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La politica non fa più ridere

I vecchi comici ripetono se stessi, la nuova generazione pensa ad altro. Così la satira piange.

Beppe Grillo

Foto IPA

INTRO: Invito a teatro

«Guarda che non so’ più i tempi di Aristofane, che gli toccava fare il culo a Cleone per farlo sta’ un po’ bono. I politici non contano più un cazzo, oggi il problema siamo noi». Dopo un’ora e mezza a parlare di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sperma, coscienza di classe e Padre Pio sul palco del Teatro Nuovo di Milano, Giorgio Montanini, seduto su una sedia del camerino, afferra una bottiglietta d’acqua, recupera un po’ di liquidi e ricomincia lo show. «Una volta chiesero a Karl Kraus (scrittore satirico boemo di origine ebraica, ndr) cosa ne pensasse di Hitler. “Non mi viene in mente nulla su di lui”, rispose. Si raccontava da solo, e lo stesso vale per Salvini», dice con la sua cantilena tutta marchigiana. È nato 41 anni fa a Fermo ed è stato cacciato, o se ne è andato, da tutte le tv nazionali, eppure questa sera la coda per vederlo arrivava fino in piazza San Babila.

«La comicità non deve più parlare dei politici, non hanno nessun valore satirico né culturale. Vorrebbe dire deresponsabilizzare il popolo, ed è una cosa da reazionari». Si sente un battitore libero, come Ruud Krol a fine carriera. Libero di dire peste e corna del proprio mestiere e di assistere divertito a uno scontro generazionale che nessuno pare intenzionato a combattere, quello tra una vecchia scuola in affanno e una new wave che non sa nemmeno più bene dove sia Montecitorio. E così, mentre il ministro degli Interni arriva al punto di non ritorno dei gattini sui social, il paradosso è servito: a occuparsi di politica rimangono gli storici signori del cazzeggio.

«Oggi la satira non insinua più dubbi, ma riconferma tutti i luoghi comuni»

«La vecchia scuola è vecchia, appunto. E non ha più nulla da dire», proclama Montanini, che si prepara ad andare a salutare quel pubblico che ha insultato per tutto lo show. Brinda alla fine del cabaret – «che per 30 anni ci ha tenuto indietro rispetto agli Stati Uniti, la Francia, e persino l’Arabia» –, ha orrore per il populismo di Brignano e crede che Maurizio Crozza – di cui nel 2014 ha preso il posto per due puntate nella copertina satirica di Ballarò – abbia fatto il suo tempo: «È un giullare di corte». Parere non condiviso da tutti, visto che negli ultimi mesi Fratelli di Crozza – dove, da Tria a Toninelli, i protagonisti del nuovo corso gialloverde dopo un po’ di rodaggio cominciano a prendere forma – ha viaggiato stabilmente oltre il 5%, nonostante sia confinato al tasto 9 del telecomando. Ma la fronda contro il comico genovese, principe indiscusso della risata conscious all’italiana, non proviene solo dalla riviera adriatica. «Quando ti ergi a predicatore non puoi più dire che il re è nudo, perché il re sei tu. È satira di velluto, come quella della Litizzetto», dice Luca Ravenna. Milanese, 31 anni, nella nuova scena comica è considerato uno dei più politicizzati. Fra poco arriviamo a loro, ma prima ci sono ancora un po’ di totem da abbattere.

«Oggi la satira non insinua più dubbi, ma riconferma i luoghi comuni che uno già ha. Magari scomodi o provocatori, ma sempre luoghi comuni», interviene Francesco De Carlo, romano di stanza a Londra, come ha raccontato nel programma Tutta colpa della Brexit, in onda un anno fa su Rai Tre. È uno dei più noti tra i nostri stand up comedian, espressione con cui oggi si indica chiunque faccia satira sprovvisto di una parrucca e abbia meno di 50 anni. Hanno facce e look un po’ così e inflessioni più o meno calcate, ogni fine settimana fanno avanti e indietro sui palchi della Santeria o del Ghe Pensi M.I. a Milano o all’Oppio Caffè, a pochi passi dal Colosseo. Molti di loro provengono da Satiriasi, collettivo formato una decina di anni fa con l’ambizione di rinnovare il linguaggio del genere; magari li avete visti su Comedy Central, se avete Sky, oppure sulla tv in chiaro in qualche ruolo minore, sicuramente presentati come comici emergenti. «Travestirsi da segretario di turno, dire che è tutto un magna magna o ironizzare sulle divisioni nel Pd non serve a un cazzo», conclude De Carlo. Infatti oggi non c’è affatto la coda per imitare Salvini. «Bene, era ora. Il punto è: adesso che facciamo?».

