La più grande campagna di manipolazione di tutti i tempi compie 10 anni | Rolling Stone Italia
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La più grande campagna di manipolazione di tutti i tempi compie 10 anni

Il documentario 'KONY 2012', incentrato sulla vita del leader della milizia paramilitare LRA, raggiunse i 100 milioni di visualizzazioni in soli sei giorni, incassando donazioni per 23 milioni di dollari: sono passati 10 anni, ma è ancora il massimo esempio di campagna manipolatoria che abbiamo a disposizione

Nel 2012 stavo per compiere 18 anni, non sapevo fare le versioni di greco ed ero convinto che il Milan avrebbe potuto vincere il secondo scudetto di fila.

Le mie giornate da povero illuso erano scandite da una fitta routine di social e video. Noioso, niente di esaltante, almeno fino al 5 marzo, quando nella mia home di YouTube è apparso un video da 29 minuti e 58 secondi dal titolo KONY 2012, pubblicato dal canale dell’ONG americana Invisible Children.

Preso dalla curiosità ho iniziato a vederlo e wow, mi colpì davvero tanto. Dopo un’intro retorica su quanto fosse facile condividere i nostri contenuti online e una presentazione del narratore, Jason Russell, e di suo figlio Gavin, partiva la storia di Joseph Kony.

Oggi, dopo anni di studio e una carriera dedicata interamente alla scrittura di articoli sull’Africa, posso spiegarvi chi è costui, che all’epoca mi pareva un Carneade digitale e poco più.

Kony è il leader di una milizia paramilitare attiva dal 1987 nell’Africa Centrale, chiamata LRA, acronimo di Lord’s Resistence Army. È uno dei criminali più ricercati al mondo, autore e mandante di crimini inimmaginabili, che includono torture, stragi, stupri, arruolamento forzoso di bambini, mutilazioni e cannibalismo. La banda di pazzi che Kony comanda opera in Sud Sudan (che all’epoca di KONY 2012 ancora non esisteva, ha ottenuto l’indipendenza un anno dopo), Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica Del Congo (soprattutto nella regione del North Kivu, dove poco più di un anno fa è stato ucciso l’ambasciatore Luca Attanasio) e Uganda.

LRA ha una visione sincretica della religione: cerca infatti di unire il fondamentalismo cristiano alle tradizioni tribali della tradizione Acholi. In nome di Dio, Kony ha ordinato massacri che ha prodotto un numero di vittime incalcolabile, ma fino al 2012 era pressoché sconosciuto.

È qui che entra in gioco la mente dell’operazione: il videomaker allora 34enne Jason Russell. Nel 2003, Russell era in viaggio in Uganda in cerca di notizie quando, dice, vide un’auto davanti alla sua essere mitragliata durante un agguato della LRA. In quel momento lo statunitense, racconta, decise che avrebbe fatto conoscere a tutto il mondo la storia di Joseph Kony.

In realtà si è poi scoperto che quell’assalto c’era sì stato quel giorno su quella strada, ma che Russell ci passò qualche ora dopo. Questo è solo un piccolo esempio di come, secondo il modo di ragionare di Russell, spesso sia giusto raccontare una per raggiungere determinati scopi.

Provò a sensibilizzare l’opinione pubblica con una campagna di vendita di braccialetti, con un programma radio quotidiano e, soprattutto, con un video esilarante in cui balla con degli amici sulle note di una canzone ad hoc che ricorda un mix tra i New Kids On The Block e una parodia di serie Z di High School Musical. Quel video non fece conoscere Kony a nessuno, ma mise Russell in forte imbarazzo, perché chi lo vide iniziò a chiedersi se lui, militante ultracattolico, fosse omosessuale.

Ad ogni modo, questi tentativi maldestri testimoniano il modus operandi di Invisible Children: un modus operandi che è stato messo anche alla base del loro progetto più ambizioso. In effetti, KONY 2012 non fu una campagna basata su fake news, ma su mezze verità, riduzioni semplicistiche, piccole omissioni.

Nel video, che è ancora presente su YouTube, si parla di Kony come di una minaccia imminente, reale, urgente per l’Uganda. La verità era un’altra: Kony al tempo (e tuttora) aveva spostato le sue truppe principalmente in Repubblica Centrafricana, aveva perso accoliti ed era fortemente contrastato dall’esercito ugandese.

Il Paese è retto da 35 anni con piglio dittatoriale da Yoweri Museveni, un uomo che ha un solo pregio: è considerato uno degli strateghi militari più intelligenti del nostro tempo.

