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La protesta degli studenti di Hong Kong è il nuovo ’68?

Dopo la prima fase di "protesta liquida", i manifestanti di Hong Kong hanno cambiato tattica e hanno occupato le università. Una mossa che ricorda il '68, ma che alza il livello dello scontro con la polizia

Foto: Getty Images

Questa mattina Hong Kong si è svegliata intasata di gas lacrimogeno e con una lunga colonna di fumo nero che si alzava dalla zona del Politecnico, dove per tutta la notte c’è stata una vera e propria battaglia tra la polizia e centinaia di manifestanti assediati all’interno dell’università.

Le proteste del movimento anti-ELAB – contro una proposta di legge che avrebbe permesso l’estradizione in Cina per determinati reati e che è stata nel frattempo ritirata – vanno avanti ormai da più di sei mesi, ma nelle ultime settimane la situazione sembra star rapidamente degenerando. Almeno in due occasioni la polizia ha sparato con proiettili veri, mentre si contano le prime vittime: un manifestante è morto dopo essere caduto mentre scappava dagli agenti, un uomo dopo essere stato colpito in testa da un mattone lanciato da chi partecipava al corteo.

Fino a questo momento i protagonisti delle proteste di Hong Kong avevano tenuto fede al motto “be water” – essere liquidi, manifestare, spostarsi da un punto all’altro della città e non dare riferimenti alla polizia. Nell’ultima settimana, invece, la tattica è cambiata radicalmente quando i manifestanti hanno deciso di occupare le università, che hanno già sospeso le lezioni per tutto il resto dell’anno accademico, con una mossa che ricorda il ’68 francese ma che vuol dire anche cercare lo scontro con la polizia.

Il centro delle tensioni è stato il Politecnico di Hong Kong. I manifestanti si sono asserragliati nel campus e hanno cominciato a organizzarsi: hanno aperto una cucina che distribuisce cibo gratuitamente a chi partecipa all’occupazione, accumulato scorte di qualsiasi cosa possa essere utile negli scontri – dagli asciugamani per contrastare gli idranti alle medicine per proteggersi dai lacrimogeni e dagli spray urticanti – e organizzato angoli media con caricabatterie e power bank per i giornalisti e gli attivisti presenti sul posto.

Nel frattempo – come abbiamo potuto vedere dalle testimonianze di diversi giornalisti che sono stati fatti entrare e portati in giro dai manifestanti perché documentassero la situazione – la struttura veniva fortificata con l’intenzione di prepararsi a resistere a un vero e proprio assedio.

Sono state erette barricate, le strade intorno alla struttura sono state cosparse di olio per renderle scivolose e ricoperte di mattoni per rallentare i blindati della polizia. In alcuni punti del campus sono stati persino costruiti dei veri e propri muri. E, soprattutto, i manifestanti hanno fatto scorta di mattoni da tirare e di bottiglie molotov. Nell’attesa della battaglia sono stati organizzati corsi di autodifesa e allenamenti a lanciare le bottiglie incendiarie usando come campo di addestramento la piscina vuota dell’università.

L’attacco della polizia è arrivato ieri nel tardo pomeriggio. L’università è stata assediata bloccando tutte le uscite e la zona del Politecnico è stata bloccata con decine di posti di blocco in cui venivano perquisite anche le auto private – è noto che in occasione delle proteste molta gente prende la macchina e guida intorno alla zona degli scontri per caricare e portare in salvo i manifestanti in fuga.

La polizia ha poi dato un ultimatum ai manifestanti perché uscissero dall’università, minacciando di fare irruzione con “forza letale” – cioè sparando proiettili veri. Chi usciva però veniva arrestato, rischiando fino a 10 anni di carcere: nemmeno i paramedici o i giornalisti dotati di credenziali e pettorine con scritto press sono stati risparmiati.

Per tutta la notte ci sono stati scontri durissimi: alcuni poliziotti accorsi sul posto sono stati visti armati di fucili d’assalto AR-15, un blindato della polizia è andato a fuoco dopo essere stato colpito da diverse molotov. Per tutta la notte i manifestanti sono riusciti a tenere la polizia fuori dal campus, a costo di dare fuoco a tutto e trasformare il campus in una vera e propria zona di guerra. Nel corso della notte di scontri la polizia avrebbe anche aperto il fuoco tre volte, ma senza ferire nessuno.

All’interno del Politecnico ci sono ancora centinaia di manifestanti e gli scontri continuano. La società civile di Hong Kong si è mobilitata per fare pressioni sulla polizia perché tolga l’assedio e lasci ai manifestanti intrappolati nell’università una via di fuga. Il governo ha annunciato che, in ragione della crisi, le elezioni distrettuali previste per domenica prossima potrebbero essere rimandate.

Intanto, come riporta China Daily, giovedì scorso a margine dell’undicesimo summit dei BRICS a Brasilia il presidente cinese Xi Jinping ha parlato per la prima volta di Hong Kong schierandosi risolutamente dalla parte del governo della città e incoraggiandolo a intervenire con maggiore fermezza per far terminare la violenza e il caos e ripristinare l’ordine. Ma nel frattempo è arrivata anche una vittoria per i manifestanti: l’alta corte dei giudici di Hong Kong ha dichiarato incostituzionale il divieto di indossare maschere alle proteste emesso dal governo lo scorso ottobre.

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