C’è chi spinge la critica ancora più in profondità. «La satira oggi è solo un lasciapassare che il comico tira fuori dal taschino per superare da destra i colleghi, e farsi invitare nei salotti buoni», fa il suo esordio in questo convivio Lo Sgargabonzi. Il suo vero nome è Alessandro Iori, e si dà parecchio da fare: scrive libri, compone post dadaisti su Facebook e porta in giro da cinque anni il suo live. Per Daniele Luttazzi è un “fascistoide”. «Basta Salvini, basta Di Maio, basta Renzi, basta i pezzi contro i cattolici, contro gli animalisti, contro i preti pedofili», prosegue Iori, «la satira si illude di disturbare, ma oggi provoca nel suo pubblico solo pacche sulle spalle e sorrisetti complici.

Ma la comicità è altro, un atto puro e affascinante, personale, morboso e irrisolto». Ancora più radicale è il punto di vista di Natalino Balasso: «Quelli che stanno in tv da una vita sembrano degli impiegati, più che artisti», dice l’attore veneto, che da quando ha abbandonato il fu tubo catodico, più di 15 anni fa, coltiva il suo pubblico nella ridotta della Rete e a teatro. «Cercano la consolazione dello spettatore: io ti indico qualcuno da odiare, o sbeffeggiare, così tu puoi sentirti migliore della merda che sei. Non raccontano la realtà, ma il luogo comune della realtà. Fuori, invece, ci sono parecchie cose interessanti, originali».

«La tv ricicla sempre gli stessi modelli, per il terrore di perdere spettatori»

I presidi satirici sul piccolo schermo, in realtà, non sono affatto spariti. Oltre a Crozza, ci sono Luca e Paolo ogni sera dopo il tg e le immancabili strisce comiche all’interno dei programmi di attualità, da Gene Gnocchi a Paolo Hendel su Rete4. Addirittura la Gialappa’s, che se ne era tenuta a debita distanza per tutta la carriera, ha debuttato con un programma come Mai dire Talk, in cui l’attualità affiora di continuo, a conferma del fatto che la chiacchiera politica, che pareva morta e sepolta appena pochi mesi fa, dopo il 4 marzo ha ritrovato spazi e ascolti.

«La tv generalista è a uso e consumo dei vecchi, che vanno trattati con riguardo», dice Enrico Bertolino, che quest’anno ha traslocato la sua rassegna stampa su Agorà. «Un tempo la televisione era la grancassa di una satira nuova e abrasiva, ora ricicla sempre gli stessi modelli per il terrore di perdere gli spettatori rimasti». Cita La Tv delle Ragazze, un cult di 30 anni fa da poco riportato in auge sull’emittente pubblica. «Ma il nostro non è revival, è un programma pieno di idee», dice Federica Cacciola, che con il suo alter ego da pariolina naïf Martina Dell’Ombra ha anticipato parecchi tic sovranisti. Fa parte del cast scelto da Serena Dandini per il suo contenitore satirico femminile, un mix di protagonista dell’epoca e nuove proposte. «Stiamo superando la crisi acuta del genere, scoppiata 10 anni fa per via del risentimento della politica e del disinteresse del pubblico. Il Web ha coltivato nuovi talenti, e migliorato la scelta dei temi e dei linguaggi».

Tra quanti la pensano come lei – e non sono molti, visto che prevale una visione apocalittica del rapporto tra Internet e la risata – c’è Gino Vignali, che con il socio Michele Mozzati ha definito gli standard della comicità mainstream degli ultimi decenni. «Il 90% delle cose che si trovano in Rete sono vuote spiritosaggini, ma c’è anche roba di prima categoria», dice il fondatore di Zelig. «Di sicuro c’è molta stanchezza, ma il rinnovamento della satira è già cominciato: quando Andreotti e Craxi smisero di fare ridere arrivarono Berlusconi e Bossi, e ora i nuovi. Si troverà la chiave per ridere anche per loro».

