciclo mestruale, ok?», ha detto, «sennò gli calo le mutande io».

Ora, una persona con troppa fiducia nel genere umano potrebbe essere indotta a pensare che si trattasse di una battuta o, nel peggiore dei casi, di un’iperbole abbastanza infelice; e invece no, perché la direttrice è passata subito dalle parole ai fatti, ordinando ai sottoposti di ottenere l’elenco delle dipendenti che, quel giorno, erano presenti in negozio nell’arco di tempo in cui la “scena del crimine” ha preso corpo, ossia il tremendo quarto d’ora tra le 13:30 e le 13:45. I capireparto, sotto pressione e spaventati – una paura del tutto comprensibile, purtroppo: la dirigente aveva minacciato di punire l’omertà sulla vicenda con sanzioni disciplinari, lettere di richiamo o, addirittura, con il mancato rinnovo dei contratti in scadenza – hanno chiesto sulle chat di gruppo di WhatsApp la lista delle lavoratrici che, alla fine, è stata redatta. Dopo un’indagine interna, è stato accertato che quel giorno e a quell’orario al supermercato di Pescara erano presenti 12 dipendenti.

Visto il rifiuto delle lavoratrici a comunicare quanto richiesto, la violenza verbale si è poi tramutata in fisica: i capireparto, infatti, hanno provato a controllare singolarmente tutte le donne che prestavano servizio quel giorno. Il sindacato ha dichiarato a Repubblica di non sapere se effettivamente qualche lavoratrice si sia prestata alla richiesta di ispezione o meno, ma ci sarebbero messaggi in cui alcuni dipendenti invitano le colleghe a discolparsi «per chiudere la partita». Un po’ come dire: «Ma sì, calpesta pure la tua dignità sotto ai piedi, tanto devi mettere comunque il pane in tavola, in un modo o nell’altro».

Ma non è finita qui: la scure della «mega direttrice galattica» – certe persone possono essere connotate solo fantozzianamente – ha continuato ad abbattersi sulle dipendenti anche nei giorni successivi, quando la responsabile, in preda all’ennesimo delirio di onnipotenza, ha pensato bene di precludere loro l’utilizzo degli spogliatoi per non incentivare eventuali recidive.

La vicenda, per fortuna, è culminata con l’allontanamento immediato della dirigente, che avrà tempo per riflettere su come debba essere trattata una persona che lavora in un Paese che intenda definirsi anche soltanto lontanamente progressista. Nell’attesa che la direttrice impari a cogliere la differenza che intercorre tra un luogo di lavoro e una porcilaia, la Filcams ha chiesto una presa di posizione responsabile anche al marchio Conad, dato che questa triste pagina di ignominia getterà inevitabilmente un’ombra non solo sulla sfera professionale della grande catena alimentare, mancando il rispetto di lavoratrici e lavoratori sancito sul piano normativo dal contratto nazionale, ma più in generale sulla gestione delle relazioni umane, che vede uno dei punti vendita del marchio utilizzare metodi invasivi, vessatori e autoritari inaccettabili in qualsiasi consesso civile.

Questo, infatti, è solo un piccolo campione pescarese, in un orizzonte spaziale abbastanza circoscritto, ma il prossimo abuso potrebbe essere dietro l’angolo. E, se ve lo state ancora chiedendo, no, dopo questi due anni di difficoltà e ristrettezze di ogni tipo (economiche in primis) non siamo diventati donne e uomini migliori.