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La prima strage nativa digitale

49 morti, per milioni di views. Perché in Nuova Zelanda è andata in scena la prima sparatoria creata apposta per i social

Uno dei fiori in omaggio alle vittime della strage

Foto di Kai Schwoerer/Getty Images

Le due sparatorie nelle moschee della Nuova Zelanda sono state un po’ più che semplici stragi. Sono state progettate, sin dall’inizio, per essere virali, hanno sfruttato i social media per aumentare la loro portata. Sono morte quasi 50 persone, ma sono state viste da milioni di utenti.

Un lungo video, di 17 minuti, è stato caricato su Facebook, YouTube, Twitter e Instagram. Su 8chan, una messageboard, una sorta di forum, poche ore prima delle stragi, è apparso un post che, oltre a esporre il manifesto dell’attacco, indirizzava a una pagina Facebook su cui veniva annunciata la diretta streaming.

E, bisogna dirlo, nessuno di queste piattaforme ha agito con prontezza. Come fa notare Ryan Mack, che si occupa di tecnologia per BuzzFeed, alcuni video sono stati soltanto segnalati da YouTube e dopo ore erano ancora disponibili.

Ma non è tutto: all’inizio del video della strage, l’attentatore dice una frase strana: “Ragazzi, iscrivetevi a PewDiePie”. Per chi non lo sapesse, PewDiePie è uno dei più famosi youtuber mondiali, si chiama Felix Kjellberg e in passato è stato accusato di antisemitismo. Dopo pochi minuti, Kjelleberg ha detto di sentirsi “absolutely sickened” sul fatto che il suo nome sia stato associato a questa strage.

Il manifesto stesso (di oltre 73 pagine) parla non solo di violenza, accenna anche ai videogiochi Fortinite e Spyro the Dragon.

La polizia ha già richiesto di non diffondere i video, ma per una volta nel mirino non sono solo i media “tradizionali”.

Si chiede anche di non fare share, di non mettere cuoricini, di non commentare. E ai colossi social di prendere una posizione, come hanno fatto di recente con tante altre questioni. Perché almeno le stragi non possono diventare virali.

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