«Se parlo di me il pubblico empatizza, se nomino un politico creo imbarazzo»

Il fatto è che sono in pochi a cercare una toppa in cui inserirla. I comici più giovani si occupano sempre più spesso di altro, fanno lunghe disquisizioni sulla distanza ontologica tra romani e milanesi o racconti delle loro cupe vampe premestruali. Non si tratta di non nominare questo o quel sottosegretario, ma di un cosciente dribbling da parte dei più delle tematiche più sociali e impegnate. Pur senza tormentoni. «Una volta i dirigenti tv chiedevano di evitare la satira politica perché non volevano rogne, ora perché non fa più ridere. Un buon motivo per chiamarsene fuori si trova sempre, e mi pare che sempre più colleghi non vedano l’ora di farlo. A me sa tanto di attacchi di pilatismo», dice Bertolino. «Ogni afflato a occuparsi di politica è come se fosse smorzato», conferma Michela Giraud, che ha fatto tutto un cursus honorem nell’underground, fino a La Tv delle Ragazze. «Senza contare che per mazzuolare su certi temi devi essere preparato, e non tutti hanno voglia di studiare. La verità è che il nostro pubblico preferisce quando portiamo sul palco noi stessi, i problemi al lavoro o con l’altro sesso».

Una certa dose di autoreferenzialità è sempre stata connaturata alla stand up comedy, ma dal proprio ombelico i grandi sanno muovere verso il cielo. Gli esempi sono quelli classici: Lenny Bruce, George Carlin, Bill Hicks. E poi Louis C.K. e Ricky Gervais, in trance agonistica fin dal giorno dell’elezione di Donald Trump. Il padre nobile della nostra nuova generazione di monologhisti, Paolo Rossi, era sempre terribilmente politico nella sua stralunata anarchia. «Ma oggi una certa borghesia è KO, e la classe intellettuale boccheggia. Di conseguenza anche la satira, che spesso proviene da quegli ambienti», aggiunge Giraud. «Molti stand up comedian sono un po’ sudditi dell’esterofilia e paiono più preoccupati di fare gli ammiccamenti giusti, che della qualità dei loro testi. Anche se vedo qualche ragazzo che comincia a portare sul palco la propria personalità e il proprio stile», dice lo Sgargabonzi.

Tipo De Carlo, che nel suo spettacolo Pobullismo mette nel mirino anzitutto se stesso, «che sono di sinistra e dovrei amare tutti, invece sono un misantropo: su queste cose trovo l’empatia del pubblico, se invece nomino un politico in sala cala subito l’imbarazzo». Perché se domina la scena pubblica uno che ripete ogni due per tre “Prima gli italiani”, «chi ha un minimo di testa si trova a disagio». Una nuova fase di evasione e riflusso nel privato si prospetta dunque all’orizzonte? «Chissà. Magari torna anche Drive In».

INTERMEZZO

Pronto Antonio Ricci, tornerà il Drive In? «No», risponde il creatore del programma, tra i più importanti autori tv italiani. «Nel 1988 Oreste Del Buono scriveva: “Drive In è la trasmissione di satira più libera che si sia vista e sentita per ora in televisione”. Ma, oltre che satira politica e di costume, era anche comicità, parodia, nonsense. Un’antologia dei modi di far ridere, confusa ultimamente da alcuni rincoglioniti con Colpo Grosso. Una trasmissione solo di “vera” satira ha il fiato corto perché alla fine si fanno sempre le solite battute». Ricci, già amico di gioventù e collaboratore di Beppe Grillo, decise di chiudere Drive In proprio per «limitare la satira con battute da “riporto”, che nascevano dalla lettura dei giornali o dalla visione di programmi televisivi. Non commentare più solo un fatto, ma cercare di provocarlo è stata l’idea che ha permesso la lunga vita di Striscia la Notizia, utilizzando sedicenti giornalisti e efficaci imitatori da strada». Secondo lui«negli anni passati, un’intera generazione di giovani progressisti ha avuto l’immaginario turbato, mitragliandosi di pippe sulle copertine de L’Espresso con le donne nude. Adesso si vedono i risultati: dirigenti di sinistra praticamente ciechi e sfibrati. Facciamo ancora battute su di loro, ma è un inutile esercizio di stile».«Oltre 300 cause», conclude, «un pacco bomba sulla scrivania, le continue aggressioni agli inviati non hanno ancora fermato le nostre altre provocazioni. Pochi ci seguono, è più comodo, e fa più immagine, fare il monologhino nel localino».