Solo per fare un esempio: il genocidio dei Tutsi in Rwanda è stato arginato anche grazie all’impegno militare dell’esercito dell’Uganda, che grazie a una manovra a tenaglia congiunta con le forze francesi dell’operazione Turquoise, ha accerchiato gli Hutu, costringendoli ad arrendersi in pochi giorni, a inizio luglio del 1994. In questo senso, tanto è stato fatto al tempo e tanto si fa tuttora per depotenziare Kony, che nel 2012 era tutto fuorché globalmente pericoloso.

Le critiche al documentario furono proprio queste: la situazione descritta era relativa al periodo in cui Russell era stato in Uganda, tra il 2003 e il 2005, quando sì, Kony e LRA erano un’emergenza; il tono era moralistico e orientato più al marketing che a una reale soluzione del problema, ma, soprattutto, c’era una grossa questione economica.

Grazie a KONY 2012, che raggiunse i 100 milioni di visualizzazioni in soli sei giorni, Invisible Children raccolse 23 milioni di dollari. Qual era però lo scopo di quei fondi? Finanziare progetti solidali? Armare ulteriormente gli ugandesi, nonostante, nei giorni successivi all’uscita del video, membri del governo spiegarono che avevano mezzi e uomini a sufficienza?

Questa ondata di indignazione, che per numero di interazioni social era pari agli attestati di stima, causò un mental breakdown a Russell, che dopo giorni convulsi in cui addirittura, per sua stessa ammissione, una volta fece 17 interviste in 48 ore, fu paparazzato da TMZ mentre imprecava nudo per le strade di San Diego.

Le polemiche, le ombre e quest’ultimo episodio contribuirono fatalmente al fallimento di KONY 2012. Fallimento parziale: se oggi ancora se ne parla vuol dire che quantomeno l’obiettivo di far conoscere il criminale internazionale al mondo intero è stato raggiunto. Se però vediamo i numeri degli effettivi partecipanti al global flash mob del 20 aprile 2012, in cui gli attivisti avrebbero dovuto riempire le loro città di volantini informativi, ci rendiamo conto della desolazione.

Toronto: 50 mila persone registrate sul sito ufficiale, 50 partecipanti effettivi; Sidney: 18 mila registrati, 12 partecipanti; Montreal: 4800 registrati, nessun partecipante e un post sulla pagina Facebook ufficiale in cui si diceva che Invisible Children era un’organizzazione truffaldina. Inoltre, furono riportati episodi di vandalismo, con muri, statue e monumenti vari imbrattati con le scritte KONY 2012 in più o meno ogni angolo della Terra.

Il mondo a quel punto sapeva chi fosse Joseph Kony, lo aveva visto addirittura sulla copertina di Time, ma non aveva ben capito il perché.

Questa storia, la storia della più grande campagna manipolatoria di tutti i tempi, ci insegna una cosa: è incredibilmente facile spingere una massa di persone a fare qualunque cosa: basta parlare alla gente in termini semplici di argomenti che non conoscono.

KONY 2012 ha mobilitato centinaia di milioni di donne e uomini online: cittadini comuni, celebrità, politici, vertici militari. Ci sono persone che si sono tatuate il logo della campagna, tanto erano state convinte che questo sarebbe stato il problema principale degli anni a venire (spoiler, non lo è sato). Invisible Children ha dato loro un’infarinatura imprecisa su un tema importante e l’ha impacchettata in un video montato benissimo e ben presentato. A che costo però? Quei 23 milioni di dollari che fine hanno fatto?

Invisible Children esiste ancora oggi, nonostante Jason Russell l’abbia abbandonata. Il 70% di quei fondi è stato reinvestito in campagne di comunicazione che non hanno avuto lo stesso seguito, come The Fourth Estate, un video abbastanza nebuloso sulle ingiustizie sociali che oggi è quasi introvabile e che comunque ha raccolto non più di qualche decina di migliaia di views. Il 30% restante pare sia stato destinato alle popolazioni ugandesi.

A corredo di questo racconto, che evidenzia il rischio vero che c’è nel seguire ciecamente i social, ci sono poi dettagli paradossalmente comici. A un certo punto di KONY 2012 viene intervistato Luis Moreno Ocampo, ex procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Qualche anno dopo, nel 2017, il sito francese Mediapart ottenne circa 40mila documenti della Corte, tra cui c’erano alcune mail in cui veniva spiegato il suo piano per catturare Joseph Kony e portarlo a processo per crimini contro l’umanità. Giuro che è tutto vero.

Il progetto di Moreno Ocampo era questo: convincere Brad Pitt e Angelina Jolie ad andare in Repubblica Centraficana e invitare a cena Kony, per poi arrestarlo una volta seduti al ristorante. L’alternativa, in caso i Brangelina avessero detto di no era ricorrere a George Clooney. Terzo papabile: Sean Penn.
Angelina incredibilmente rispose alla mail dicendo “Brad è favorevole. Parliamo della logistica. Baci”.
Incredibile.