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La situazione di bar e ristoranti è tragica, e i fondi statali non arrivano

Secondo imprenditori e lavoratori del settore, il governo sta facendo troppo poco e troppo tardi per aiutarli. Viaggio in un settore che potrebbe cambiare per sempre dopo la pandemia

David L. Ryan/The Boston Globe via Getty Images

E per ultimi arrivano i locali: bar, ristoranti e luoghi di musica dal vivo. In tempo di pandemia si è imparato ad attuare il distanziamento sociale rinunciando quasi subito a quei momenti di svago all’interno di questi luoghi. E anche gli occupati di questo settore hanno ricevuto meno attenzione mediatica. E per una città come Milano questo ha voluto dire una crisi seria per un settore che più di ogni altro rappresenta l’anima di una città, sin dall’epoca craxiana, quella della cosiddetta Milano da bere.

Ma se gli habituè hanno fatto a meno dei bar, degli espressi e dei cocktail pestati, chi da questi esercizi traeva il pane sino all’8 marzo adesso si trova in seria difficoltà. I costi fissi delle utenze di acqua luce e gas e affitti molto alti in zone di tendenza come ad esempio Brera o i Navigli. Lo scorso 28 aprile alcuni esercenti hanno simbolicamente consegnato le chiavi delle loro imprese nelle mani del sindaco Beppe Sala. Un gesto simbolico certo, ma che rappresenta le difficoltà nelle quali si trovano tutti i locali, anche chi si è attrezzato con il delivery e l’asporto, che si trova in grave sofferenza.

I provvedimenti del governo hanno cercato di fornire sostegno sia con i 600 euro una tantum, che però sono una goccia nel mare per chi deve gestire dei dipendenti. Uno strumento più consistente, in teoria, sarebbero i prestiti garantiti dai Decreti Cura Italia e Liquidità, destinati specificamente alle microattività. Lo scorso 6 maggio il Fondo di Garanzia ha rilasciato alcune cifre: le domande arrivate sono 101.253, e di queste 80.873 operazioni sono riferite a finanziamenti fino a 25 mila euro, con copertura al 100% per un importo finanziato di euro 1.711.069.274, che in teoria potrebbero essere erogati immediatamente.

Ma questo strumento è oggetto di critiche anche da parte della Cgia di Mestre. Secondo le loro stime, un massimo di 250mila richieste potrà arrivare per questa particolare modalità, su una platea complessiva di circa 5 milioni e 250 mila imprese che ne avrebbero bisogno. Cosa servirebbe, quindi, per ripartire? Semplice: i contributi a fondo perduto.

Lo afferma la stessa Cgia e lo confermano anche Bankitalia (la misura è stata caldeggiata in un’audizione alla Camera del capo del servizio struttura economica Fabrizio Balassone lo scorso 27 aprile) e addirittura l’amministratore delegato di Intesa San Paolo Carlo Messina in un’intervista al Sole 24 Ore. Secondo fonti di Confcommercio però, le varie lungaggini burocratiche potrebbero far giungere i finanziamenti soltanto a giugno inoltrato, con conseguenti ulteriori perdite.

Uno dei protagonisti della protesta del 28 è Raffaele Sangiovanni. Proprietario del ristorante Taglio dal 2013, adesso si trova a dover gettare la spugna: “Una persona si è offerta anche di darmi mille euro di tasca sua, non li ho potuti accettare perché non sarebbe stato giusto nei suoi confronti. Però la situazione è davvero disperata”. La cassa integrazione per gli 8 dipendenti tarda ad arrivare per le dispute tra Inps e Regioni: “Alcuni di loro che stanno perdendo il lavoro si sono messi nei miei panni e mi hanno consigliato di chiudere” racconta Sangiovanni. Già, perché le spese fisse, quelle sì, non si fermano: affitti e utenze continuano a dover essere pagati e senza incassare nulla. “Ma i 600 euro sono arrivati. Solo quelli però”.

Se a Milano si preannunciano chiusure che potrebbero sfigurarne l’identità, anche in una provincia ricca come ad esempio Modena le difficoltà si fanno sentire. Specie per i locali con un uso variegato, come ci racconta Filippo Ferro, socio dello Jutacafè: “Noi facciamo piccoli live, presentazioni di libri ed eventi di vario tipo. Per noi è difficile ripartire, anche se ci stiamo provando seriamente grazie all’asporto e alla nostra cucina”. Ma anche lavoratori come Matteo Barbieri, 43 anni e bartender dall’età di quindici accusano la mancanza di reddito e un lavoro che potrebbe mutare per sempre: “L’essenza delle mie giornate erano chiacchiere, pacche sulle spalle e risate. Anche con l’asporto la situazione cambia molto. E in questi due mesi il mio reddito è stato fermo”.

Certe professioni ed esperienze dunque rischiano di vedersi sfigurate o cancellate. E anche i contributi a fondo perduto, che potrebbero arrivare grazie al decreto rilancio del governo, come trapelato dalle bozze, potrebbero essere davvero esigui, specie per i piccoli imprenditori: su un fatturato di 9000 euro nel mese di aprile 2019, qualora i ricavi fossero stati ridotti di due terzi, arriverebbero circa 2000 euro. Anche qui, troppo pochi. E speriamo non troppo tardi.

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