«Quando la dimensione collettiva crolla, ci si ritrova a parlare solo di sé»

Servirebbe un paradigma nuovo, una “satira del cambiamento”. «Altrimenti, di fronte a una trasformazione epocale della rappresentanza, rischiamo di suonare antichi, ridicoli», afferma Saverio Raimondo, il volto più metabolizzato – è quello che somiglia a Di Maio, anche se si rifiuta di imitarlo – della stand up italiana. Anche lui è fermamente convinto che sia arrivato il momento di parlare del “Salvini che è in noi”, e non più “di quello che è in lui”. «Oggi i poteri forti sono debolissimi: la deriva autoritaria esiste, ma è tutta in capo all’elettorato. I politici non fanno altro che blandirlo, per cui è lì che dobbiamo battere».

Ma è qui che le cose si fanno più complicate, per cui qualcuno preferisce tirarsi indietro. «Sto portando in giro del materiale nuovo, e trovo parecchie difficoltà», spiega. «C’è un clima cupo, e poca voglia scherzare: ci sentiamo in pericolo, anche perché lo siamo. È vero che il compito della satira è quello di far ridere su ciò che non fa ridere, ma le battute su Hitler sono divertenti ora, durante il nazismo lo erano molto meno». (A scanso di equivoci, Raimondo non intende qui paragonare questo governo al Terzo Reich – forse).

Altri colleghi confermano questa sensazione. «Io faccio uno sketch in cui Salvini si innamora di un ragazzo di colore, che lo tradisce. Da quel momento inizia a odiare i neri», racconta Luca Ravenna. «Be’, se lo fai a Roma o a Brescia ti accorgi della differenza. Peggio ancora quando tiri in ballo i 5 Stelle: la gente sta 10 centimetri più indietro sulla sedia». Siamo diventati tutti dei Toninelli, col pugno chiuso per un ponte e un condono. «Applichiamo in automatico i filtri ideologici a ogni cosa, la logica del tifo è arrivata anche qua. Quando la dimensione collettiva crolla, è normale che si torni a parlare del proprio io».

Sono finiti i tempi della satira come rito collettivo, quando ci si ritrovava davanti a Rai Tre e il mondo sembrava un posto migliore. «È un po’ come in quello sketch di Corrado Guzzanti ad Aniene, che dipingeva il comico post-berlusconiano come un reduce del Vietnam. Sono in molti a non trovare più un senso alla propria esistenza», dice Giraud. «Quando guardavo l’Ottavo Nano mi sentivo un militante rivoluzionario antiberlusconiano: c’era una coesione di fondo», aggiunge De Carlo. «Ora i miei cinque migliori amici hanno votato cinque cose diverse: siamo atomizzati, c’è una tensione sociale forte. Non riusciamo a parlare di certe cose tra compari, figuriamoci scherzarci su».

«La politica in Italia ha rotto i cojoni»

Lo studio di ‘Propaganda Live’

Uno dei pochi programmi che pare aver trovato la sua strada è Propaganda, il live show di Diego Bianchi su La7. La formula è un mix di stili comunicativi – non a caso tra i creatori figurano Andrea Salerno e il regista Igor Skofic, per una vita nella crew guzzantiana –, reso coerente dal talento di Zoro nel rendere leggera l’atmosfera di resistenza culturale e di autoanalisi che avvolge il format.

«I confini sono sempre meno netti, e questo complica il lavoro. I politici sono diventati i primi battutisti – tipo Renzi, che è il litigatore perfetto –, e a noi tocca rincorrere. Finiamo per risultare pavidi, a non menare come dovremmo», commenta Marco D’Ambrosio, autore e vignettista della trasmissione. Mentre tanti annaspano davanti agli alieni che si sono presi Roma, Makkox e i suoi disegni sono sempre più ispirati. «Ma con Berlusconi era più facile, perché lui era élite. Prendersela con i 5 Stelle, insistere sulla loro creduloneria e disabilità verbale, non è il massimo. Anche perché i politici ormai hanno capito il giochino, e lo rigirano a proprio favore». Che qualcuno decida di non giocare questa partita è più che legittimo per lui. «Gli stand up comedian c’avranno le loro ragioni a chiamarsi fuori, significa che la politica ha rotto i cojoni. A volte pare di essere ossessionati come ai tempi di Mani Pulite, o come quei miei amici cileni che dopo aver visto Mary Poppins imponevano il dibattito sulla lotta delle governanti. I loro genitori erano fuggiti da Pinochet, per l’amor di Dio, però che palle».

