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La scuola è ricominciata, ma uno studente su due ha paura di diventare neet

È un'etichetta antipatica, che indica l'insieme dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi di formazione: eppure, il 50% degli studenti che hanno appena concluso la maturità temono di ritrovarsi, ben presto, in questa condizione

Foto di Stefano Guidi/Getty Images

La scuola italiana ricomincia con 300mila ragazzi in meno rispetto al 2021 e con il 50% degli studenti dell’ultimo anno che hanno paura di diventare “neet”, acronimo inglese di “Not in Employment, Education or Training”, vale a dire giovani che non studiano e non lavorano. L’anno della ripartenza e del ritorno alla normalità svela le fragilità sistemiche del mondo dell’istruzione, nascoste per due anni sotto le mascherine: dalle classi pollaio, all’edilizia scolastica, dal diritto allo studio a quello per gli studenti di essere ascoltati dentro e fuori la scuola. E così, mentre le scuole chiudevano per la pandemia, la mobilitazione studentesca non si è fermata, nonostante la forte repressione delle proteste studentesche, scoppiate per rivendicare il diritto al futuro per le nuove generazioni. Che adesso sono messe di fronte a una scelta: lottare o rassegnarsi a un sistema che le cannibalizza.

Per i ragazzi e le ragazze, i due anni di gestione dell’emergenza pandemica sono stati distruttivi sia sotto il profilo educativo, che quello formativo, sociale e della salute mentale e hanno spinto un’intera generazione a fare i conti con un vissuto traumatico, impossibile da confrontare con quello di genitori o fratelli più grandi. Tommaso Biancuzzi, coordinatore del sindacato studentesco “Rete degli Studenti Medi” è convinto che le ripercussioni della pandemia pesino ancora sulle vite degli studenti e delle studentesse. «Il portato psicologico e materiale che questi due anni ci hanno lasciato, ce lo portiamo tutto in classe», dice a Rolling Stone. «Sentiamo ripetere che i ragazzi stanno male. E Il nostro questionario sulla salute mentale ha dimostrato che il malessere è reale». Non solo perché la pandemia ha rinchiuso in casa milioni di ragazze e ragazzi. «C’è una sofferenza diffusa perché la scuola è strutturata in modo da essere competitiva e da lasciare indietro gli ultimi. Ma se non stai bene a scuola, tutto il resto è contorno».

Mentre gli istituti e i licei riaprono, le disuguaglianze e la sofferenza si amplificano. Una conseguenza prevedibile di decenni di cultura scolastica improntata ad aiutare e favorire «chi ce la farebbe già», vale a dire chi parte avvantaggiato dal contesto sociale ed economico. Ma cosa ne è di tutti gli altri? Per molti studenti e studentesse la scuola si riduce ormai all’ossessione per la competizione e alla preparazione a un mondo del lavoro feroce e pericoloso, ​​sperimentato solo attraverso i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO), versioni rivedute dell’alternanza scuola lavoro. «Non mi stupisce che così tanti ragazzi abbiano paura di diventare neet, anch’io ho ne ho», dice Biancuzzi. Secondo i ragazzi l’angoscia sarebbe alimentata anche dalla struttura stessa con cui sono pensati i PCTO, poco formativi e troppo opprimenti. «Ti insegnano che in realtà il mondo del lavoro di te non ha bisogno e che per lavorare devi accontentarti, nella speranza che un giorno, se sgomiti più degli altri e studi le materie giuste, allora forse sarai premiato. Come puoi sentire di contribuire a una società di questo tipo? Come fai a sentirti integrato?». Perché, come spiega Biancuzzi, non c’è solo la paura di diventare un neet: l’angoscia più grande è quella di «venire masticati e sputati dal sistema».

I ragazzi e le ragazze, però, non vogliono più avere paura e il periodo pandemico sembra aver scoperchiato il vaso di Pandora. Bianca Chiesa, del coordinamento dell’Unione degli Studenti, ha raccontato a Rolling Stone come la pandemia abbia dato una forte spinta al movimento studentesco nel nostro Paese. «Il Covid ha fatto venire fuori la voglia di dire come la scuola avrebbe dovuto essere». Ne è nata un’idea di riforma, pensata dagli studenti per gli studenti, e che prova a rispondere al senso di precarietà e di inadeguatezza provata dai ragazzi. «L’istruzione oggi non è più percepita come uno strumento di emancipazione e l’alternanza scuola lavoro prepara esclusivamente a un mondo dove non ci sono né diritti, né orari e dove gli studenti muoiono», dice. «Partendo dal basso, invece, abbiamo elaborato una serie di proposte, che vanno dagli investimenti nel diritto allo studio, per rendere l’istruzione gratuita, al reddito di formazione, alla riforma del rapporto tra scuola e lavoro, al diritto alla partecipazione, alla rappresentanza e alla salute». Ma alle richieste di cambiamento si è preferito rispondere con i manganelli. «Quest’anno abbiamo assistito a una forte repressione nei confronti degli studenti. Molti sono stati sospesi, altri manganellati e feriti». «Al netto di come veniamo dipinti, non siamo pigri, indolenti, sdraiati sul divano in attesa del reddito di cittadinanza», dice Biancuzzi. Del resto, movimenti che hanno riempito le piazze come i Fridays for Future o il Black Lives Matter sono legati a doppio filo con le realtà studentesche. «I ragazzi e le ragazze sono scesi in piazza in tutto il mondo perché il loro mondo gli interessa. Ma se poi la politica non ti considera e ti accorgi che per te non c’è spazio, cosa ti resta da fare?».

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