Una crisi di rigetto in piena regola. «Che ci sta», dice Michela Giraud. «Il problema è che quando c’è la rivoluzione, il piccolo delfino di Francia paga tanto quanto i carnefici. E così, assieme a tanta roba mediocre, abbiamo rigettato anche la satira di qualità: oggi i Luttazzi e i Guzzanti mancano terribilmente».

«Tutto è diventato un meme: non puoi battere Salvini che fa footing o la Raggi»

Natalino Balasso riparte alla carica, e introduce un altro argomento decisivo. «Quel che fa veramente danno è lo stillicidio di battutine, vignette, meme e cazzatine web scopiazzate e riconfezionate. Così l’arte del comico va a remengo». La dittatura del battutismo ha imposto nuovi canoni e svilito il lavoro di chi è chiamato all’impresa di fare ridere e magari pure pensare. «A tanti comici oggi salta in mente una battuta, e ci scrivono un monologo sopra. Ma così non si va da nessuna parte, il processo è sbagliato», dice Montanini, mentre scambia strette di mani con gli spettatori residui. «La satira compulsiva da social si brucia subito», prosegue Raimondo, «Succede un fatto e scatta la rincorsa alla battuta a effetto: ormai è ginnastica mentale, tipo il sudoku».

Anche perché in molti casi la notizia di partenza è grottesca, e si commenterebbe da sola. Pier Francesco Pingitore si era già posto il problema una decina di anni fa, quando aveva deciso di chiudere il Bagaglino perché i “cialtroni” al potere erano ormai andati troppo oltre anche per le sue maschere. L’orizzonte di quell’oltre, nel frattempo, non ha mai smesso di allontanarsi da noi, dalle barzellette di Berlusconi a una figura straniante come quella di Antonio Razzi. Fino all’attuale governo. «La politica oggi è un meme: come puoi battere Salvini che fa footing con la maglia della polizia o certe uscite della Raggi? Ed è tutto così, ogni giorno», dice Ravenna. «La satira reifica quello che sta in alto, ma ora il livello è rasoterra. Come si fa a distorcere quel che è già distorto? A sparare più forte di chi la spara ogni giorno più grossa?», si domanda Michela Giraud. «Questo è il vero guaio», afferma Bertolino. «È normale che un ministro mi chieda se deve mangiare la salamella o il prosciutto? Comandi la polizia e non sai che cazzo mangiare? Se la politica scende di livello, la satira rischia di essere più seria del suo oggetto e scade nella parodia. Così il personaggio ne gode. O ancora peggio si diventa dei fustigatori di costumi, e allora ti scappa la mano e fondi un movimento, che poi gli scappa la mano e diventa una setta».

«È la politica che si è adeguata ai Vanzina»

Magari in tempi di contraddizioni al potere, la risposta arriverà dal pulpito più inatteso. Visto che, dopo 35 anni di puppe a pera e cessi giù dalle piste da sci, a occuparsi di politica sarà il nuovo Cinepanettone, l’ultimo in cui compaiono assieme i nomi dei due Vanzina. Si chiama Natale a 5 Stelle, e narra le vicende di un maneggionissimo premier interpretato da Massimo Ghini; non arriverà in sala, ma solo su Netflix. “Todo cambia”, si direbbe in altri consessi. «Non sono i Vanzina che hanno scavalcato i generi, è la politica che è diventata trash e si è adeguata a loro», dice Makkox.

Il cortocircuito è completo, e schizza scintille come una luminaria mal collegata. «E vi stupite?», conclude Raimondo. «Siamo un Paese preso in ostaggio da un comico per ovviare alla sua crisi creativa, trasformando il blocco dello scrittore in un’apocalisse nazionale. In effetti, la satira in Italia forse qualche problemino ce l’ha».

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